L’arringa di Aulo Cossu: Weston come il Panteron, si goda senza pensare a Marassi

di Aulo Cossu |

Con la indubbiamente dotta semi-citazione cinematografica insita nel titolo (Wim Wenders, film a tratti invero poco digeribile) introduco il mio entusiasmo per la partita di Barcellona, una vittoria di squadra, finalmente, da inserire tra le più belle di questi otto anni in Europa, la prima senza Allegri, il quale ne firmò di splendide e utili (Dortmund,Londra Tottenham, Barcellona e Atletico allo Stadium), e di entusiasmanti ma purtroppo inutili (ritorno con il Bayern, grazie sempre Evra; ritorno al Bernabeu, e qui sentiti omaggi a Benatia).

Avrete già letto a questo punto che, spazzate via di colpo le perplessità: Pirlo sia Maestro anche in panchina; Buffon sia una saracinesca senza tempo; de Ligt sia il più forte centrale del mondo; Cuadrado sia l’uomo-assist per eccellenza; che CR7 sia CR7, quando si porta dietro due avversari nel secondo gol, aprendo le acque, e anche quando rimonta Messi in fase difensiva; che Morata sia stato tanto oscuro quanto decisivo; e finanche che Ramsey abbia ricordato movenze del suo allenatore. Tutto giusto, e ovviamente assai amplificato, anche dal pensiero di come la squadra fosse apparsa ridotta nel derby, fino all’ingresso del Texano.

Ecco, sul Texano mi voglio soffermare. Partita da MVP per distacco la sua, di sciabola e fioretto, onnipresente come legna e come tecnica; avvia l’azione del secondo gol e va a concluderla (anche grazie al summenzionato movimento del Marziano), e anche in occasione del secondo rigore è lì dentro l’area a indurre allo scellerato fallo di mani il centrale del Barca, riuscito a far rimpiangere al suo frustrato allenatore non tanto de Ligt (che se lo scordi), ma persino Umtiti. E la sua sola presenza lì in mezzo fa sì che persino taluni ingressi negli ultimi venti minuti non siano di pernicioso apporto alle sorti della squadra.

Inevitabile per me tornare con la memoria al 22 aprile 2003, ritorno dei quarti di finale, e alla zampata (nell’altra area del Camp Nou) dell’amato/odiato Panteron Zalayeta (su impeccabile cross di Birindelli), sbucato dal nulla a decidere la qualificazione al supplementare. E trovare un parallelo tra questi due gol segnati in uno dei templi del calcio, di quelli che ti fanno alzare urlante dal divano (nel caso della acrobatica girata del Texano: alla faccia del VAR, che gli urli ormai ce li strozza in gola nel 95% dei casi, quest’anno più che mai, maledicendo al tempo stesso di essere costretti a urlare in solitaria, dannato coprifuoco delle 22).

Invito a non debordare immediatamente in “ora voglio vedere che succede a Marassi”. Godiamoci invece il primo posto nel girone, che sembrava ormai impossibile, il ricco premio-partita Uefa (pari a un quarto del salario lordo dell’ex allenatore) e una serata da incasellare tra le più belle, che altri magari non la vivranno in tutta la loro vita di tifosi.


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