Armando Picchi, un uomo da Juve

di Silvia Sanmory |

Ci sono persone da Juve e persone non da Juve.

Armando era da Juve”.

(Giampiero Boniperti)

Il 28 maggio del 1971, al Comunale di Torino la Juventus affronta il Leeds nella finale di andata di Coppa delle Fiere, antesignana dell’attuale Europa League. 

Si rigioca la partita programmata inizialmente per il 26 maggio, sospesa al 51’ per l’impraticabilità del campo dovuta ad una pioggia torrenziale.

A segnare per primo sulla mezz’ora di gioco è Roberto Bettega, su cross di Franco Causio, pallone spinto con la punta del piede sinistro che il portiere avversario Gary Sprake non riesce ad arrestare. Il pareggio arriva poco dopo, rete di Paul Madeley. Al decimo minuto della ripresa Fabio Capello riporta in vantaggio i bianconeri con una conclusione da fuori area. La firma del 2 – 2 finale è quella di Mick Bates che segna approfittando di un’uscita a vuoto di Massimo Piloni.

I cronisti dell’epoca descrivono una partita emozionante solo in parte, si soffermano piuttosto sulla squadra bianconera deconcentrata, a tratti persino autolesionista, che compie manovre lente ed improvvisate e passaggi imprecisi. “La determinazione e la spavalderia di un paio di giorni fa – scrive un giornalista del quotidiano La Stampa  sono assopite”. 

Comprensibilmente.

Al Comunale si respira un clima surreale: i padroni di casa non sono nello stato d’animo migliore a causa della morte del loro allenatore, Armando Picchi, sopraggiunta il 26 e della quale hanno avuto notizia soltanto poche ore prima dell’inizio del match.

Picchi è stato quello che si può definire una scelta azzardata ma vincente, l’Uomo Nuovo al quale Giampiero Boniperti (su suggerimento di Italo Allodi, all’epoca dirigente della Juventus ed ex direttore sportivo dell’Inter) ha scelto di affidare i potenziali campioni della sua Giovin Signora, un progetto rivoluzionario avviato nell’estate del 1970 con il rinnovamento del parco giocatori e l’inserimento di giovani promesse da affiancare a nomi del calibro di Francesco Morini, Beppe Furino, Antonello Cuccureddu. Così in sostituzione di calciatori poco disciplinati e diventati “non da Juve” vengono fatti tornare dai vari prestiti, tra gli altri, Roberto Bettega, Franco Causio, Fabio Capello, Fausto Landini. La maggior parte ha meno di 25 anni, anzi prevalgono gli under 21. 

E’ una squadra praticamente nuova di zecca alla quale serve un allenatore altrettanto giovane, carismatico, appassionato, rispettoso, con “un’enorme sete di vittorie” come di lui dirà in seguito Furino.

Serve insomma Armando Picchi, ex capitano dell’Inter, ritiratosi da un paio di stagioni, in realtà alle sue prime esperienze come allenatore prima sulla panchina del Varese e successivamente su quella del Livorno che riesce a risollevare, dimostrando doti di abilità e lungimiranza.

L’Uomo Nuovo consente alla Juventus di raggiungere il quarto posto in campionato, risultato non scontato considerata la squadra praticamente ex novo,  e anche a livello europeo i risultati sono considerevoli tanto che i bianconeri arrivano in finale della Coppa delle Fiere, vinta poi dal Leeds per la regola che assegna valore doppio ai gol realizzati in trasferta. Destino ancora una volta infame soprattutto perché quella Coppa tutti avrebbero voluto dedicarla al loro amato allenatore. 

La storia di Picchi è la storia di un destino avverso a più riprese.

Nato a Livorno nel 1935, allo scoppiare della Seconda Guerra Mondiale finisce sfollato con la famiglia a Vada ma Livorno rimane il suo approdo sicuro, il suo luogo d’elezione; ai “Bagni Fiume”, costruiti dal nonno, gioca a calcio scalzo per evitare le storte nei “Gabbioni”, i piccoli campetti in cemento con la rete metallica intorno; gioca anche in piccole squadre locali come attaccante, il suo pigmalione è il fratello maggiore Leo (calciatore del Livorno in Serie A e per tre stagioni nel Torino); nel 1954 Armando viene chiamato dal Livorno, in Serie C, utilizzato nel ruolo di difensore. Nella massima serie arriva nel 1959, reclutato dalla Spal, buon campionato e quinto posto raggiunto. 

E a notarlo e a trasformarlo in libero è Helenio Herrera, neo eletto allenatore dell’Inter, lo stesso che lo scaricherà per divergenze nell’estate del 1967, dopo che il capitano Picchi ha contribuito a fare vincere ai nerazzurri, tra le altre cose, tre scudetti.

Viene ceduto al Varese e nell’ultima sua annata avrà il duplice ruolo di giocatore ed allenatore.

Qualcuno ha detto che la vita é quello che accade quando si é impegnati a fare altri piani. Il 6 aprile del 1968, a Sofia, andata dei quarti di finale degli Europei contro la Bulgaria, il piano di Picchi nella sua avventura con gli Azzurri non contempla di certo la frattura del tubercolo sinistro del bacino, incidente gravissimo che chiude praticamente la sua carriera; anche dopo la lunga convalescenza e la successiva riabilitazione non sarà comunque in grado di tornare alla funzionalità sportiva di prima. 

Ma non è che l’inizio.

Poco dopo essere arrivato sulla panchina bianconera, il tecnico è costretto a fare la spola dopo ogni allenamento tra la capitale piemontese e Milano per assistere la moglie in condizioni di salute precarie dopo la nascita del secondogenito; un tour de force che gli toglie serenità e gli scava i lineamenti ma che non gli impedisce di essere un motivatore per i suoi giocatori e di compiere scelte decisive come quella di mandare in campo Causio alla quarta giornata di campionato contro il Milan per scongiurare una sua cessione (ventilata da Boniperti per farlo crescere ancora) nel mercato autunnale.

Quando la moglie si ristabilisce, la vita di Picchi sembra tornare sui giusti binari. Ma sarà solo una momentanea illusione.

Le avvisaglie del male che di li a poco lo condurrà alla morte si fanno sentire già a gennaio del 1971, durante la partita contro la Lazio, un mal di schiena talmente forte che non si attutisce neppure nei giorni successivi; una prima diagnosi, errata, parla di mialgia di origine reumatica. Picchi è costretto a farsi affiancare nell’allenamento, sotto la sua supervisione, dal portiere Sentimenti.

Il problema di salute pare in via di risoluzione tanto che il 7 febbraio è a Bologna, per la partita contro i rossoblù; destino beffardo anche in quella che sarà la sua ultima volta in campo; alzatosi dalla panchina per protestare contro l’arbitro viene cacciato dall’incontro, proprio lui, esempio da sempre di correttezza ed educazione.

A metà febbraio la situazione precipita brutalmente; il dolore ritorna in maniera così acuta che Picchi é costretto a rimanere due ore negli spogliatoi. A nulla servono gli accertamenti e l’operazione alla quale viene sottoposto alla Clinica Fornaca se non a confermare il sospetto di un tumore. Si tenta il tutto per tutto, anche cure alternative, senza successo.

Passerà le sue ultime settimane di vita in una villa a Sanremo.

Il 26 maggio alle 16, poche ore prima che la sua Juventus affidata a Vycpalek scenda in campo contro il Leeds, lascerà questa terra a soli 36 anni; nel 1990 la città di Livorno intitolerà ad un “uomo da Juve” lo stadio comunale.

Ho sempre fatto tutto con serietà perché senza serietà non si può andare avanti in questo sport che richiede sacrifici e uno spirito di abnegazione non comuni. E’ necessaria una cosa sola: fare il proprio dovere, e farlo con piacere” ha dichiarato una volta Armando.

Che sia in una partita, su una panchina o in un Gabbione in riva al mare.


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