Are U ready for the revolution?

di Claudio Pellecchia |

Che sia provocazione, rischio calcolato, azzardo che ha pagato al netto dell’insipienza biancoceleste allo Stadium, Massimiliano Allegri sembra (condizionale d’obbligo) aver dato un’improvvisa accelerata a un progetto tecnico, tattico (ma anche umano) che gli girava in testa da un pò. Non credetegli quando dice che il 4-2-3-1 iperoffensivo del lunch match domenicale sia arrivato come una folgorazione di un mercoledì mattina qualsiasi; perché, checché ne dicano detrattori e critici di professione, la tendenza ad essere “un pochino più spregiudicati” (cit.) era stata già da tempo individuata come conditio sine qua non per provare ad esprimere compiutamente le grandi potenzialità di questa squadra.

Fino ad oggi il tentativo è stato fatto attraverso la ricerca di una mediazione tra le convinzioni proprie e quelle del gruppo storico. Mediazione che si è fatta sempre più difficile con il passare del tempo e che non ha favorito lo sviluppo di una precisa identità di gioco: siamo alle porte di febbraio a commentare una squadra che deve ancora capire cosa vuole diventare e come fare per diventarlo,  tra momenti di insindacabile superiorità ed altri di inspiegabile vuoto contenutistico. Passare, quindi, dalla politica dei piccoli passi a quella dello shock improvviso è stato quasi obbligato: è probabile che questo cambiamento radicale sarebbe dovuto avvenire per gradi, in previsione di quel marzo che dovrebbe dire tutto su quel che sarà la Juventus 2016/2017, ma contingenze interne ed esterne hanno finito con l’accelerare i tempi. Di quanto lo scopriremo solo nei prossimi giorni

Adesso, infatti, viene il difficile. Ovvero proseguire su una strada che si è appena iniziato a percorrere. Il che non vuol dire, attenzione, persistere nello schierare tutti i giocatori a disposizione o credere che il doble pivote Pjanic-Khedira sia la soluzione definitiva ai mali del centrocampo ancora riconosciuti e riconoscibili, ma, semplicemente, credere in un cambiamento filosofico prima ancora che tattico o di moduli. Il momento è propizio per scrollarci di dosso quell’etichetta di squadra operaia che è stata la nostra forza per anni ma che, ultimamente, ha costituito anche un nostro limite, come se il dover rispondere per forza a certi canoni (la grinta, la fame, le palle e via così) fosse il fine da raggiungere ad ogni costo e non uno dei mezzi per arrivare alla vittoria. Che può essere raggiunta anche attraverso il dominio tecnico (e non solo fisico) della partita, con il palleggio e non la corsa ossessiva, con la pazienza e non per forza la furia agonistica.

Certo conteranno sempre l’approccio alla singola gara (Genoa e Firenze insegnano) e la disponibilità dei giocatori (i vecchi più dei nuovi) a seguire le idee del proprio allenatore, supportandolo e sopportandolo anche negli inevitabili e fisiologici passaggi a vuoto e negli altrettanto inevitabili e fisiologici sacrifici di qualche grande nome (soprattutto davanti). Il resto verrà naturale. Nel caso di specie è lecito aspettarsi, nel futuro a medio-lungo termine, un ritorno al rombo, una versione “light” del 4-2-3-1 (con Marchisio nei due di centrocampo, Pjanic alzato sulla linea dei trequartisti e magari Alex Sandro alto a sinistra con Pjaca pronto a subentrare per spaccare partita e avversari) e la riproposizione del tridente puro: questo, poi, dipenderà dalla capacità di Allegri di leggere la partita e dall’avversario che ci si troverà di fronte di volta in volta. Così come saranno indispensabili altri e più probanti test per saggiare la reale consistenza del nuovo sistema di gioco.

L’importante, però, è accettare il cambiamento, viverlo per quello che è, cioè come un passaggio necessario (e non per forza doloroso) per provare a soddisfare le grandi aspettative che gravitano intorno a questa squadra. E’ un rischio anche questo, allo stesso modo del 4-2-3-1 con cui abbiamo regolato la Lazio in mezz’ora. Lì ha funzionato. E non ci sono motivi per credere che non funzionerà anche in futuro.