Appunti tattici di Juve-Tottenham

Partita che lascia l’amaro in bocca, Juve-Tottenham, soprattutto per una ragione: la squadra di Allegri è stata tradita proprio nel momento in cui credeva di essere entrata nella propria comfort zone. Ed è in questi frangenti, quando vengono meno le certezze collettive, che gli avversari sembrano andare al doppio. La ragione non è certo atletica: lo dimostra l’ottima condizione di alcuni singoli andati a sprintare senza fatica anche negli ultimi minuti dei due tempi (qualcuno ha detto Douglas Costa?).

La causa del crollo è proprio da ricercare nell’incapacità di reagire ad un avversario che invece ha saputo farlo al meglio, dopo essersi praticamente estromesso da solo nei primi dieci minuti. L’inizio della gara è giocato egregiamente dai bianconeri, che attraverso la messa in atto di piano gara tutto sommato preventivabile sono riusciti a mettere in enorme difficoltà la costruzione bassa degli Spurs, potendo dunque riconquistare in alto diversi palloni che sono poi valsi il meritato doppio vantaggio.

Da studiare soprattutto le richieste di Allegri a Douglas Costa: senza Matuidi, per mantenere l’assetto a 3 in mezzo Allegri ha optato per il maggior valore assoluto del brasiliano rispetto alla naturale riserva Sturaro. Il numero 11 è infatti chiamato ad occupare tutto l’hafspace di sinistra, con licenza di accentrarsi soprattutto nelle fasi di non possesso, in cui si sganciava dalla mediana a 4 per andare ad indirizzare la pressione insieme a Gonzalo Higuain.

Deputato all’ampiezza a sinistra è stato Mandzukic, che dopo un avvio ordinato si è trovato rinculato fino accanto a Sandro nell’ultima linea difensiva della Juve, formata da ben 5 giocatori, probabilmente scelta assunta per ridurre gli attacchi dal lato debole previsti dai ribaltamenti di Pochettino.

Il sistema di gioco adottato chiaramente dalla Juventus nel primo tempo è dunque stato un 4-1-4-1 in fase di possesso, con Khedira e Costa praticamente sempre sulla stessa linea, sfalsati rispetto a Pjanic che era l’unico ad abbassarsi in ausilio ai centrali di difesa in costruzione. In questo frangente è stato pregevole lo scaglionamento posizionale: i due terzini salivano alla giusta distanza creando una linea difensiva arcuata, che agevolava la formazione di diversi triangoli e rombi per la risalita che hanno permesso di eludere bene, inizialmente, la pressione degli Spurs. Il solito movimento a elastico lungo-corto di Higuain ha messo in enorme difficoltà la capacità di lettura del quartetto arretrato di Pochettino.

Il doppio vantaggio è però fatalmente deleterio: dopo aver fallito le due chance per il 3-0, la Juve opta per una lunga fase di difesa posizionale, con un 5-4-1 anche abbastanza ordinato nella copertura in ampiezza e profondità. Tuttavia, gli inglesi si sono dimostrati degli autentici maestri nel gioco offensivo posizionale, ed i movimenti con e senza palla di Eriksen e compagni sono riusciti a far ondeggiare ripetutamente il blocco juventino fino alla produzione di diverse occasioni da gol.

La Juve incontra, per la prima volta in stagione dopo il match di Barcellona, una squadra capace di muovere il pallone nell’ultimo quarto a livelli tali da mettere in crisi la compatta organizzazione difensiva e le scalate tutto sommato puntuali. Nonostante l’enorme diligenza tattica e generosità dimostrata, in questa fase ha mostrato il fianco Bernardeschi, apparso un po’ incerto nelle chiamate in causa sotto il centrocampo. Dall’altra parte, Mandzukic è rimasto totalmente bloccato di fianco ad Alex Sandro, ma l’impressione è che fosse soprattutto un’indicazione specifica di Allegri.

Ad andare però nel pallone più di tutti è stato senza dubbio Sami Khedira, apparso poco reattivo nella copertura delle linee di passaggio oltre che palesemente ininfluente al momento della riconquista. Dopo il 2-1 gli ospiti riprendono totalmente fiducia ed è un vero e proprio torello, in cui la squadra di Allegri non riesce più a mettere in fila 4 passaggi, mentre gli avversari ne producevano una quota abnorme, grazie alle superiorità numeriche improvvise generate alle spalle dei mediani. Ottima la prova di un Dembelè illuminato, forse non pressato a dovere, che riusciva sempre a trovare la ricezione alle spalle della prima (sfalsata) linea di pressione formata da Higuain e Costa.

E’ stata dunque una serata di sacrificio per gran parte dei calciatori di Allegri, iniziata bene ma finita molto male. In vista del match di Wembley, con un solo risultato utile concretamente a disposizione (difficile immaginare un pareggio con più di due reti a testa), sarà il caso di scegliere di che morte morire: se si opterà nuovamente per un controllo prolungato senza palla occorrerà migliorare molto nella costruzione delle ripartenze e nei tempi di gioco; se invece si vorrà imprimere un piano gara basato sull’intensità, sul recupero alto del pallone e sulle verticalizzazioni rapide, sarà meglio farlo per tutti i 90 minuti, senza patemi d’animo. Come se fosse una finale…o no?

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