La vittoria degli apolidi juventini nella marea interista

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Per il tifoso juventino, “apolide per antonomasia“, vivere il centro nevralgico del proprio tifo a distanza è la prassi.

E cosa fai per mitigare la sofferenza di ogni weekend per la lontananza dalla madrepatria sabauda? Decidi di addentrarti in terra nemica per assistere al derby d’Italia.

È come se tu, giovane ateniese, armato unicamente di indomita passione e armatura a strisce, ti recassi nell’arcigna Sparta durante la Guerra del Peloponneso. Così è stato per me a San Siro: goccia bianconera in un mare nerazzurro, mentre, fiera con indosso i miei colori, fendevo le torme ambrosiane.

Ci attendeva uno scontro adrenalinico e ne ero ben conscia; avvertivo palpabile la tensione di dover remare controvento, di sentirmi sola tra tanti. Ho finto di non udire i fischi incessanti, i beceri scherni, l’irrisione continua, brandendo uno scudo di sprezzante orgoglio, nella speranza di poter impugnare la spada e farmi forza di una degna prestazione della mia squadra.

Eppure, mai come stavolta, non potevamo contare sui favori del pronostico; saremmo stati graziati dalla fortuna a strappare all’Inter un misero punticino, -dicevano-, sì da restare aggrappati alla vana illusione di uno scudetto, già da tutti assegnato, all’apposizione della firma di Conte sul contratto.

Alla fine sono stata io ad aver esultato di più, alzarmi festante ed urlare di gioia inaudita in un intero stadio pietrificato, per quella che non è stata un’impresa, bensì una manifestazione di tenacia, organizzazione tattica, egemonia sul campo. Vittoria delle verticalizzazioni da dietro –con Pjanic a intuire e intercettare i loro passaggi e pianificare in anticipo la costruzione del gioco-, del fraseggio fluido a centrocampo, del possesso palla a tutti i costi, tali da sottrarre all’avversario il tempo di manovra.

Noi a dettare i ritmi, a proporci costantemente, far la partita, in un secondo tempo in cui l’Inter cercava vanamente sprazzi di lucidità, in una cachessia di idee. Higuain a sferrare il colpo finale: la zampata del singolo dopo l’azione corale dei 24 passaggi, a tagliare tutto il campo, attendendo pazientemente l’attimo giusto per chiudere il meraviglioso dipinto, con la pennellata finale di Gonzalo, espressione massima di un giocatore che, partente e non funzionale, è rimasto aggrappato ai colori bianconeri con unghie e denti, guadagnandosi occasioni per dimostrare il suo immenso valore.

Frantumato l’ego di Conte e le speranze di un allungo in classifica degli euforici rivali. A fine gara i “nemici” battevano mesti la ritirata, restando con i loro sfottò carichi di paura e di una consapevolezza, amara e desolante, di aver subìto una supremazia bianconera, a tratti disarmante. Io in mezzo a loro, a testa alta, con lo sguardo soddisfatto di chi, nella Scala del Calcio, ha fatto capire con semplicità chi comanda. Mi sono sentita forte, ancora più forte, vittoriosa in un mare di sconfitti.

di Sonia Dafne