Apocalypse now (?)

di Claudio Pellecchia |

Quando, tempo fa, parlai di ‘effetto Warriors‘, era come se avessi già visto il post partita di Juve-Siviglia con un paio di mesi d’anticipo. Non era difficile, del resto, prevedere le conseguenze nefaste di una campagna acquisti importante alla prima partita non vinta (precisazione d’obbligo, perché pare che ormai la sconfitta non sia più un’eventualità contemplata). L’immaginario del tifoso è un’arma potente, che diventa pericolosa nel momento in cui è sommata ad un bombardamento continuo di media e addetti ai lavori che per tutta l’estate non hanno fatto altro che parlare di “Juve imbattibile, al livello di Barca, Real e Bayern” e altre amenità simili.

Scontato, quindi, che al primo pareggio un pò così in una partita un pò così (en passant: con la Lazio abbiamo fatto ancor più schifo, ma lì Khedira ha realizzato un gol molto più difficile dei due che ha sbagliato martedì quindi è finita a volemose bene), un pubblico già di suo di bocca (troppo) buona è piombato in uno stato di depressione post-apocalittica che ricorda sinistramente il settembre/ottobre del 2015 che fu. Dal #vinceremotutto al #moriremotutti il passo è stato breve e intenso, con il corollario del secondo sport nazionale: l’invocazione salvifica della cacciata dell’allenatore.

Non che Allegri non ci abbia messo del suo nell’offrirsi come agnello sacrificale alla folla inferocita con qualche scelta di formazione rivedibile (ma neanche troppo) ma, come al solito, dalla critica legittima si è passato all’urlo sguaiato, all’insulto cafone, alle parole fin troppo in libertà: di colpo la massa di teorici improvvisati della salida lavolpiana non ha avuto di meglio da fare che trovare nella non presenza di Pjanic il motivo dello 0-0 contro il Siviglia. Il Siviglia, appunto, non il Crotone o il Palermo, con il massimo rispetto e immutata stima per entrambe.

E invece no, non esiste, abbiamo speso 200 milioni di euro in estate, adesso siamo come il Barcellona (?), queste squadrette (ri ?) le dobbiamo seppellire di gol, dobbiamo fare un’unica cicloturistica fino a Cardiff. Che, poi, è lo stesso principio per il quale il Real Madrid dei galacticos è stato più volte perculato (anche da noi) per quella sua latente spocchia derivatagli dall’aver rastrellato per anni il meglio sul mercato nel tentativo di portarsi a casa l’anfora (per noi) maledetta. Finendo con il vincerla due volte (dal 2003 e dopo aver speso cifre inenerrabili) negli ultimi tre anni: la prima volta grazie alla giocata della vita di Angel Di Marìa al 110′ di una partita con l’Atletico che si stava mettendo maluccio, la seconda con la sfangata più grande dai tempi del Chelsea di Di Matteo.

Il che porterebbe a due corollari abbastanza scontati:

  • Non esiste mercato in grado di assicurati la vittoria della Champions League;
  • La Champions League stessa, per antonomasia, è la competizione che non segue alcuna logica, tanto meno quella che vorrebbe una squadra vincente solo perché pratica un giUoco bello e offensivo.

Come si suol dire in questi casi, però, il condizionale è d’obbligo. E guai a far notare che, va bene tutto, va bene Pjanic e Sandro da inserire prima, magari per l’ennesima volta Eupalla ci ha detto male in un paio di circostanze: significherebbe dare degli alibi a una squadra che non ne deve averne più (ma perché?) e non giudicare serenamente quello che si è visto in uno Juventus Stadium mugugnante.

Sia chiaro, non si vuole giustificare a tutti i costi Allegri e la società (già le critiche a Marotta sono un  altro stucchevole refrain di queste ore) anche quando commettono errori di formazione l’uno e di programmazione gli altri; si tratta semplicemente di invocare il ritorno al buon senso e alla legittima tranquillità per un gruppo di persone che in questi anni ha lavorato e bene. Anche perché, alla base di tutto, se loro stanno lì e noi, invece, qui a fare i soloni ex post un motivo ci sarà: lo stesso che a maggio trasforma i fischi e le lezioni di tattica a mezzo social in applausi convinti per la passerella dei campioni.

Ammesso, e non concesso, che si (ri)vinca. Perché come si fece notare nel luglio scorso: “Nothing is given, everythin is earned”.