L’Apache dal Barrio alla Juve: cosa lascia la serie tv

di Gianluca Garro |

Abbiamo visto in tanti la serie distribuita da Netflix dal titolo “Apache” incentrato sulla (prima) vita di Carlos Tevez, uno della razza dei numeri 10 della Juve, ce ha incantato anche a Torino e nelle mitiche trasferte di Champions tra il 2013 e il 2015, fino alla finale di Berlino.

8 puntate, ingollate tutto d’un fiato seppure la serie sia lontana da ciò che ci aspettavamo, cioè un’agiografia su tutta la carriera del Campione.

La serie è incentrata sull’infanzia e l’adolescenza del giovane Carlitos dalla nascita, nel 1984, al 2001 quando finalmente il suo sogno di debuttare in prima squadra nell’inferno della Bombonera diventa realtà e lì comincia la carriera del campione. In realtà Carlos è solo il co-protagonista della storia. L’altro protagonista è il suo quartiere “Ejercito de los Andes” anche detto Fuerte Apache, perché per le bande criminali degli altri quartieri e per la polizia si tratta di un vero e proprio forte quasi inespugnabile, di criminalità, violenza, guerra per bande e disperazione. Carlos cresce lì e la trama è una carrellata dei momenti più significativi del suo percorso di crescita, con le persone che in diversi ruoli e con diverse intensità lo accompagneranno fino alla realizzazione del suo più grande sogno.

A fare da contrappunto le storie criminali di “amici” e “nemici” di Carlitos, tutti “rinchiusi” nella quotidianità violenta del barrio.

La vita di Carlitos è irregolare, fin dai primi mesi di vita, quando la mamma biologica rinuncia a tenerlo con sé e la sorella, la zia di Carlos, diventerà la sua vera mamma grazie ad un gesto gratuito d’amore che Carlitos non dimenticherà mai, tanto da tenere i due cognomi, quello del padre biologico presto scomparso e quello dello zio Segundo, marito della zia materna Adriana che lo accompagnerà per tutta la vita, soprattutto nella scalata all’olimpo del calcio.

Altro personaggio chiave della storia è l’amico del cuore, Danilo (nella realtà Darìo) che non riuscirà a realizzare lo stesso sogno di Carlos, pur essendo dotato quanto e forse più di lui nel fùtbol, inghiottito e sconfitto dalla droga, dalla violenza, dalle armi, in poche parole dal barrio stesso.

Carlos no, con tanti errori e tanta foga (viene sottolineato come, pur essendo molto più dotato tecnicamente di compagni e avversari, Carlistos tenesse uno stile di gioco anche irruento, fisico, tipicamente sudamericano) riesce a farsi notare dagli osservatori del Boca e poi da quelli della Seleccion albiceleste. La serie è da vedere, non solo per chi ama il fùtbol ma anche chi vuol capire cosa significhi crescere in un barrio di una megalopoli sudamericana, rivelazione affascinante. Detto questo, vi chiederete perché abbiamo voluto dare questo titolo a questo ragionamento su “Apache”. Perché vedendolo con gli occhi di di un appassionato di Juve, viene in mente che Carlos fosse quasi destinato a vestire i colori bianconeri.

Il pensiero deriva da una certa visione che ha chi comprende appieno lo spirito della vecchia Signora. Lo spirito del finoallafine del lottare sempre e comunque con l’obiettivo della vittoria, con una fame che non finisce mai. La Juve è sì potenza calcistico-economica, è sì un derivato della mentalità sabauda dei fondatori e della Famiglia che l’ha accompagnata per la maggior parte della sua storia, ma è soprattutto fame e vocazione alla vittoria. La Juve è Torino, è Piemonte ok, ma è soprattutto quella grinta che ti fa pensare che non è mai finita, finché non è finita, anche se non sempre finisce bene…

Carlos non poteva che essere un bianconero. E’ arrivato a Torino nella seconda parte della sua carriera, come giocatore maturo dopo anni di battaglie in Inghilterra. Arrivò anche con una sinistra fama di spacca spogliatoi, di mela marcia, ma come diversi altri suoi predecessori, pensiamo a Edgar Davids, smentì del tutto tale fama, dimostrando invece doti di leader e di trascinatore non indifferenti. Non è passato inosservato Carlitos a Torino come non ha mai fatto uno che viene da lì. Perché uno che è riuscito a sconfiggere i demoni di quel quartiere conservando intatti passione e amore per la sua città e la sua terra, uno che viene  idolatrato con toni maradoniani alla Bombonera, non è uno qualunque. E’ un tipo da Vecchia Signora.

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