I campioni della Juventus raccontati da Antonio Cabrini

di Silvia Sanmory |

Il ricordo è un modo d’incontrarsi“.

(Kahlil Gibran)

Memoria ed emozione. Se ci pensate, di questo sono fatti i ricordi, di due concetti così uniti tra loro che ricordare equivale ad innescare un certo carico emotivo. Anche in chi semplicemente ascolta, o legge, un ricordo che non ha vissuto direttamente.

Pensate di trovarvi nell’agosto del 1976 e di essere Antonio Cabrini al suo primo giorno come giocatore della Juventus.

Vi tremano le gambe perché davanti a voi si para una leggenda, Giampiero Boniperti, colui che ha segnato una valanga di gol, colui che l’avvocato Agnelli ha promosso alla dirigenza, una macchina da contratto; uno dei dirigenti più titolati nell’intera storia del calcio italiano è li che vi guarda e, dopo avervi mostrato una fotografia del Torino, vi incalza e vi chiede: “Insomma?“. Non vi resta che rispondere: “Presidente, questo è il Toro” e sperare  sia la risposta giusta. “No. Questa è la squadra che dobbiamo battere. Se arriviamo dietro a loro siamo degli sfigati. Invece se arriviamo alle spalle di una qualsiasi altra formazione l’anno è da considerare fallimentare. E tu sei venuto qui per vincere o per arrivare secondo?”.

È questo uno dei tanti aneddoti tra le pagine del volume “Ti racconto i campioni della Juventus“, edito dalla Gribaudo e firmato da Antonio Cabrini che dischiude al lettore i suoi ricordi come fossero tanti memorabilia bianconeri.  I fuoriclasse che hanno fatto la storia della Juventus ci sono praticamente tutti (compresi quelli attualmente in rosa), a partire dal rivoluzionario Omar Sivori, genio del calcio, campione assoluto, eccentrico con i suoi calzettoni abbassati alle caviglie, beffardo con gli avversari, a volte anche con i compagni. Cabrini lo incontra ai Mondiali del 1978, lui arriva nel ritiro della Nazionale in visita. “Tu devi essere Cabrini, complimenti sei veramente forte” mi dice. Poi mi rivolge una domanda strana: “Che macchina hai?“. “Un Bmw” rispondo. Lui si gira verso un suo amico: “Cosa è un Bmw? Una macchina o un rumore?”. Rimango perplesso e poi capisco: sono cascato anche io un una delle sue prese per i fondelli“.

Un Capitano vero dalla classe cristallina, un giocatore  dall’eleganza innata e dalla superlativa intelligenza tattica, una colonna della Juventus,  Gaetano Scirea: “Gaetano era un grandissimo atleta  e per me un grandissimo amico, uno dei pochissimi casi  in cui l’uomo riesce a superare  il campione. Per me non è un ricordo, ma una presenza. Lo sento vivo accanto a me. Ricordo  che era molto legato al portiere  Luciano Bodini: ho ancora nelle orecchie le risate che si facevano quei due. Era allegro e solare ma quando c’era qualcosa che non gli andava a genio era capace di arrabbiarsi molto. Senza alzare  mai il tono di voce”.

C’è un’immagine diventata iconica nella storia della Juventus che ritrae Michel Platini sdraiato su un fianco in area per protestare conto un gol annullato in occasione del match contro l’Argentinos Juniors; emblematica della personalità del Roi, idee chiare  ed irremovibili. In campo un marziano, incredibile quello che riusciva a fare in partita. Cabrini ricorda un aneddoto in particolare: “L’avvocato Agnelli lo sorprese a fumare  fuori dagli spogliatoi, poco dopo la fine di una partita. Alla domanda sul motivo per cui un atleta di livello internazionale come lui avesse la sigaretta in bocca, rispose serafico: “Avvocato, tanto mica devo correre io, ma Bonini”. Bonini era il nostro mediano, che copriva le spalle a Michel. Fosse stato  un altro a rispondere così, non so che fine avrebbe fatto. Ma l’Avvocato gli perdonava quasi tutto perché lo considerava il suo gioiellino“.

L’Avvocato. Uomo Juventus. Colui che incarnava in tutto e per tutto lo stile della Vecchia Signora. Lo ritrovo naturalmente nel libro di Cabrini, in particolare stilizzato in un episodio: “Quel giorno eravamo a Villar Perosa in attesa della sua visita. Lo vediamo all’orizzonte sbarcare  dall’elicottero insieme ad una figura minuti, con i capelli bianchi. quando i due arrivano a una trentina di metri, trasaliamo. Quell’ometto era nientepopodimeno che Henry Kissinger, il Segretario di Stato americano. Uno degli uomini più potenti al mondo. Si avvicinano e l’Avvocato presenta la sua squadra al suo amico Kissinger. In quel momento ho capito la sua forza: era uno che dava del tu alla creme del mondo e lo faceva senza darsi delle arie. Senza farlo pesare. Per lui era la normalità“.

Ad aprire il volume c’è una dedica a Paolo Rossi, “il grande compagno di tante battaglie e soprattutto grande amico di vita quotidiana”. Pablito ci viene restituito, al di la del suoi successi in campo, nella sua dimensione più leggera: “Fuori dal campo, era una macchietta. Mi faceva da receptionist. Capitava che squillasse il telefono in camera, quando eravamo in ritiro, in linea delle ragazze che mi cercavano. “No, Antonio non c’è ma ci sono io” era la sua risposta classica. Che sagoma”.

Si dice: “Se mi ricordi, esisto”. Aggiungerei, se mi ricordi ti incontro. È questa la sensazione che ho avuto giunta alla fine del libro, di aver incontrato davvero  questi campioni.


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