Andrea Agnelli 2017 – Realismo ex cathedra

di Giuseppe Gariffo |

L’assemblea degli azionisti Juventus è stata la prima vetrina ufficiale di un Andrea Agnelli non diverso, ma evidente upgrade di se stesso. Lucido e ispirato come sempre nel descrivere la visione delle vicende di casa Juve e del calcio italiano, il CEO bianconero, recentemente investito della carica di presidente ECA, non si è sottratto al compito di descrivere anche preoccupazioni e scenari critici per il management del calcio europeo. Ascoltando e leggendo le sue parole agli azionisti ed ai giornalisti, si è avuta la netta sensazione di non poter distinguere la figura di leader di Top Club internazionale da quella di politico (sportivo) di primo livello. Pur essendo dunque impossibile tracciare un’ideale linea di demarcazione tra le direttrici principali dei ragionamenti esposti, essendo esse fortemente interdipendenti, proviamo a schematizzare gli ambiti delle valutazioni espresse all’uditorio e a coglierne gli snodi cruciali.

 

 JUVENTUS  
Orgoglio per il risultato sportivo raggiunto (“Legend! Mai nessuno ha vinto sei scudetti di seguito”) e per la crescita economica, andata di pari passo, con un fatturato pressochè raddoppiato tra il 2010 e il 2016. Grandi elogi per il gruppo dirigente composto da Marotta, Paratici e Nedved e per il tecnico Allegri, non senza una stoccata al precedente tecnico, reo di aver considerato “terminato” un lavoro che poteva essere portato avanti a lungo. A uso e consumo di “vedove” e rancorosi, la nebbia nei rapporti tra Antonio Conte e i vertici della Juventus sembra tutt’altro che diradata.  A seguito delle sentite ma “sabaude” autocelebrazioni per le vittorie dentro e fuori dal campo (compresa l’archiviazione dell’inchiesta Uefa sulla cessione di Pogba) è immediatamente subentrato un tenore di dichiarazioni improntato al realismo. Questa parola può essere tranquillamente considerata il titolo del manifesto esposto ieri, verbalmente, da Andrea Agnelli. Realismo sulla crescita futura e sulla collocazione internazionale della Juventus, che molto dipenderà dallo sviluppo economico e quindi dalle prossime ripartizioni dei contratti TV (e la situazione dei “maggiori broadcaster italiani non è molto rassicurante”). L’andamento economico della Juventus è sì dirompente, ma crescere con lo stesso ritmo nei prossimi sei anni (ipotesi definita, oltretutto, “complicata”) non basterebbe neanche a raggiungere nel 2022 il fatturato 2016 del più ricco competitor, il Manchester United, che fatturava in quell’esercizio 689 milioni. Realistico dunque l’obiettivo di mantenere la Juventus tra i dieci clubs più ricchi al mondo, ma non immaginabile un repentino avvicinamento alle più ricche società europee. In quest’ottica resta basilare l’obiettivo sportivo di confermarsi in patria, vincendo il settimo scudetto consecutivo, e di tentare di raggiungere sempre i quarti di finale di Champions per godere della massima visibilità raggiunta in Primavera dalla manifestazione continentale giocandosi le chances di arrivare sino in fondo alla competizione. Mai Andrea Agnelli parlerà alla pancia del tifoso, che vorrebbe sentirsi dire “l’unico obiettivo di quest’anno è vincere la Champions League”. Perche il realismo non prevede la vendita di sogni o, peggio, illusioni.

 CALCIO ITALIANO  

Due le principali necessità per la crescita del movimento calcistico nazionale (a proposito, il presidente bianconero ha confessato di non poter immaginare un mondiale 2018 senza la nazionale italiana, ma ha contestualmente affermato che un’eventuale eliminazione non dovrebbe coincidere con le dimissioni del presidente Figc, testimoniando il consolidamento dell’imprevedibile endorsement di Tavecchio): la riduzione della serie A a 18 squadre e l’istituzione delle squadre B, più adatte a lanciare giovani talenti direttamente in prima squadra, riducendo la necessità di prestiti. Positivo il giudizio sul VAR (meno quello sui suoi criteri di applicazione) e auspicata la contrazione temporale delle finestre di trasferimento. Entrambe non andrebbero però lasciate alla libera iniziativa delle singole federazioni, ma dirette e regolamentate centralmente dall’UEFA. Palpabile, nelle pieghe dei ragionamenti, la necessità di contesti di competizione economicamente e globalmente più appetibili dei campionati nazionali – sempre più spesso vinti dalle stesse squadre ogni anno – ma mai è stata esplicitamente evocata la suggestione SuperLega. Anche nell’accento usato per descrivere le criticità del calcio italiano, Agnelli ha tuttavia dato spesso la sensazione di parlare più da dirigente europeo del calcio, con una visione globale, che “appena” da presidente del più importante club locale. Uscire dall’autoreferenzialità dei confini nazionali è sembrato il leit motiv di ogni passaggio dedicato al futuro della serie A.

 

 CALCIO EUROPEO  

Qui Andrea Agnelli ha potuto esprimere tutta l’autorevolezza che la presidenza ECA gli conferisce, attaccando a tutto campo sulle sfide che il calcio continentale dovrà affrontare nei prossimi anni. Un calcio a cui non basterà continuare a crescere vertiginosamente come negli ultimi anni, ma che dovrà “evolversi” per perseguire l’obiettivo della stabilità economico-finanziaria a fronte del rischio dell’obiettivo sportivo che ogni club, a tutti i livelli, vive. Anche in quest’ottica, spesso, il dialogo con le Federazioni locali è insufficiente: Agnelli lo definisce anzi “quasi un ostacolo” e auspica tavoli di dialogo più ampi tra Fifa, Uefa, associazioni di club e di calciatori, in vista del rinnovamento della Champions League post-2024. Due le necessità di cambiamento esplicitamente enunciate: nuovo calendario con periodi meno spezzettati per le Nazionali, meglio un mese continuativo che le “odiate” finestre di dieci giorni di settembre, ottobre e novembre con i conseguenti disagi per i club più competitivi (sarebbe anche ora, ndr); rinnovamento del Financial Fair Play, che ha svolto correttamente il suo compito riducendo drasticamente le perdite del sistema calcio, ma che va ridefinito sulla base dei cambiamenti che il calcio ha nel frattempo attraversato.

Realismo, internazionalizzazione ed innovazione: questi i tratti distintivi di un Andrea Agnelli che dovremo abituarci a vedere in una doppia veste e con una sempre più forte connotazione istituzionale, probabilmente più arida di emozioni (dovremo forse “accontentarci” delle sue esultanze in Tribuna Vip), ma sempre più rassicurante in termini di progettualità e di incidenza sulla crescita della Juventus. Una crescita che viaggia sugli stessi binari di quella del calcio globale, sulla quale il presidente bianconero sembra avere idee molto chiare.