Anch'io stavo meglio dopo Berlino

di Juventibus |

In una notte di inizio dicembre, apro e leggo un articolo del Dottor Zampini che mi riporta alla mente una delle notti più dolorose, ma anche più affascinanti, della storia recente della mia squadra del cuore. Quando un manipolo di giocatori agguerriti e senza paura stavano per riuscire a mettere in ginocchio La Grande Macchina Catalana.

Anche io mi ricordo come partì quella stagione: con sputi alla macchina di Allegri, con insulti di ogni tipo e con la squadra che piano piano si è compattata intorno alle idee tattiche del mister. Idee che ci hanno portato lontano, ma così lontano che stavamo per toccare l’orizzonte con un dito. Mai più, in quel 15 di Luglio del 2014, avrei pensato di arrivare alle 20:45 del 6 Giugno 2015, con la mia squadra del cuore in campo per giocarci il Treble (la parola “Triplete” lasciamola ad altri: ha oggettivamente stufato).

Dopo la partita, magari avessimo giocato le altre finali in questo modo, dentro di me c’era una sensazione di orgoglio misto ad ottimismo. Ero sinceramente felice. Si può essere felice quando si perde? Non al 100%, ma si, si può. Ero felice perché pensavo che quella partita finita con la medaglia d’argento, fosse soltanto l’inizio di un ciclo europeo che ci avrebbe portato a giocarcene altre di quelle partite, negli anni successivi. Pensavo che, visto l’acquisto imminente Dybala, la società avesse varato una “linea-giovane” che, con il tempo, ci avrebbe fatto avvicinare ai top teams. Mai più pensavo che avrebbero smantellato la squadra. Mai più pensavo che, la cessione di un big sarebbe avvenuta senza una valida alternativa in mano. Non è da Juventus mi dicevo. Non è da Juventus pre 2006 quanto meno. Mai più pensavo che al posto del partente Vidal, sarebbe arrivato Khedira. Senza dimenticare Hernanes. Senza dimenticare la cessione di un giovane come Coman.

Sarebbe ingiusto da parte mia ricordare solo le operazioni negative. Bisogna dare atto alla dirigenza di aver portato a Torino due potenziali campionissimi, come Alex Sandro e Dybala. E Rugani, che in pochi si ricordano, ma che sarà il pilastro della difensa bianconera dei prossimi dieci anni o più. Tuttavia la bilancia, soppesando le varie operazioni, non pende dalla parte giusta. E così ha dimostrato il campo, almeno fino a questo momento. Un campo dove in Campionato stiamo rincorrendo squadre che fino a ieri non ci vedevano nemmeno con il binocolo. Un campo dove il modulo che sembra funzionare meglio è quello che in Europa va peggio, e di sicuro non è quello che la portato Madama a giocare la finalissima di Berlino.

Anche io stavo meglio a Berlino. Allora avevo la certezza di essere all’inizio di un ciclo. Adesso, dopo la mazzata di Siviglia, ho la certezza che faremo una grandissima fatica a tornare in finale e, con una strategia come quella di quest’estate, difficilmente ci ritorneremo nel breve periodo. E questo, per un tifoso come me, è una mazzata davvero imponente.

Poi ci vuole la razionalità e un’analisi che va oltre l’aspetto del tifo e del calciomercato. Questo è il presente e non mi sento di paragonarmi ad altri tifosi di altre piazze. Se mi lamento io, cosa dovrebbero fare gli altri tifosi italiani, che non toccano un trofeo da anni e anni?

Lunedì, la Juventus conoscerà il suo destino in Champions League. Gli avversari sono tutti pericolosi e assetati di vittorie. Con il Wolfsburg e con lo Zenit ce la giochiamo? Può essere. Con il Barcellona e il Bayern usciamo? Probabile. Ma lo sport è bello perché è strano, e il calcio non fa eccezione. Chiunque sarà l’avversario, è dovere dei tifosi spingere la squadra, sempre e comunque, ieri come oggi come domani. Perché se si parte sconfitti, si perde sicuramente. Se invece ci si crede, anche ad un miracolo che sembra impossibile, il suddetto miracolo può avvenire. Ricordate le Olimpiadi di Lake Placid del 1980? In quanti credevano che la nazionale statunitense di hockey (allora composta da universitari e dilettanti) battesse la strepitosa Sbornaja russa? Nessuno probabilmente avrebbe scommesso un centesimo di dollaro su un miracolo che poi si verificò per davvero.

Tifiamo, speriamo e incitiamo. Con la consapevolezza di non essere più quelli dello scorso anno. Ma con la certezza che i nostri onoreranno al meglio la competizione, meritandosi gli applausi al termine dei 180 minuti, qualsiasi sia il risultato.

E poi chissà…magari il 28 di Maggio del 2016 andremo a mangiare indiano a Milano.

 

Fabio Sorini

@TheOneFabio In una notte di inizio dicembre, apro e leggo un articolo del Dottor Zampini che mi riporta alla mente una delle notti più dolorose, ma anche più affascinanti, della storia recente della mia squadra del cuore. Quando un manipolo di giocatori agguerriti e senza paura stavano per riuscire a mettere in ginocchio La Grande Macchina Catalana.
Anche io mi ricordo come partì quella stagione: con sputi alla macchina di Allegri, con insulti di ogni tipo e con la squadra che piano piano si è compattata intorno alle idee tattiche del mister. Idee che ci hanno portato lontano, ma così lontano che stavamo per toccare l’orizzonte con un dito. Mai più, in quel 15 di Luglio del 2014, avrei pensato di arrivare alle 20:45 del 6 Giugno 2015, con la mia squadra del cuore in campo per giocarci il Treble (la parola “Triplete” lasciamola ad altri: ha oggettivamente stufato).
Dopo la partita, magari avessimo giocato le altre finali in questo modo, dentro di me c’era una sensazione di orgoglio misto ad ottimismo. Ero sinceramente felice. Si può essere felice quando si perde? Non al 100%, ma si, si può. Ero felice perché pensavo che quella partita finita con la medaglia d’argento, fosse soltanto l’inizio di un ciclo europeo che ci avrebbe portato a giocarcene altre di quelle partite, negli anni successivi. Pensavo che, visto l’acquisto imminente Dybala, la società avesse varato una “linea-giovane” che, con il tempo, ci avrebbe fatto avvicinare ai top teams. Mai più pensavo che avrebbero smantellato la squadra. Mai più pensavo che, la cessione di un big sarebbe avvenuta senza una valida alternativa in mano. Non è da Juventus mi dicevo. Non è da Juventus pre 2006 quanto meno. Mai più pensavo che al posto del partente Vidal, sarebbe arrivato Khedira. Senza dimenticare Hernanes. Senza dimenticare la cessione di un giovane come Coman.
Sarebbe ingiusto da parte mia ricordare solo le operazioni negative. Bisogna dare atto alla dirigenza di aver portato a Torino due potenziali campionissimi, come Alex Sandro e Dybala. E Rugani, che in pochi si ricordano, ma che sarà il pilastro della difensa bianconera dei prossimi dieci anni o più. Tuttavia la bilancia, soppesando le varie operazioni, non pende dalla parte giusta. E così ha dimostrato il campo, almeno fino a questo momento. Un campo dove in Campionato stiamo rincorrendo squadre che fino a ieri non ci vedevano nemmeno con il binocolo. Un campo dove il modulo che sembra funzionare meglio è quello che in Europa va peggio, e di sicuro non è quello che la portato Madama a giocare la finalissima di Berlino.
Anche io stavo meglio a Berlino. Allora avevo la certezza di essere all’inizio di un ciclo. Adesso, dopo la mazzata di Siviglia, ho la certezza che faremo una grandissima fatica a tornare in finale e, con una strategia come quella di quest’estate, difficilmente ci ritorneremo nel breve periodo. E questo, per un tifoso come me, è una mazzata davvero imponente.
Poi ci vuole la razionalità e un’analisi che va oltre l’aspetto del tifo e del calciomercato. Questo è il presente e non mi sento di paragonarmi ad altri tifosi di altre piazze. Se mi lamento io, cosa dovrebbero fare gli altri tifosi italiani, che non toccano un trofeo da anni e anni?
Lunedì, la Juventus conoscerà il suo destino in Champions League. Gli avversari sono tutti pericolosi e assetati di vittorie. Con il Wolfsburg e con lo Zenit ce la giochiamo? Può essere. Con il Barcellona e il Bayern usciamo? Probabile. Ma lo sport è bello perché è strano, e il calcio non fa eccezione. Chiunque sarà l’avversario, è dovere dei tifosi spingere la squadra, sempre e comunque, ieri come oggi come domani. Perché se si parte sconfitti, si perde sicuramente. Se invece ci si crede, anche ad un miracolo che sembra impossibile, il suddetto miracolo può avvenire. Ricordate le Olimpiadi di Lake Placid del 1980? In quanti credevano che la nazionale statunitense di hockey (allora composta da universitari e dilettanti) battesse la strepitosa Sbornaja russa? Nessuno probabilmente avrebbe scommesso un centesimo di dollaro su un miracolo che poi si verificò per davvero.
Tifiamo, speriamo e incitiamo. Con la consapevolezza di non essere più quelli dello scorso anno. Ma con la certezza che i nostri onoreranno al meglio la competizione, meritandosi gli applausi al termine dei 180 minuti, qualsiasi sia il risultato.
E poi chissà…magari il 28 di Maggio del 2016 andremo a mangiare indiano a Milano.

Fabio Sorini
@TheOneFabio
In una notte di inizio dicembre, apro e leggo un articolo del Dottor Zampini che mi riporta alla mente una delle notti più dolorose, ma anche più affascinanti, della storia recente della mia squadra del cuore. Quando un manipolo di giocatori agguerriti e senza paura stavano per riuscire a mettere in ginocchio La Grande Macchina Catalana.
Anche io mi ricordo come partì quella stagione: con sputi alla macchina di Allegri, con insulti di ogni tipo e con la squadra che piano piano si è compattata intorno alle idee tattiche del mister. Idee che ci hanno portato lontano, ma così lontano che stavamo per toccare l’orizzonte con un dito. Mai più, in quel 15 di Luglio del 2014, avrei pensato di arrivare alle 20:45 del 6 Giugno 2015, con la mia squadra del cuore in campo per giocarci il Treble (la parola “Triplete” lasciamola ad altri: ha oggettivamente stufato).
Dopo la partita, magari avessimo giocato le altre finali in questo modo, dentro di me c’era una sensazione di orgoglio misto ad ottimismo. Ero sinceramente felice. Si può essere felice quando si perde? Non al 100%, ma si, si può. Ero felice perché pensavo che quella partita finita con la medaglia d’argento, fosse soltanto l’inizio di un ciclo europeo che ci avrebbe portato a giocarcene altre di quelle partite, negli anni successivi. Pensavo che, visto l’acquisto imminente Dybala, la società avesse varato una “linea-giovane” che, con il tempo, ci avrebbe fatto avvicinare ai top teams. Mai più pensavo che avrebbero smantellato la squadra. Mai più pensavo che, la cessione di un big sarebbe avvenuta senza una valida alternativa in mano. Non è da Juventus mi dicevo. Non è da Juventus pre 2006 quanto meno. Mai più pensavo che al posto del partente Vidal, sarebbe arrivato Khedira. Senza dimenticare Hernanes. Senza dimenticare la cessione di un giovane come Coman.
Sarebbe ingiusto da parte mia ricordare solo le operazioni negative. Bisogna dare atto alla dirigenza di aver portato a Torino due potenziali campionissimi, come Alex Sandro e Dybala. E Rugani, che in pochi si ricordano, ma che sarà il pilastro della difensa bianconera dei prossimi dieci anni o più. Tuttavia la bilancia, soppesando le varie operazioni, non pende dalla parte giusta. E così ha dimostrato il campo, almeno fino a questo momento. Un campo dove in Campionato stiamo rincorrendo squadre che fino a ieri non ci vedevano nemmeno con il binocolo. Un campo dove il modulo che sembra funzionare meglio è quello che in Europa va peggio, e di sicuro non è quello che la portato Madama a giocare la finalissima di Berlino.
Anche io stavo meglio a Berlino. Allora avevo la certezza di essere all’inizio di un ciclo. Adesso, dopo la mazzata di Siviglia, ho la certezza che faremo una grandissima fatica a tornare in finale e, con una strategia come quella di quest’estate, difficilmente ci ritorneremo nel breve periodo. E questo, per un tifoso come me, è una mazzata davvero imponente.
Poi ci vuole la razionalità e un’analisi che va oltre l’aspetto del tifo e del calciomercato. Questo è il presente e non mi sento di paragonarmi ad altri tifosi di altre piazze. Se mi lamento io, cosa dovrebbero fare gli altri tifosi italiani, che non toccano un trofeo da anni e anni?
Lunedì, la Juventus conoscerà il suo destino in Champions League. Gli avversari sono tutti pericolosi e assetati di vittorie. Con il Wolfsburg e con lo Zenit ce la giochiamo? Può essere. Con il Barcellona e il Bayern usciamo? Probabile. Ma lo sport è bello perché è strano, e il calcio non fa eccezione. Chiunque sarà l’avversario, è dovere dei tifosi spingere la squadra, sempre e comunque, ieri come oggi come domani. Perché se si parte sconfitti, si perde sicuramente. Se invece ci si crede, anche ad un miracolo che sembra impossibile, il suddetto miracolo può avvenire. Ricordate le Olimpiadi di Lake Placid del 1980? In quanti credevano che la nazionale statunitense di hockey (allora composta da universitari e dilettanti) battesse la strepitosa Sbornaja russa? Nessuno probabilmente avrebbe scommesso un centesimo di dollaro su un miracolo che poi si verificò per davvero.
Tifiamo, speriamo e incitiamo. Con la consapevolezza di non essere più quelli dello scorso anno. Ma con la certezza che i nostri onoreranno al meglio la competizione, meritandosi gli applausi al termine dei 180 minuti, qualsiasi sia il risultato.
E poi chissà…magari il 28 di Maggio del 2016 andremo a mangiare indiano a Milano.

Fabio Sorini @TheOneFabio