Ancelotti, Marotta, Agnelli: la Juve resta la stessa, gli altri pure

di Massimo Zampini |

In fondo, anche quando pare che ci siano in atto grandi cambiamenti, va sempre tutto allo stesso modo.

Sul campo, in cui anche dopo un inizio brutto e pericoloso (se regali 20 minuti così alle big europee scordati di fare in tempo a recuperare) si comincia a salire di tono, avanzare il baricentro e Ronaldo fa capire che a lui piacciono queste partite, meglio ancora se stai sotto e la pressione sale ancora, quei momenti in cui tanti altri si nascondono e lui vuole palla, sfida l’avversario, crossa, tira, dribbla, svetta di testa e non segna per puro caso, ma ne fa fare 3. E’ tutta la Juve che reagisce, certo, e non è il primo anno che accade, succedeva anche senza di lui, ma l’altro giorno si è avuta la netta impressione di un giocatore pronto a trascinare gli altri, a ricordare loro quanto siano forti, più forti dei rivali. Bravo il nostro flop e brava Juve, tranne per quei venti minuti e per i primi cinque dopo l’espulsione, quella pericolosissima rilassatezza – diremmo presunzione – emergente quando le cose sembrano facili, che sarà l’unico vero grande pericolo della stagione: se pensi di avere già vinto perché sei più forte, perché hai 6 punti di vantaggio, perché sei in vantaggio e con un uomo in più, perché quest’anno hai pure Ronaldo, è la volta buona che rischi sul serio. Testa bassa, allora, e chiudere i giornali con i loro “record”, 7 vittorie su 7, campionato già chiuso e fesserie varie: il nostro calendario sarà complicatissimo nelle ultime partite, è necessario guadagnare punti ora senza credere a chi pensa a un torneo già chiuso dopo poche partite.

 

I giornali, appunto, perché poi non cambia niente neanche là: una bella partita prima sofferta e poi dominata, vinta 3-1, con una espulsione ineccepibile ed ecco la Gazzetta proseguire imperterrita nel suo irrefrenabile declino da spargitrice di veleni, con i difensori del Napoli ammoniti “già al decimo della ripresa” (brutto ammonire così, a freddo, già nella prima ora di gioco), “arbitraggio casalingo”, “la vicenda Mario Rui emblematica”, “primo giallo severo”, roba che forse neanche i moviolisti di Canale21, ma alla Gazzetta funziona così: per ogni entrata pericolosa di Pjanic si pretende il rosso ma se Rui ne fa due l’arbitraggio è casalingo e il “primo giallo è severo”.
E non cambia nulla neanche fuori, tra lamentele di ogni tipo, perché ormai il canovaccio è stranoto, con il già denunciato malinconico passaggio dalle storiche polemiche per gol annullati e rigori negati fino alle attuali per ammonizioni non date e il leggendario “metro diverso”, che ovviamente rende impossibile una valutazione serena di qualsiasi cosa, perché se ti metti a cercare vuoi non trovare un cartellino non dato o un vantaggio non concesso? E, già alla settima giornata, ci casca pure Ancelotti, uno che alla Juve non ha detto una parola pur dopo avere perso degli scudetti all’ultima giornata (anche un’ora dopo che per le altre era finita l’ultima giornata) ma arriva a Napoli e voilà, ecco l’arbitraggio negativo, le decisioni superficiali, per giustificare una sciocchezza commessa da un proprio giocatore, spostare l’attenzione dal campo all’arbitro, prendersi gli applausi dei suoi nuovi tifosi e media di riferimento. Altro che nuova mentalità, è Ancelotti che si è adattato all’ambiente. Spiace per un ambiente (non solo Napoli, penso a gran parte del calcio italiano) che non sa più analizzare una partita, capire che se domini un quarto d’ora e sparisci per il resto della partita alla fine perdi ed è normale che sia così, che Ronaldo è un fuoriclasse sensazionale che tu non hai, che gli altri sanno non perdere la testa anche se vanno sotto mentre tu, appena vai sotto, fai un fallo demenziale quando sei già ammonito, e così via. Niente, rimane solo l’arbitraggio superficiale, anche per il nuovo Ancelotti partenopeo. Meglio così, per noi.

 

E pare cambi tutto anche da noi, con l’addio a un grandissimo dirigente, protagonista del ciclo più incredibile di sempre, la sua voce rotta nel salutare, perché “la Juve ha scelto così”, è per una politica di rinnovamento. La Juve è sempre più importante di tutto, sembrano riconoscerlo fin da subito anche coloro che salutano. E allora grazie ancora, Beppe, sarà impossibile dimenticare questi anni, ma se qui non cambia nulla nei risultati e anzi le prospettive crescono anno dopo anno è proprio perché spesso cambiamo tutto, prima che gli altri capiscano cosa stia accadendo. E così si rinuncia ai grandi giocatori, ai grandi allenatori, ai grandi dirigenti, perché tutto si interrompa un attimo prima che sia troppo tardi, per cominciare un futuro brillante anche se all’inizio sembra sempre troppo presto.

Ed eccolo, Andrea Agnelli davanti ai microfoni, che come sempre fa capire in 3 secondi che è tutto sotto controllo e cancella chiacchiere senza senso, perché non è come dicono i giornali, non siamo davvero alla deriva, con Paratici pronto a partire, problemi, spaccature. Agnelli è là, fermo, sicuro, a riconoscere la grande opera di Marotta e anche Mazzia, bravi anche a far crescere dirigenti alle loro spalle. A dire che l’organizzazione della Juve rimane la stessa, cambiano gli uomini, perché a 45 anni si è uomini pronti a prendersi certe responsabilità. Perché la sfida ora è l’Europa, sono le principali squadre del continente, ancora davanti come ricavi e fatturato. Ti parla già della visione chiarissima per i prossimi 6 anni, mentre altrove stanno ancora pensando a Mario Rui due giorni fa.

Ed è qui, mentre Agnelli parla per soli 4 minuti più densi di contenuti e programmazione rispetto a chiacchiere di ore di dirigenti altrui; mentre scommettiamo che Marotta, finalmente, tornerà a breve quel dirigente corretto e stimato che è sempre stato prima di cominciare a vincere da noi; mentre Andrea elenca i nomi di chi avrà le deleghe per i ricavi, i servizi e lo sport, dà appuntamento all’assemblea di fine ottobre, parla di sfide globali, ricorda la centralità del campo e ribadisce ancora una volta che il modello di gestione sarà in continuità assoluta con il recente passato, è esattamente lì che capisco ancora una volta perché, anche quando sembra che cambi tutto, alla fine, per fortuna, non cambia assolutamente niente.