Tra alti e bassi, la Juve prova a crescere

di Nevio Capella |

Se gli ultimi minuti della partita contro il Bologna ci erano sembrati palpitanti e adrenalinici, non potevamo di certo immaginare l’epilogo che avrebbe avuto la successiva gara interna contro i rossoblu di Genova.
Già da qualche settimana ci si interroga sui motivi per i quali la Juventus riesca quasi sistematicamente a produrre un gioco di buon livello e soprattutto un numero molto alto di occasioni da gol e di tiri vero la porta avversaria, ma nonostante ciò si ritrovi poi molto spesso a dover vincere le sue partite nelle fasi finali e di misura (ben nove volte su dieci).

Sarri aveva lanciato questo tipo di allarme nel dopo gara di San Siro e ci è tornato anche ieri confermando che la squadra concretizza solo una minima parte di quanto costruito.
In alcune occasioni è successo quando abbiamo giocato senza un vero e proprio riferimento centrale in attacco, posizione che al momento in rosa è coperta dal solo Higuain, anche se in realtà la presenza in campo del Pipita più che colmare questo deficit realizzativo ha mostrato che con lui la Juve attacca in maniera diversa e riesce a creare problemi maggiori alle difese avversarie.
Potremmo tornare sulla questione di non avere un ricambio come centravanti, visto che ieri il Pipa è rimasto fuori per indisponibilità e non per scelta tecnica, ma è un discorso vecchio e ormai chiuso.
Forse è più utile, anche alla luce del ritorno tra i disponibili di Douglas Costa, interrogarsi su quale modulo tra il 4-3-3 e il 4-3-1-2 con trequartista sia quello più efficace per risolvere questo problema.

Ad essere sinceri, rispetto alle prestazioni di Lecce e di Champions con la Lokomotiv, ieri è risultato abbastanza percepibile un piccolo passo indietro a livello di lucidità condito da una certa frenesia con cui la squadra nel secondo tempo cercava la soluzione giusta, il che ha contribuito ad arrivare fino ai minuti di recupero con il punteggio di parità, nonostante l’uomo in più.
Diversi meriti sono senza dubbio da ascrivere al Genoa trasformato molto velocemente da Thiago Motta in una squadra a tutto pressing, ma sorge il dubbio che oltre ad aver pesato ieri l’assenza di Pjanic in cabina di regia, stia influendo molto in queste ultime partite la necessità di riposare di alcuni elementi.
Su tutti mi vengono in mente Bonucci e Alex Sandro.

Il capitano ha iniziato a mostrare un po’ di annebbiamento a partire dalla gara contro il Bologna fino a ieri sera quando, seppure con il merito di aver sbloccato l’incontro, ha avuto qualche incertezza optando per la scelta sbagliata, come nell’occasione che ha poi portato all’espulsione di Rabiot.
Al momento è l’unico giocatore della nostra rosa a non aver saltato nemmeno un minuto delle 13 partite disputate: per ora quando è previsto un po’ di turn over, il mister preferisce far riposare De Ligt e considerati prossimi tre avversari che incontreremo prima di una nuova sosta, risulta difficile immaginare Leo seduto in panchina.

Per quanto concerne Alex Sandro si potrebbe applicare il discorso della coperta corta come fatto per Higuain, ma bisogna anche considerare che i due giocatori che potrebbero fargli tirare il fiato, seppur fuori ruolo, sono stati indisponibili per oltre un mese.
Non credo sia un caso che ieri a proporre un’apertura abbastanza scontata e leggibile dalla quale poi è nato l’incredibile gol di Kouamè sia stato proprio il brasiliano, apparso meno lucido anche in fase di spinta rispetto ad un inizio di stagione oltre ogni rosea aspettativa, culminato con la gara eccezionale disputata al Metropolitano.

Di certo c’è che siamo arrivati a metà del secondo di tre mini cicli, e i risultati per ora danno ragione al lento processo di crescita di questa nuova Juve.


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