Allenatori vincenti e allenatori perdenti

di Sandro Scarpa |

Vincere non è così bello quanto è brutto perdere”

Per una Juventus abituata a tiranneggiare in casa  lasciando briciole annuali alle altre, perdere i due titoli italiani di contorno nello stesso anno (dopo 7 anni) è un’onta imperdonabile, enorme rispetto a qualsiasi considerazione post-vittoria sul fatto che “vincere e rivincere, anche se si è nettamente più forti, è sempre una cosa straordinaria“.

C’è stato un tempo, per 20 anni, da Galia a Morata, in cui la Coppa Italia era un titolo avulso dagli obiettivi stagionali, la consolazione per chi non aveva altre. Poi sono arrivati Conte e la sua fame e soprattutto Allegri e il suo ciclo -sempre, perennemente sottostimato- in cui la cannibalizzazione è debordata, con un’incredibile (ora sì, si comprende meglio) capacità di “vincere” sempre e comunque, male o malissimo o a volte benino.

Ora ci si trova a fronteggiare vari livelli di riflessione: questa squadra sa vincere? Questa rosa è costruita bene? Questo allenatore sa vincere?

Tutti quesiti inediti per noi.

Tutte domande accantonate negli ultimi 7 anni, quando le domande oziose erano: possiamo giocare meglio? Possiamo vincere in modo diverso? L’allenatore, oltre che vincere, può sfruttare questa rosa in modo migliore?

Eppure sono le domande “basic” per lo sport e per la Juve: puoi vincere? Sai vincere? Se sì, allora tutto il resto è inevitabilmente secondario.

E così, visto che la rosa è la stessa dell’anno scorso (con qualche risorsa per ora inefficace in più, un capitano in meno e un giovane notevole in più) la domanda si sposta sull’uomo nuovo: Maurizio Sarri.

“Ci sono allenatori che vincono sempre e allenatori che non vincono mai. E se non vinci mai, ci sarà un motivo”

Maurizio Sarri è l’ultimo allenatore italiano ad aver vinto in Europa. In carriera ha (ricordato ieri) 8 promozioni e record di punti per il Napoli. Eppure ieri in un sol colpo -e due rigori- ha interrotto 7 anni di dominio “esteso” Juve (con lo Scudetto abbinato almeno ad un altro trofeo domestico) e 6 anni di digiuno del Napoli, che aveva vinto la Coppa con Mazzarri e Benitez, ma non -appunto- nel “memorabile” ciclo Sarri.

Da tre mesi ci ripetiamo che la ripresa sarebbe stata falsata, condizionata da mesi di inattività, situazione mentale unica, affollamento di gare in pochi giorni, senza pubblico, senza parametri fisici ideali, dopo settimane di “no, non si riparte più”.

Eppure siamo qui ad esprimere giudizi universali e condanne apocalittiche su Sarri, sulla rosa, sui singoli. 180 minuti senza occasioni, senza nerbo, senza idee offensive, senza sacrificio, senza tensione alla vittoria, senza alternative ad un piano gara inerte con 5 cambi non sfruttati dopo un’ora. Prima 10 minuti col Milan poi 20 col Napoli di esercitazioni di supremazia carina e incoraggiante da vedere, ma con ottuso assembramento nella metà campo rivale.
Il nostro baricentro è stato più alto di 20 metri, ma il Napoli ha registrato 8 occasioni (e 2 pali) a 1. Fine delle chiacchiere.

Su tutto, la sensazione di un filo diretto tra questa Juve post-lockdown con quella abulica di inizio 2020 (Inter a parte).

Andrea Agnelli, presenziando con De Laurentiis alla “surreale” consegna della coppa, ha dimostrato -ovvio- di rispettare i verdetti.
Ma la Juve per definizione NON SA PERDERE e non vuole imparare a farlo. Non accetta la sconfitta.

E Sarri dovrà dimostrare altrettanto: saper vincere, rifuggire la sconfitta da favoriti, sopra tutto e tutti, bene o male, sopra qualsiasi idea (ora fallita) di cambio filosofico o rivoluzione.