Allegri vs Adani: The Duel

di Claudio Pellecchia |

Mentre rientravo da San Siro alla ricerca della lucidità comprensibilmente perduta e con il resto del mondo che si preparava alle varie manifestazioni di terrapiattismo di queste ore, amici e colleghi mi segnalavano un Allegri turbolento nel post gara, in particolare con Daniele Adani. Ovvero uno dei pochi che, nel nulla cosmico che caratterizza gli italici approfondimenti post partita, prova a parlare di calcio nel modo giusto, veicolando i messaggi giusti. Per questo l’iniziale ritrosia nell’ascoltare le parole del mister (anche perché vedere la sua attuale Juventus dal vivo – finale thrilling a parte – è un inno all’umana comprensione e alla cristiana rassegnazione) si è trasformata in inevitabile curiosità: cosa poteva aver mai detto l’ex difensore dell’Inter per innervosire un istrione della comunicazione a tal punto da spingerlo ad abbandonare microfono e intervistatore?

Prima di provare ad analizzare, scomponendola pezzo per pezzo, c’è da premettere che in questa intervista Allegri si dimostra coerente nel ribadire quale sia la sua idea del calcio: potrà piacere o meno ma quella è ed è inutile immaginarsi nelle ultime 4 partite della stagione quello che non è accaduto nelle 40 e passa che le hanno precedute. E forse è questo l’unico errore di tipo relazionale che l’opinionista di Sky commette nell’approccio con il livornese, nell’economia di domande che non potevano non essere poste, se non altro perché sono quelle che hanno caratterizzato l’andamento del 2017/2018 bianconero.

Inizialmente (dal min 3:28), nel rispondere ad Ambrosini che sottolinea l’eccessiva indolenza nella gestione troppo conservativa del primo vantaggio e della superiorità numerica, il tecnico è concorde nello stigmatizzare la costante del rallentamento del ritmo dopo aver segnato, attribuendola però a quei movimenti provati in sede di preparazione della partita non più applicati dopo i primi 15 minuti (in particolare Douglas Costa a venire dentro il campo facendosi trovare tra le linee – a portando contestualmente via un uomo a Cuadrado in fascia – e Mandzukic chiamato a forzare il due contro uno vs Cancelo sul binario di sinistra per limitarne l’apporto in fase propulsiva) e a una scarsa velocità in sede di trasmissione di palla.

Per Massimiliano Allegri uno dei motivi della scarsa brillantezza offensiva della Juventus del Meazza sono stati i movimenti non sempre corretti dei due esterni offensivi: a Douglas Costa era stato richiesto di rientrare maggiormente verso il centro del campo per ricevere palla tra le linee, a Mandzukic di forzare il 2 vs 1 contro Cancelo in combinazione con Alex Sandro. Le heatmap dei due protagonisti (a sinistra) , confrontate con le zone di influenza degli esterni difensivi nerazzurri (a destra) confermano come le richieste del tecnico livornese non siano state pienamente soddisfatte

 

E’ a questo punto (min 4:50) che interviene Adani in merito all’episodicità e al peso delle giocate dei singoli (nonché sulla prevalenza rispetto alla collettività e alla coralità della manovra), chiedendosi se la Juventus possa giocare meglio in tal senso, ovvero mettersi in condizione di meritarsi queste giocate piuttosto che limitarsi ad attenderle passivamente: Allegri riprende il tema della condizione fisica, della mancata applicazione di certi movimenti e delle modalità di gestione dei singoli momenti della partita, insistendo su come tutto passi da una fase di possesso palla a velocità adeguata prima dell’accelerazione nell’ultimo terzo di campo. Nel farlo, torna sulla gara contro il Napoli (definita come “una delle più brutte del campionato” da parte di “entrambe le squadre”), invitando contestualmente a ripensare alla difficoltà di infilare una striscia di 18 vittorie, due pari e tre sconfitte nelle ultime 21 giornate, a prescindere dal livello degli avversari.

La polemica parte a 7:55, con il fastidio menifestato verso i troppi discorsi sulla parte prettamente teorica del gioco e sull’eccessivo peso che si vuole dare agli schemi nell’economia di un risultato da raggiungere: quando, poi, Marco Cattaneo dice che “servono anche gli schemi” arriva l’ormai celebre parallelismo con il basket, che, almeno secondo l’opinione di chi scrive, è forse fin troppo semplicistico. Perché se da un lato è certamente giusto che, quando lo schema non riesce e i 24 secondi dell’azione stanno per scadere la palla finisce alla stella della squadra affinché ci pensi lui (soprattutto nei finali di partita con l’esecuzione che, però, viene comunque preparata alla lavagna), è altrettanto giusto ricordare che si tratta di una situazione figlia di una cattiva esecuzione del gioco collettivo: non è anormale che si verifichi, lo è estremizzare questo concetto fino a far credere che ogni playbook di ogni coach ruoti intorno a quello che gli americani hanno chiamato “hero ball”, cioè palla al più forte e gli altri possono anche levarsi di mezzo.

Il buzzer beater di LeBron James contro i Jazz è l’esempio più recente di ciò che Allegri intende per “palla al più forte e ci pensa lui” quando il cronometro sta per scadere. Anche una situazione del genere, però, è frutto di qualcosa provato e riprovato in allenamento e originato da una serie di movimenti di squadra codificati per liberare lo spazio al tiratore

 

Un modus operandi che non ha funzionato nemmeno con Michael Jordan, che ha iniziato a dominare e vincere senza ritegno solo quando Phil Jackson lo ha messo al centro di un sistema in cui i compagni giocassero CON lui, eseguendo un certo numero di movimenti e situazioni codificate legate alle singole capacità di read and react: ovvio che ci fossero momenti in cui il 23 avesse carta bianca (tipo i 40 secondi che sconvolsero il mondo a Salt Lake City) ma sempre sulla base di un’associatività che permettesse all’uomo decisivo di risultare tale nei momenti che contano. L’improvvisazione del fuoriclasse nei secondi finali di un’azione in cui l’esecuzione non è avvenuta nei modi e nei tempi corretti, quindi, è solo l’extrema ratio all’interno di un’impiantistica collettiva in cui i singoli devono essere perfettamente inseriti per far fronte con le loro qualità ai momenti in cui gli schemi possono risultare inefficaci o, addirittura, limitanti. Che, poi, era ciò che si criticava al Conte dell’ultimo periodo nonché il principale grado di separazione con le prime, vincenti e convincenti Juventus allegriane.

Il fatto che, oggi, tutto questo si stia verificando con sempre minore frequenza (basta vedere le diatribe legate alla incollocabilità di Dybala) smonta sul nascere anche quanto detto nella successiva frecciata in relazione al valore e all’incidenza dei Messi, dei Cristiano Ronaldo, degli Higuain: perché mentre i primi due sono posti nella condizione di poter fare il proprio mestiere, il terzo fino al minuto 89 della gara del Meazza continuava a dimenarsi in quel limbo di astrazione e indeterminatezza che gli ha impedito di trovare la via della rete nelle precedenti nove occasioni e con un numero relativo di occasioni per interrompere il digiuno. Il problema, quindi, non è che per Allegri tutto si basi sull’organizzazione difensiva e sulle qualità del singolo elemento offensivo chiamato a fare la differenza, ma sulla sua effettiva applicabilità ad una squadra che non solo non riesce più ad affidarsi alle sue stelle dandogli la possibilità di esprimersi al meglio, ma che è collettivamente disastrosa in entrambe le fasi (il pressing totalmente disorganico pur nella situazione di vantaggio numerico e le consuete difficoltà nella costruzione bassa sono solo la punta di un iceberg bello grosso), dimostrando di VOLER dipendere dall’ episodio che, comunque, non viene cercato ma aspettato. Salvo poi scontrarsi con l’evidenza dei fatti quando detto episodio gira a sfavore (Crotone, in fondo, non è lontana). La puntualizzazione finale sulla tecnica e “sul vero male del calcio italiano”, poi, rientra anch’essa nel paradosso di un principio enunciato benissimo nella teoria ma messo malissimo in pratica, essendo la Juventus la squadra che gioca tecnicamente peggio in relazione alla quantità e qualità dei giocatori a disposizione (e dovrebbe essere chi siede in panchina a trovare il modo di porre rimedio), soprattutto per ciò che riguarda la tecnica applicata in funzione di un’idea di calcio chiara, riconosciuta, riconoscibile. Valga, a questo proposito, la chiosa finale di Adani (min 12:55) quando, chiedendo per “imparare e non per giudicare”, evidenzia come sia importante non relativizzare l’importanza dell’idea di cui sopra, mascherandosi dietro il rifiuto dell’eccessiva teorizzazione del concetto di schema.

Cosa resta, quindi, alla fine della fiera? In realtà lo scontro è meno ideologico e cristallizzato di quanto sembri, imperniato più sulla mera terminologia che non sui concetti che la stessa deve rappresentare. Allegri se l’è presa probabilmente perché ha visto nelle parole dello studio un attacco velato a quella che è la sua idea del calcio e un contestuale elogio a quella che ne è l’opposto (quella, per intenderci, di Sarri e/o Conte); Adani nel ribadire alla fine (e, per questo, è un peccato che il mister se ne sia andato prima del tempo) l’importanza della tecnica nell’applicazione dell’idea retrostante allo schema e alla giocata codificata, si mette parzialmente sulla stessa lunghezza d’onda di un allenatore che filosoficamente gli è molto più vicino di quanto si pensi. A patto, ovviamente, di non trasformare una discussione comunque interessante e ricca di spunti in una guerra di posizione: cosa che, purtroppo, sta già accadendo.