Allegri vs Adani parte seconda, quasi peggio della prima

Qualcuno si aspettava scintille. Altri hanno visto il derby solo per attendere trepidanti il dopopartita. Altri ancora si aspettavano un duello a colpi di concetti tecnico-tattici da far rabbrividire qualsiasi teorico, pratico, o storico del calcio. E invece, il secondo, e probabilmente ultimo confronto tra Daniele Adani e Massimiliano Allegri dopo le scaramucce del post Inter-Juventus, non ha offerto alcuno spunto interessante. Anzi, entrambi i contendenti sono riusciti a fare anche peggio della volta precedente.

Lo ripetiamo: rompere il rituale televisivo che accompagna il calcio giocato non è un’impresa semplice. Il rituale funziona. Stesse domande, risposte più o meno standardizzate insaporite da qualche nervosismo post-partita, qualche domanda maliziosa cui seguono risposte ironiche o piccate, con personaggi più adatti a bucare le telecamere e altri meno, rare liti indimenticabili che a qualsiasi tifoso piace di tanto in tanto andare a rivangare. Si tratta però, solitamente, di variazioni sul tema, che lasciano il rituale intatto, e anzi lo fortificano proprio rompendolo occasionalmente, per attimi brevi. Se invece si decide di prendersi sul serio e di imbastire una vera e propria dissertazione/confronto su idee di gioco, filosofie calcistiche e teoria e prassi del calcio moderno, beh, allora chi ha spazio e visibilità per esprimersi deve arrivare a farlo con una preparazione lessicale e argomentativa ineccepibile, e con una capacità di organizzare un discorso di ben altro livello. Bisogna semplicemente prepararsi. Lo fanno tutti, anche i più grandi. Surreale, invece, è parsa la dinamica del nuovo confronto, circa venti minuti di vapore concettuale in pose che potevano essere comprensibili in un confronto Edison – Tesla all’Esposizione Mondiale di Parigi.

Ma valutiamo più nel dettaglio entrambi i contendenti:

MASSIMILIANO ALLEGRI

Fuori dal discorso calcistico, delle ultime due annate del nostro mister, non si può non apprezzare la crescita in zona comunicazione. Nel rituale, nei binari del rituale, è diventato perfetto, quasi infallibile. Il suo personaggio, come tutti, può piacere o non piacere, ma è efficace. Guascone, ironico, in grado di valorizzare i suoi tic, in grado di trasmettere la sua idea di calcio attraverso il gioco mediatico, bravo nell’empatia con i giornalisti. Ma è chiaro che il personaggio Allegri funziona bene nel botta e risposta, quando può essere fugace e allusivo. Quando può partire dalla locuzione “È molto semplice” (oppure “Il calcio è semplice”) e chiudere la risposta in una o due allusioni o una battuta. Sulla risposta lunga e il concetto complesso la musica cambia. Balbetta, fa esempi approssimativi, ritorna ai suoi mantra quando non serve, miscela toni seri e battute senza efficacia, scimmiottando, lui sì, una comicità toscana che è ampiamente sopravvalutata. Sulla sostanza poi, pecca. È concettualmente sbagliato, per esempio, chiamare in causa, nel calcio o per indicare l’essenza di un club, il concetto di DNA: ovvero il biologico, ovvero qualcosa che precede il fattore culturale. Non esiste il DNA Juventus, il DNA Real Madrid, il DNA Barcellona, il DNA Milan, il DNA Bayern o il DNA Ajax, per restare ai grandi club. Esistono semmai culture calcistiche perseguite di club nel corso della loro storia, pronte a evolversi nella contaminazione in tempi decisamente più veloci di quelli necessari alla genetica. E non esiste grande club che non fa dei mutamenti culturali in corso nel mondo del calcio un’arma per migliorarsi e restare ad altissimi livelli. Chi non lo fa, fa la fine dell’Inter. Chi ha palcoscenici per esprimersi, oggi più che mai ribadiamo, deve prepararsi.

DANIELE ADANI

Diverso è il discorso che riguarda Daniele Adani, che in quanto professionista della televisione, ha interiorizzato alcune prassi da volto mediatico. Adani è abbastanza preciso sul linguaggio (gergo) calcistico, ha tempi e ritmi televisivi, sa spiegare e motivare il suo pensiero con relativa chiarezza. Ma sbaglia totalmente i toni, a dire il vero sfavorito anche da una tonalità di voce incalzante (ansimante?) e un accento lombardo/alto romagnolo che sottolineano la seriosità di tutti i concetti che esprime, anche i più facili, creando il fastidiosissimo “effetto saccenza” tipico di colui che sembra voler spiegare al prossimo grandi verità nascoste anche se sta dicendo che aprendo il rubinetto marchiato di rosso uscirà l’acqua calda. Un esempio per tutti, la disamina prima dell’arrivo di Allegri sull’upgrade con Guardiola; un discorso serio e plausibile se espresso con il tono giusto. Verboso e caciarone se recitato basando tutto su un “TU” impersonale (TU, JUVE n.d.r.) che “prendi Guardiola, cambi mentalità, fai questo, fai quello” dei peggiori bar di Correggio. Per non parlare del gesticolare, chiaramente appreso, studiato, ma applicato troppo rigidamente, goffamente, da piazzista occasionale di Folletto. Una faciloneria che ci fa ritornare al solito punto di partenza. Chi vuole rompere il rituale, e fare cultura calcistica in televisione, lo ribadiamo, deve prepararsi, anche nella prossemica.

Ecco perché, a chiusura, ci rivolgiamo a Marco Cattaneo, che nel tentativo di riprendere i microfoni in mano dopo 20 minuti ha beatificato il confronto tra i due come se stesse interrompendo un momento di grande cultura e approfondimento calcistico, augurandosi di continuarlo in studio nel prossimo futuro. Ben venga, a patto che tutti arrivino ben più preparati di ieri. Altrimenti, per favore, il terzo tempo fatelo al Bar Ughi.


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