Allegri non sarà mai un venditore di padelle‏

di Simone Navarra |

Se avessero un cuore ed un cervello quelli che si tingono da ‘anti’, gettando fango per voglia e natura, dovrebbero pensare a quei ragazzi che hanno gioito negli spogliatoi di Vinovo, nelle sale bianche e fresche, nei prati ebbri di festa, davanti a tutta quella gente che voleva festeggiar così il 25 aprile, la Liberazione. E poi bisogna avere presente persone come Sissoko e Osvaldo, Borriello e Pepe, Storari e Giaccherini, Amauri e Iaquinta. Pedalatori che non hanno avuto la fortuna di vincere e giocare nella squadra giusta o che hanno corso e ballato nella maglia bianconera fin quando hanno potuto e forse non voluto, desiderato. Poi va guardato Khedira, uno che è tornato decisivo dopo aver passato altrove un anno e più in naftalina; e passare davanti a quel birbante che ha preso la maglia di Pirlo ed ha scelto di venire a Torino e non andare a Napoli o Milano. C’è il cuore ed il cervello nelle vittorie, dicono i grandi. Ed allora verrebbe voglia di parlare con l’allenatore che ha riportato il sereno della vittoria. Sarebbe da chiedere perché e perché, aggiungendo se anche per lui c’è il rammarico di non aver giocato così in Europa.

Ma mister Allegri è la meraviglia della provincia arrivata in città, dell’atleta non diventato campione, dell’allievo di Galeone che da un po’ di tempo è molto più famoso di lui. Gioca con Pogba e capisci tu che guardi come in questo modo seduca e convinca, faccia fare quel passo che non hai voglia di veder fare da un’altra parte al numero 10 coloured e ispirato da un po’ di spumante. Ed allora vien da rileggere la storia di Trapattoni, che pare non fosse contento dell’acquisto di Platinì e Boniek. Si voleva rimanere con Brady e poi in caso aggiungere solo il polacco, ma poi l’Avvocato si ricordò di quel fantasista transalpino e fece la sorpresa. Ci mise un po’ a metabolizzare un gioco che mettesse al centro quel Michel, era meglio del resto Furino e le certezze della linea di centrocampo che metteva paura, completata da Tardelli e Benetti. Altra vita, altra storia. Allegri è Trapattoni per come è arrivato, quasi con le valige in mano dal Milan. Allegri è Trapattoni anni 2000 perché fa difendere la squadra nello spazio stretto che c’è tra il cerchio di metà campo e l’area. Allegri è come Trapattoni perché non si assurge a filosofo, cantore del pensiero o poeta. Lui bensì chiede tecnica, attenzione al pallone e sguardo fisso sull’azione.

Un toscano meraviglioso come Marcello Lippi arrivò alla Juventus dal Napoli e dopo una vita alla Sampdoria. Con lui si è vinto e perso quasi altrettanto, ma quello che non si dimentica era l’atletismo, la muscolarità e la voglia di andare a prendersi il risultato. Da mister campione del mondo Lippi riconosce ad Allegri il valore del buon gioco, della mano leggera sui giocatori. Proprio quella semplicità che non viene compresa da chi cerca gli applausi dei media, della critica più o meno da bar. Allegri non sarà mai un personaggio, un venditore di padelle. Le battute, il tono e il ritmo sono quelli di un signore che se viene licenziato qui riprende a lavorare da un’altra parte. Perché così gira il vento. Ma se sei abbastanza intelligente da capire una occasione così, con questo tipo di capitani non te la lasci sfuggire. Allegri è meglio dei tanti che vengono rincorsi e osannati. Un po’ di fiducia, una manciata di follia e qualche milione di euro negli uomini giusti e forse si vince alla lotteria.