Massimiliano Allegri non deve tornare alla Juventus

di Alex Campanelli |

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Mentre gran parte del popolo juventino ascoltava estasiato le parole di quel mix di Guardiola, Cruyff e Michels che oggigiorno risponde al nome di Massimiliano Allegri, io me ne stavo seduto sulla poltrona sperando con ogni fibra del mio corpo che quest’uomo non torni alla Juventus.

Sono enormemente grato ad Allegri per aver costruito due delle migliori Juve che io abbia mai visto sul campo, quella del 2015 e quella del 2017, non a caso gli anni in cui abbiamo giocato le due finali di Champions. Quelle due squadre avevano un’identità ben precisa: la prima con il rombo dei nostri 4 migliori centrocampisti dell’era post-retrocessione (oltre alla graditissima variabile Pereyra), la seconda col 4-2-3-1 e tutti gli uomini offensivi insieme.

Entrambe sapevano essere spregiudicate ma anche guardinghe, mutare a seconda degli avversari, aggredire ma anche soffrire, un’impostazione liquida che è la vera cifra dell’allenatore Allegri. Entrambe si sono schiantate contro due dei più grandi fuoriclasse di ogni epoca, circondati da squadre alla loro altezza. Si poteva fare di più in quelle finali, giocarle in maniera diversa, osare di più? Forse sì, nessuno sa come sarebbe andata, di certo Allegri non si è sentito di sconfessare il modo in cui ha raggiunto tali gare.

Poi però è arrivata l’involuzione, non solo nella rosa, ma anche nella proposta di gioco: atteggiamento sempre più rinunciatario, riduzione all’osso degli automatismi in fase offensiva, un gioco che addossava ai giocatori di talento tutte le responsabilità di creazione senza peraltro inserirli in un contesto che potesse facilitarli ed esaltarli. A sprazzi si è cercato di invertire la tendenza (penso alle due gare col Manchester United nella fase a gironi dell’ultimo anno di Allegri), ma per paura si è sempre tornati ad un atteggiamento reattivo, quell’atteggiamento che non ti fa vincere la Champions League se non hai tutti gli astri allineati come Roberto Di Matteo.

A Sky Calcio Club Allegri ha detto cose giuste, sull’importanza della cura dei passaggi, della tecnica in velocità e del non accanirsi su determinati principi ad ogni costo, ma è anche andato incontro ad eccessive semplificazioni che lo pongono fin troppo distante dal calcio giocato oggi dalle grandi squadre.

Frasi come “l’attaccante deve fare gol, il portiere deve parare” portano indietro di anni luce le lancette dell’orologio calcistico italiano, mentre nel frattempo lo stesso orologio corre senza sosta in Europa, dove i portieri registi come ter Stegen, Neuer e Alisson e gli attaccanti mobili e generosi come Firmino e Benzema alzano coppe. Dire che “sono le difese a vincere i trofei” dopo che Messi-Suarez-Neymar e Cristiano-Benzema hanno fatto a brandelli Barzagli-Bonucci-Chiellini, dopo che la Champions League anno dopo anno sta a dimostrare che fanno la differenza soprattutto le idee, il coraggio nell’approccio e nella proposta di gioco, i colpi dei talenti offensivi, è puro e semplice revisionismo storico.

Dopo l’eliminazione contro l’Ajax, la Juventus ha deciso di cambiare, nel tentativo di sconfiggere quei preconcetti all’apparenza immutabili che bloccavano la squadra dal compiere l’ultimo gradino nel gotha europeo, un cambiamento che già 4 anni fa auspicavo su queste pagine. Nel provare a costruire qualcosa di nuovo, però, la Juventus ha sbagliato tutto: le guide tecniche, gli acquisti, le cessioni, i momenti nei quali operare dei cambi, alla ricerca di una filosofia che non arriva come scienza infusa ma che costa sacrifici, anche dolorosi, come la rinuncia o l’accantonamento di coloro che non credono in una tale rivoluzione e dunque spaccano a metà la squadra più in campo che fuori.

Nonostante gli errori, riprendendo Massimiliano Allegri la Juve sconfesserebbe il proprio tentativo di rivoluzione, tornando all’antico, rinunciando definitivamente a sbarazzarsi di un bagaglio storico che è in realtà un’enorme sovrastruttura immaginaria, perché le due squadre che hanno vinto la Champions League, più quelle che vi ci sono avvicinate, non erano certo compagini rinunciatarie o povere di talento offensivo, perché il DNA Juve (se davvero vogliamo ammetterne l’esistenza) che fa vincere gli scudetti è anche lo stesso che ci paralizza nel terrore in Europa.

A pesare sono anche, e soprattutto, i cardini storici del calcio italiano, quelli del “primo non prenderle”, del catenaccio e contropiede, della “palla lunga per le punte e qualcosa succede”, insomma dei concetti preconfezionati che in Europa non funzionano più (e i risultati delle nostre squadre stanno tristemente lì a ricordarlo), e che sono stati più o meno tutti toccati da Allegri durante l’intervista.

Guardandoci indietro e rimpiangendo il passato, non raggiungeremo mai il futuro.

(Mentre finisco di scrivere dietro di me c’è Gianni Mura, non esattamente l’ultimo degli stronzi, che su Sky sta distruggendo Mourinho sostenendo che le sue vittorie non hanno lasciato niente. Ci sarebbe ancora bisogno di te, maestro).