Allegri-Mihajlovic, i tuoi alibi e le mie ragioni

di Valeria Arena |

La scorsa settimana si è verificato un fatto curioso e per certi versi eccezionale. Scrivo curioso perché nel nostro campionato siamo sempre meno abituati a vedere e sentire allenatori che a fine gara hanno la maturità di assumersi la responsabilità di pareggi, sconfitte e partite non gestite al meglio, piuttosto che aizzare folle, giornalisti e tifosi contro arbitri e scelte arbitrali. Eppure Massimiliano Allegri avrebbe potuto farlo, avrebbe potuto puntare il dito contro Guida accusandolo di aver falsato non solo la partita, negando un rigore sacrosanto su un plateale fallo di mano di Toloi, ma addirittura il campionato, perché in caso di vittoria la Juventus avrebbe oggi il sesto scudetto di fila in tasca. Poi, però, avrà prevalso la razionalità, il buon senso, quello stile Juve spesso criticato anche dall’interno, la sana consapevolezza che i rigori non regalano gli scudetti, vedi la Roma, e allora il mister ha placato gli animi, deluso gli avvelenatori di pozzi e domato al meglio i giornalisti: “È colpa nostra, non si può prendere un gol così nel recupero”.

Mentre alcuni gli davano delle leggere pacche sulle spalle (sempre sottovoce ché non si sappia mai che si fa parte del Sistema), i detrattori si dividevano in due categorie: gli isterici rabbiosi che criticavano un atteggiamento di volontaria ostentazione di superiorità morale ed etica e gli amanti degli alternative facts che invece ricamavano, con tanto di titoloni sui giornali, su lamentale e recriminazioni mai esternate. Contemporaneamente, la mano di Toloi precipitava in quella parte di cervello in cui vanno a finire le immagini e i ricordi rimossi permanentemente. A parti inverse era già guerra nucleare, ma questa è una storia vista e rivista, sentita e risentita.

La settimana è andata poi avanti con Bonucci che accompagnava il figlio granata (granata!) allo stadio a vedere il Torino, Buffon che invitava i tifosi al rispetto e alla riconoscenza e una società, quella bianconera, che non è più ritornata sugli errori arbitrali di Bergamo (d’altra parte eravamo impegnati in una semifinale di Champions), fino all’apocalisse, e quando dico apocalisse mi riferisco a gran parte dei dopogara delle partite che riguardano la Juventus, di cui sinceramente ho perso il conto. Una sfuriata prima iniziata in campo, con un Mihajlovic che si lancia fisicamente contro l’arbitro, e poi continuata negli studi di Sky, con lo stesso allenatore che cambia obiettivo e punta Vialli, come un toro davanti al drappo rosso, solo che in questo caso il capote è diventato bianconero. Il tutto per un fallo già verificatosi all’andata e punito allo stesso modo con il benestare de La Gazzetta dello Sport, giudicato dalla tv britannica esattamente come il nostro arbitro (saranno tutti collusi col Sistema?!). L’ho già detto che a parti invertite sarebbe scoppiata la guerra nucleare?

Il problema qui non è tanto l’ostinazione di non voler leggere uno straccio di regolamento arbitrale o l’immaturità, soprattutto dialettica, di non sapere reggere un contraddittorio – il post gara di Napoli- Juventus è l’esempio più eclatante – ma gli echi e le reazioni che comportanti isterici e irrazionali come questo possono generare in tifosi, giornalisti e testate allineate. Se l’atteggiamento e le dichiarazioni di Allegri dopo Atalanta-Juventus sono passati in secondo piano, liquidati come le solite reazioni di una società che non perde occasione di ricordare quanto è migliore e superiore delle altre (e questo è un fatto), le urla di Mihajlovic hanno invece inorgoglito l’ambiente granata, così come avevano fatto le parole di Pioli dopo la sfida con l’Inter, in cui per altro non successe assolutamente nulla. Saranno visionari.

I giornali italiani (vedi Repubblica), per altro, fanno lo stesso gioco e ricordano ai lettori che l’allenatore del Torino, sfidando fisicamente gli arbitri, invitando a scazzottate e attaccando verbalmente commentatori sportivi, è diventato l’idolo dei tifosi: «ai granata l’allenatore piace così: tosto, ruvido e veemente. Un cuore Toro». Ad Allegri, invece, se tutto va bene, un misero “l’arbitro è l’alibi dei perdenti”, dimenticando che da anni il campionato di seria A è creduto in ostaggio di cospirazioni arbitrali e Illuminati col fischietto in bocca.

La questione è seria perché la sintesi del calcio italiano sta tutta qui. Urlare anziché dialogare, sbattere i pugni sui tavoli altrui anziché ragionare, inventare anziché guardare ai fatti e ai numeri, gridare al complotto anziché guardare a se stessi, scegliere la parzialità e aizzare anziché placare, divertire e divertirsi ed essere imparziali. In Inghilterra, per esempio, le illazioni di Mihajlovic hanno avuto ben poche basi su cui poggiarsi, in Italia, invece, sono diventate motivo di orgoglio, di antijuventinità, come se tifare Juve fosse un crimine indicibile e inconfessabile. E forse la matassa sta proprio qui.

I fatti, e non gli isterismi, di questa settimana, per chi vuol vederli, sono sotto gli occhi di tutti: da una parte un allenatore che rimette la responsabilità di un pareggio subito nel recupero alla squadra, nonostante un danno arbitrale, e dall’altra un altro allenatore che rimette la responsabilità di un pareggio subito nel recupero al danno arbitrale (che poi danno non è, almeno secondo il regolamento arbitrale, la tv britannica e i commenti de La Gazzetta dello Sport sulla gara di andata, e della Gazzetta possiamo fidarci) che per chiarire al meglio la sua posizione aggredisce verbalmente e quasi fisicamente arbitri e commentatori sportivi. Se si riesce a capire la differenza, bisogna solo decidere da che parte stare. Quali sono gli alibi e quali le ragioni.