Su Allegri, Koulibaly e il calcio vissuto da nemici

di Massimo Zampini |

A Bergamo si soffre tutti gli anni, può apparire strano ma era la partita che temevo di più di questo complesso calendario finale: non vinciamo da tre stagioni e puoi stare certo che, anche se vai sopra casualmente dopo un minuto, la strada non sarà in discesa. Così Zapata si libera troppo facilmente di un leggero Bonucci, Bentancur si fa espellere, il colombiano raddoppia e noi, in una giornata che pare essere ormai nera, mostriamo ancora la differenza con gli altri. Entra Ronaldo, la pareggia, rischiamo di perderla e proviamo a vincerla, perché perdere non ci piace proprio e anche pareggiare non ci fa impazzire.

 

L’Atalanta che si scansa, mentre ormai da anni ci mette nettamente più in difficoltà di quelle che non si scansano: ecco una delle tante fesserie con cui ci tocca convivere, con gravi responsabilità di alcuni media faziosi, impreparati, incompetenti. Inutile ricordare la polemica  e i sospetti che cavalcò il Fatto Quotidiano, tra gli altri, e su cui dovette perfino rispondere in diretta tv un allibito  Cucchi alla Domenica Sportiva sulla Rai (!), per Gasperini che, in mezzo a una serie di impegni fondamentali, avrebbe messo a riposo alcuni titolari contro la Juventus.

 

E’ questo il contesto, ahinoi, volano così le leggende metropolitane, le stesse che toccarono l’anno precedente Giampaolo, allenatore della Samp che poi, nel campionato successivo, rifilò tre gol alla Juve dominandola oltre un tempo (Zapata, ancora tu!): il livello della discussione è purtroppo a livello sotto zero, non possiamo farci nulla.

 

“Parlate di arbitri solo quando non vincete”, gridano tanti indignati dopo avere sentito, ma non ascoltato o tantomeno capito, l’intervista di un Allegri furibondo. Max parla di tutto, tranne che dell’arbitro Banti, cui anzi attribuisce una buona prestazione (e si scusa per le eccessive proteste a bordo campo). Parla di tutt’altro, ma chi è impegnato costantemente a vivere di veleni e moviole non può capire una parola di un discorso in cui chiede invece di abbassare i toni, di non fare patetiche polemiche preventive, di non alimentare appunto sospetti quando non c’è motivo e soprattutto non c’è proprio bisogno, perché in Italia pare sia concesso tutto.

 

Tocca farlo a lui, perché gran parte dei media sportivi (qui ci limitiamo allo sport) si è da tempo dimenticata della sua funzione: contraddire, controbattere, depotenziare i veleni e non alimentarli, porre domande e non riportare supinamente ogni fesseria. Mazzoleni ha arbitrato l’anno scorso gli azzurri contro il Bologna, con Donadoni furioso a fine partita e incredulo per il rigore assegnato al Napoli. Ma anche non fosse andata così, in base a cosa De Laurentiis può alimentare sospetti preventivi? Forse per un arbitraggio risalente al 2012, anch’esso peraltro narrato e ricordato in maniera totalmente strumentale alla propria causa?

 

Ma fa bene, dal suo punto di vista, finché c’è un procuratore federale che da tempo ha abdicato al suo ruolo sembrando più un rappresentante del Napoli tra le istituzioni che, appunto, un procuratore al servizio della Federazione; finché non arriva un deferimento, nonostante le sue continue dichiarazioni tese a iniettare veleni e a screditare l’intero campionato, fa bene il buon Aurelio a continuare.

In un paese normale, ci sarebbe da tempo una battaglia dei principali organi di informazione per chiedere dimissioni e sostituzione di Pecoraro, dopo una valanga di frasi e comportamenti non istituzionali, ma da noi questo genere di tema non fa audience, meglio Gasperini che si scansa.

 

Allegri chiede ai media, senza fare espliciti riferimenti, come mai un mancato doppio giallo in Inter-Juve sia il chiaro sintomo di un complotto e decida i campionati, mentre una mancata analoga sanzione in Juventus-Roma passi liscia senza mezzo commento di nessuno: stavolta via i complotti, via i campionati falsati, può capitare gente, passiamo oltre.

E lui, e noi, preferiamo tutti così, sia chiaro, molto più bello il post Juve-Roma che il tragicomico velenoso post partita di inter-Juve di aprile scorso, ma la domanda ai media è quella: avete dimenticato il vostro ruolo? Fate gli incendiari o i pompieri solo a seconda delle squadre coinvolte?

 

Così, la sera, l’Inter batte il Napoli, Insigne ama deridere chi perde le finali di Champions ma appena si alza un po’ la posta stecca come spesso gli accade, Koulibaly è fantastico come sempre fino a quando non si becca un giallo, applaude vistosamente e viene giustamente buttato fuori. E ci mancherebbe altro, dopo un applauso così plateale. A quel punto il Napoli ha l’occasione più clamorosa della partita, sul ribaltamento segna l’Inter e gli azzurri perdono la testa, con Insigne che colpisce Keita e viene buttato fuori.

Da quel momento, ancora una volta, quanto accaduto in campo sparisce, nessuno analizza più nulla, rimangono solo gli orridi cori e gli ancor più disgustosi ululati (disgustosi sempre, sia se dedicati a Matuidi che a Koulibaly, anche se il nostro amato procuratore pare pensarla diversamente), utilizzati però troppo spesso strumentalmente nelle dichiarazioni di fine partita.

La realtà, se la si vuole affrontare senza slogan ma guardandola in faccia, dice che il problema non è (solo) il razzismo, quanto l’andare allo stadio come contro il nemico.

E contro il nemico vale tutto, l’importante è ferirlo: offendere le vittime di alcune tragedie, inneggiare all’arrivo di altre, evocare la madre morta di un giocatore, fare i buuu per innervosire i giocatori neri, augurare di morire a chi si è appena infortunato, in un festival degli orrori cui assistiamo ogni domenica, in ogni stadio. E non si creda diverso chi se la prende con un bambino perché non tifa la squadra della propria città, chi fa confusione tra sfottò e insulti, perché non c’è solo lo stadio, ma è l’intero modo di vivere il calcio dalle nostre parti: fa schifo chiunque creda davvero che tifare per una squadra o per l’altra ci renda migliori o peggiori.

 

Poi c’è l’abisso, i raid con le spranghe, un ragazzo che muore accanto a San Siro, ma è ancora un’altra storia. Che non c’entra nulla con quanto abbiamo scritto finora, dev’essere chiaro: i delinquenti non portano certamente le spranghe per colpa di giornali o dirigenti.

 

Ma gli appelli a fermare il calcio, a “fermarsi a riflettere”, ad “abbassare i toni”, certi giorni, suscitano più nausea del solito.