Allegri comunica la Juve di maggio

di Luca Momblano |

A Bergamo si è smentita l’Atalanta, non Allegri. Ovvero Gasperini ha provato un impatto diverso alla partita, smentendo anche le mie personali e cervellotiche valutazioni della vigilia, non solo perché i due centrali di centrocampo hanno scelto una gara di posizione di fronte ai nostri Pjanic e Khedira (e specifico: rompere quella linea con verticali anche corte ma veloci, oppure palla al piede, sarebbe stato forse subito letale per gli orobici), ma soprattutto per sfruttare Gomez sul contropiede corto per inciso concesso due volte. Proprio perché alle sue spalle, ovvero alle spalle dei due mediani bianconeri, hanno fatto da tenaglia mobile Hateboer e Kurtic: a loro è stata chiesta la corsa, nonché i tamponamenti dentro e sui lati del campo, e a loro è stato chiesto di negare gli appoggi comodi a Bonucci e Chiellini (costringendoli anche a rimpallarsela tra loro, perché quando la Juve circola dietro sugli esterni è sempre macchinosa di suo, tanto più se lo sfogo sugli esterni viene condizionato dall’aggressività avversaria.

 

Perché questa premessa? Un po’ per spiegare il tratto saliente di una gara infine decisa da una somma di episodi, tecnicamente di medio spessore (da ambo le parti), un po’ per spiegare la Juve di Allegri appena che arrivi sul più bello. Ne sappiamo comunque di più, ogni partita ci aggiunge un mattoncino: questa Juventus non cambia spartito, cambia direzione del gioco quando il suo allenatore muove l’alfiere (Dybala, insistentemente sul centrodestra nella ripresa), se cambia registro lo cambia attraverso il miglioramento della prestazione individuale (all’Azzurri d’Italia tra primo tempo e ripresa non cambia nulla sulla sinistra, Alex Sandro e Mandzukic restano pigri, e la partita lì non si sposta). E cambiando man mano che cambiano i singoli, è naturale che cambi in funzione soprattutto dei due centrali di centrocampo. Nel bene come nel male. Legge assoluta sia che fosse finita 1-1, 1-2 o, appunto, 2-2.

 

Quindi, la piccola e adesso costruttiva lezione di Bergamo spiega che:

 

– Allegri non prepara più le partite sull’avversario, se ragioniamo in termini di uomo su uomo, moduli e sviluppi di gioco. Al massimo predispone e prepara mansioni e indicazioni.

 

– Le maggiori differenze di partita in partita nascono proprio dal modo di costruire da dietro. Quanto Allegri chieda di giocarla dietro. Quanto ti permettano di farlo. Quanto sia il caso di farlo.

 

– Questa Juve ama arrivare agli attaccanti entrando con la palla dentro il campo, anche con i suoi esterni bassi, quando possibile guidandola palla al piede o con fraseggio possibilmente corto e poco rischioso.

 

– Il Monaco non verrà affrontato con alchimie particolari, il grado di distillato di questo 4-4-2 scriverà le sorti del Louis II.

 

– Lo sforzo massimo non sarà mai, da qui alla fine, quello di produrre il più possibile per Higuain. Questa ricerca è terminata dopo il primo mese di quello che sembrava (e forse era, perché in quel momento poteva esserlo) la frontiera assoluta del 4-2-3-1.

 

– Lo sforzo minimo non è più quello di sedersi sulla poltrona della fase difensiva. Paradossalmente, non è nemmeno accaduto al Camp Nou. Non è stato neppure il difetto di Bergamo. Non promette di esserlo in una Montecarlo molto ma molto diversa, da qualunque parte la si guardi, rispetto al 2015.