Coach Allegri e la nostra più grande paura

di Claudio Pellecchia |

La nostra più grande paura non è quella di essere inadeguati. La nostra più grande paura è quella di essere potenti al di là di ogni misura. È la nostra luce, non la nostra oscurità che più ci spaventa. Ci chiediamo, chi sono io per essere brillante, bellissimo, pieno di talento e favoloso? In realtà, chi sei tu per non esserlo?

(Marianne Williamson, A return to love)

 

Ho dismesso da tempo i propositi, anzi le speranze, di una Juventus proattiva, consapevole, appagante, certamente diversa, comunque vincente. Non è per noi, non in questa vita. O, almeno, è questo quello che ci vogliono far credere i vecchi padri putativi della tradizione bianconera, pronti a richiamare all’ordine chiunque provi a mostrare agli altri che un mondo diverso non solo è possibile ma addirittura replicabile, se solo lo si volesse. E si avesse la pazienza di aspettarlo.

Ma non è questo il punto. Il punto è che, nonostante non abbia più la forza e la voglia di combattere una crociata che non si può vincere, odio lo spreco di talento. E la Juventus il suo talento lo sta sprecando. Anzi, lo sta sacrificando. Sull’altare della gestione a tutti i costi, del controllo, della paura di perdere partite che si dovrebbero e potrebbero vincere, di un marzo che sembra ancora così lontano nel tempo e di chissà cos’altro. Tutto condensato in 90 minuti in cui l’attuale capolista è stata dominata, a tratti scherzata, riuscendo comunque a tornarsene a casa con il punto per cui era venuta. E ce la si può prendere con i pali e Handanovic (che, giova ricordarlo, sta lì per parare. Nel suo caso bene) fino a un certo punto: per l’ennesima volta la sensazione che ho avuto è stata quella di una squadra che ha quasi paura di ribadire e dimostrare la propria superiorità, di diventare quello che dovrebbe già essere, di anticipare troppo la deadline temporale imposta dall’allenatore, scoprendo in anticipo le proprie carte. Che sarebbero tante e di valore, oggi come a marzo, a patto di volerle usare fino in fondo. Non saprei altrimenti come spiegarmi la completa rinuncia a Douglas Costa, i quindici minuti di Dybala che somigliano tanto ai sei di Rivera a Messico ’70, l’ennesima demineralizzazione delle qualità di Higuain (appena 31 palloni toccati da chi sarebbe potenzialmente da 30 gol a campionato ogni singola stagione), l’ultimo cambio tenuto in faretra in attesa di tempi migliori che potrebbero anche non arrivare o arrivare troppo tardi, soprattutto se saranno gli altri a non voler aspettare.

Certo si dirà, giustamente, che il piano partita era comunque buono (anzi, è andata addirittura meglio di quel che credessi dopo aver visto la formazione iniziale e sembra anche essere ritornata la compattezza dei tempi migliori) e che se Mandzukic avesse sfruttato almeno una delle due colossali occasioni a disposizione, Allegri avrebbe avuto ancora una volta ragione sul resto del mondo; così come, magari, ha ragione Luca Momblano quando scrive di “un semplice soundcheck a cui non ha partecipato il frontman” in funzione del classico bicchiere mezzo pieno da guardare con ottimismo e fiducia. Eppure, è più forte di me, non riesco a farmi piacere questa rinuncia quasi scientifica a voler esprimere compiutamente noi stessi: perché mi rifiuto di credere che, a questo punto di 2017/2018, non si possa fare di più e meglio di così, che Dybala sia questo, che Sandro sia ancora alla ricerca di se stesso, che Bernardeschi non sia ancora pronto per certe partite, che Douglas Costa sia ancora troppo anarchico, che di Mandzukic e Khedira non si possa fare a meno mai ma proprio mai.

Ma come ho imparato a farmi una ragione dell’impossibilità di aspirare a una Juventus che appagasse occhi, intelletto e risultati, così imparerò a farmi una ragione di questo nostro modo di essere. È solo questione di tempo, proprio come l’attesa del nostro mese salvifico. Sperando che Coach Allegri abbia visto giusto per l’ennesima volta.