Allegri, Spalletti e la ricerca della quadra

di Claudio Pellecchia |

Luciano Spalletti non lo sa (e, probabilmente, pure se lo sapesse, se ne fregherebbe, come è giusto che sia) ma io lo stimo. Molto. Ma non la stima, mista a pietà e compassione, della signora Pina verso il rag. Ugo Fantozzi. E’ stima vera verso l’uomo prima ancora che l’allenatore. Con il secondo che ha raccolto molto meno di quanto meritasse il primo, per tutta una serie di motivi che sarebbe troppo lungo ricordare in questa sede. La sua intervista post partita mi ha fatto desistere dallo scrivere di tutto il brutto che c’era stato nei novanta minuti precedenti, con De Rossi e Nainngolan che hanno passato la maggior parte del tempo con le mani alzate a protestare per non si sa che cosa, invece di dimostrare al mondo che grandi giocatori siano (soprattutto DDR che, parere personale, fosse cresciuto in un ambiente meno isterico e vittimista, sarebbe diventato il miglior centrocampista della storia del calcio italiano. O, almeno, uno dei migliori, ammesso che non lo sia già). Un’analisi lucida, pacata, serena, oggettiva, specchio di un uomo che sta lavorando per trovare la quadra che permetta al centesimo di diventare euro: e io gli auguro di riuscirci, magari il più tardi possibile (per ovvie ragioni di tifo). Se lo meriterebbe davvero.

Dall’altra parte, invece, c’è un Massimiliano Allegri che, nonostante esca contianamente dal campo (furioso contro i suoi, gli altri, il mondo), sta vedendo il suo progetto prendere forma. Si tratta di una sorta di ritorno al passato, a quella squadra camaleontica (ieri si è passati agilmente dal rombo, al 4-3-3, al 3-5-2 nello spazio di 20 minuti) e solida che riuscì a portare a Berlino. Con un Dybala e un Higuain in più, seppur con picchi di gioco che non corrispondono ancora alle aspettative (e chissà se lo faranno mai, attesa delle “idi di Marzo” a parte) e con qualche affanno di troppo nella lettura e nella gestione delle singole fasi della partita. Anche per lui la quadra definitiva è ancora di là da venire ma, rispetto a un mese fa, non sembra mancare poi molto. Soprattutto se i giocatori continueranno a dimostrare di essere tutti alla stessa pagina, come da Marassi in poi.

Ed è questo il filo conduttore della narrativa che lega i due toscani in cima all’Italia calcistica (in attesa del terzo, quel Maurizio Sarri che non saprà comunicare ma allenare si). Allegri e Spalletti, Massimiliano e Luciano, allenatori contro, uomini molto più simili di quanto non si creda: entrambi alla ricerca di una quadra che potrebbe anche non arrivare. Ma sarebbe anche ingiusto giudicarli solo per questo.