Conte e Allegri, stesso stress…stesso finale?

di Sergio Sersim |

Cinque anni sono tanti. In un lustro si completano le elementari, le superiori, l’università. Nello stesso arco temporale la Juventus vince cinque titoli e quattro coppe nazionali, partecipa a due finali europee, cresce esponenzialmente come azienda, eppure sembra che alcune cose non vogliano mai cambiare.

Nel Maggio del 2014 ci trovavamo in presenza di un allenatore vincente – prossimo a entrare nella storia del calcio italiano grazie al record di punti – ma che al contempo mostrava un’evidente difficoltà comunicativa, situazione simile a quella dell’attuale tecnico bianconero. Un percorso europeo insufficiente veniva mascherato dalla conquista del terzo scudetto consecutivo e giustificato con quello che fu il refrain contiano: “ricordiamoci che questa squadra arriva da due settimi posti”. Ieri come oggi in presenza di un flop prestazionale contro un normalissimo Benfica si sbandieravano banalità sempre attuali: “Dispiace perché con due tiri in porta nella gara d’andata passano loro” (provate a sostituire “due tiri in porta” con “quattro ripartenze”)

Successivamente l’allenatore, pretendendo una presa di posizione della società per smorzare la crescente pressione ambientale verso un successo europeo, si distinse per dichiarazioni polemiche come quella del ristorante da 100 euro. Parole provocatorie che scaldarono i giorni precedenti l’incontro per la discussione del rinnovo. Molti si schierarono a favore del tecnico leccese, sostenendo che quella frase – che nemmeno 365 giorni dopo diventò oggetto di derisioni –  fosse vera. Una frangia di tifosi organizzò una manifestazione pro-Conte allo scopo di invogliare un prolungamento che stentava ad arrivare. Per loro l’allenatore era intoccabile e la società doveva fare di più sul mercato.

Dopo 5 anni ci troviamo nella medesima situazione. Conte minacciava l’addio, Allegri minaccia di restare, ma entrambi sono accomunati da un simile atteggiamento: scaricare le proprie responsabilità su altri fattori. Il leccese rifuggiva le ambizioni europee per la scarsa potenza di fuoco, il labronico non ritiene sufficiente la rosa a disposizione.
Se al tempo certe uscite potevano essere tollerate perché il tifoso post-calciopoli identificava Antonio Conte come l’uomo della rinascita e perché il tecnico non aveva mai beneficiato di acquisti di spessore internazionale, eccezion fatta per Pirlo e Tevez, ad oggi risultano anacronistiche, soprattutto se pronunciate nell’anno in cui la società acquista Cristiano Ronaldo.

Chi scrive ritiene legittimo che un allenatore difenda il proprio operato e la propria pelle, anche a costo di esprimere concetti lontani dalla realtà; sta all’intelligenza delle singole persone segnare il discrimine tra pensiero ragionevole e stupidaggine.

Nel Maggio del 2019 assistiamo dunque a un goffo encore da parte di un allenatore bianconero:
– il flop europeo viene smorzato ritenendo folle chi riteneva possibile competere per il successo – il Presidente in primis – e traspare un certo fastidio verso ambizioni troppo sbandierate.
– le prestazioni degli avversari vengono ridimensionate per rendere meno gravi le sue mancanze nel trasferire un’identità precisa alla squadra.
– le domande legittime sul rendimento della rosa diventano un’occasione per litigare in televisione e sminuire preventivamente l’analisi di un percorso europeo insufficiente nelle prestazioni e nei risultati.
– la squadra da lui indicata per la vittoria in Champions League due giorni dopo esce contro chi “mette i terzini come ali e poi non vince”, atteggiamento da lui disprezzato per difendere il proprio credo calcistico.
– parla confusamente di DNA diversi tra Juventus e Milan, contraddicendosi in meno di trenta secondi quando racconta di come vinse lo scudetto con tre mediani, in controtendenza alla filosofia rossonera.
– in conferenza ammette di non essere soddisfatto della rosa e di volerla rivoluzionare. Dopo la faraonica campagna acquisti estiva e il gran numero di campioni passati da Torino negli ultimi anni, è un pensiero difficilmente accettabile, soprattutto quando tre delle quattro semifinaliste di Champions League sono squadre costruite più sul campo che non sul mercato.

Dopo cinque anni non è cambiato nulla: le critiche appaiono ancora come un atto di ingratitudine. Regna sovrana la convinzione che non possa esserci vita con un tecnico diverso; qualunque sostituto, eccezion fatta per uno/due nomi, non è affidabile perché si è caduti nella trappola di credere che l’allenatore della Juventus, chiunque esso sia, abbia in dote potere taumaturgici di cui gli altri colleghi non sono in possesso. E fa sorridere ripensare a come Massimiliano Allegri, ora ritenuto indispensabile, fu accolto nel luglio 2014 perché considerato non adeguato al ruolo.

Un lustro fa la società scelse male nel momento in cui decise di continuare con un tecnico che riteneva concluso un ciclo. Ora rischia di commettere lo stesso errore, ancora più grave, perché fu proprio grazie alla fuga di Conte che si dimostrò come la rosa non avesse alcun problema. In breve tempo si scoprì che il valore della squadra era il dito e l’allenatore la luna.


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