Il quando e il perché: dentro la testa di Allegri prima del Camp Nou

di Luca Momblano |

Il piano sul quale Massimiliano Allegri sviluppa pensieri in vista del Camp Nou è necessariamente un piano superiore al nostro. Il livello supera lo scoglio dell’undici e lo porta a quattordici uomini su diciotto. Il Barcellona non morirà mai, miscellanea di colpi improvvisi, finalizzatori che vedono sangue di fronte a quelle due porte lì, irriverenze e atteggiamenti, episodi, platealità, cattiveria, narcisismo ed esaltazione.

 

Quando le sfere in ballo sono tante, troppe, non resta che pensare in prima persona. Allegri sarà solo, più solo anche di Buffon, e lo sa bene. A Torino ha lasciato perdere la parte di chi dialoga con i calciatori in panchina affrontando in presa diretta i momenti della partita, gli errori e le sliding-doors. E quindi sarà ancora più solo. Che è quel che è, da sempre, l’allenatore della Juventus. Le responsabilità si condividono sempre a posteriori, un castigo della vita descritto dalla quintessenza bianconera per la quale se anche dovesse tutto andare come deve andare, ci sarà già quella successiva. Forse, ma solo forse, abbuonando l’indice per Juventus-Genoa fino all’eventuale nome dalla teca svizzera.

 

Così il piano di ragionamento di Allegri esulerà da quanto Messi fece male quando, arzillo, lo sfidò di soli concetti tattici a Barcellona ai tempi del Milan; dalle cicatrici che può lasciare Suarez; dal vortice di parole che voleranno sul terreno di gioco in cui l’unico padrone sarà Kuipers; da quanti palloni servirebbero a Higuain per segnarne uno.

 

Allegri sta allenando se stesso, da tempo, per questa partita e per le prossime tre. Si allena da solo, ogni giorno da metà gennaio, neppure più con gli amici di sempre, pure loro rimasti indietro, quasi al nostro livello. Sempre più isolato, in modo autogeno, perché l’esperienza paga quando non appaga. Dentro c’è anche Berlino: il capolavoro è riuscire a spiegare che contro questo Barcellona, mutato e semplificato rispetto a quello che praticava un calcio parallelo, non si prende gol per aver perso un uomo per un istante. Attenzione è una cosa, fobia un’altra. Così come non si vince con i nervi, ma attraverso i nervi. E allora avremmo digerito l’1-0 di Rakitic, per esempio, in un’altra maniera.

 

Il livello di Allegri, oggi, non è pensare né dove né come rompere la catena di montaggio blaugrana, che in casa mantiene nonostante tutto ritmi produttivi impressionanti. Lui è oltre, è al quando e al perché. Ecco, se la sua Juventus più elementare (che ha soltanto più un uomo libero di poter interpretare) avrà finalmente instaurato questa telepatia con il proprio “mental”-coach allora sarà davvero all’altezza di non soffrire allo spasmo, superando anche parte della sua storia internazionale.

Il quando, con varietà, costanza, scaltrezza e senza calcolatrice in mano perché i numeri si condividono anche questi solo a posteriori.

Il perché, invece, è molto più semplice: come da tanto (troppo) tempo non accadeva, questa volta non vale l’ansiosa regola per la quale servirà superarsi.

 

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