AllegriOut? Anatomia di un allenatore

di Giulio Gori |

Iniziare un articolo con un disclaimer è antipatico, ma nel nostro caso è necessario. Visto che il tema Allegri sì – Allegri no si è trasformato in un confronto manicheo tra chi ritiene l’allenatore della Juventus come l’interprete dell’unico calcio possibile e chi invece lo reputa un bollito incapace di capire che il mondo è cambiato, sia chiaro sin da subito che chi scrive pensa che il pallone possa essere interpretato in molti modi diversi, ma anche che il mister bianconero non sia affatto un rappresentante del Pleistocene calcistico; e sia altrettanto chiaro che chi scrive si rende conto che confermarlo sulla panchina della Juve non è né un obbligo, né al contrario una sciagura.

Un punto fermo. Allegri è un grandissimo allenatore e anche molti tra quelli che cinque anni fa lo reputavano inadeguato a una panchina importante si sono dovuti ricredere. I titoli parlano chiaro, è un vincente seriale: sei scudetti, quattro coppe Italia, tre Supercoppe, ottenuti con due squadre diverse, oltre a due finali Champions, non sono un caso. Ma lo è anche per ragioni non meno importanti, come l’aver dimostrato di saper vincere in contesti diversissimi: dalla prima stagione alla Juve in cui con grande umiltà ebbe l’intelligenza di ricalcare il lavoro vincente del suo predecessore, alla seconda in cui costruì una squadra completamente rinnovata e seppe guidare una rimonta memorabile, fino alla quarta in cui ha saputo mettersi alle spalle una squadra da 91 punti. Chi parla di agonia della sua direzione tecnica, in realtà piange l’immagine di un’agonia. Per non parlare della crescita internazionale della Juve, una crescita soprattutto nella mentalità dei giocatori, capaci di affrontare con serenità partite psicologicamente difficili (di solito quelle tecnicamente più facili, in cui hai il peso della responsabilità di vincere) e in grado invece di «tenersi aggrappati alla partita» nei momenti più duri contro squadre tecnicamente proibitive per poi sfruttare al meglio i loro cali di tensione.

Meriti che in pochi negano ad Allegri, che è invece biasimato per le presunte carenze tattiche (molte delle quali solo presunte) e per un gioco spesso bruttino (e bruttino, spesso, effettivamente lo è). Il punto chiave è che Allegri è un maestro nella lettura delle partite e delle squadre avversarie. Si adatta, sa studiare le mosse, sa cambiare in corsa, sa come far male e come evitare di farsene. Ma – e qui c’è tutta la chiave di volta del conflitto filosofico in corso – rispetto a colleghi che prediligono la perfezione di un movimento che viene ripetuto migliaia di volte in allenamento, lui predilige l’imprevedibilità di un movimento che viene studiato solo nella settimana prima di una determinata partita contro un determinato avversario. Per questo motivo, proprio per un ricorso ridotto a set di giocate memorizzate, la qualità tecnica dell’esecuzione è per lui tanto essenziale, quanto testimoniano le sue parole a riguardo.

Tralasciando la sua maniacale attenzione, invece, alle situazioni tattiche difensive (e su questo chi va in estasi per tutti gli allenatori che praticano il gioco di posizione dovrebbe spiegare perché non ha nulla da eccepire quando molti di questi ultimi manifestano palesi superficialità sotto questo frangente), Allegri secondo un punto di vista più tradizionale predilige lasciare un discreto livello di libertà (appunto, imprevedibilità) a chi gioca davanti. Ma sostenere che non conosce e non pratica minimamente i concetti del gioco di posizione è una sciocchezza. Scrive magistralmente Alfredo Giacobbe per Ultimo Uomo, «per quanto tenti di minimizzare la parte tattica del suo lavoro e cerchi di dare più peso all’esperienza e all’intuizione, Allegri è un fine conoscitore del gioco. (…) Allegri analizza lucidamente la prestazione della Juventus contro il Torino: “Dopo il gol di Ronaldo, abbiamo avuto 8-10 minuti in cui potevamo vincere, abbiamo accelerato ancora di più la conduzione di palla e la costruzioni del gioco. Non devi aver fretta, devi lo stesso velocizzare, portar palla vicino all’area e se la perdi sei attaccato lì”. Allegri descrive i principi del gioco di posizione e del gegenpressing alla tedesca. Cioè sono nozioni che Allegri ha nel suo bagaglio e che padroneggia ai massimi livelli, come ha dimostrato in più di un’occasione». Sul perché il mister bianconero si diverta in questa minimizzazione dialettica ci arriveremo poi, ma conosce perfettamente i segreti del calcio contemporaneo. Quando, dopo Manchester, spiega di aver chiesto passaggi e ricezioni ai lati di Matic, parla in realtà di half spaces.

Quando chiede «calma» ai giocatori altro non fa che applicare sul campo i concetti introdotti undici anni da Guardiola, il gioco di posizione, appunto. Fino ad allora, i principi in voga si basavano sulla velocità di trasmissione del pallone, uno, massimo due tocchi. Invece, il gioco di posizione subordina la velocità della palla al corretto posizionamento dei giocatori e, quindi, anche quell’attimo di attesa in più del portatore può essere congeniale a concedere tempo allo smarcamento dei compagni. Non facciamoci ingannare dal gioco veloce e verticale di Klopp, straordinario ma anomalo rispetto all’ortodossia del nuovo calcio, e non facciamoci tradire neppure dal tiki-taka che fu del Barcellona (e che qualcuno oggi scimmiotta nel tikitaccio, un moderno catenaccio fatto di possesso, che è più melina che bel gioco), in cui la vorticosità dei passaggi era semmai legata alle caratteristiche tecniche dei singoli e che spesso consisteva in uno spostamento ripetuto, apparentemente inutile, della palla tra due giocatori, sempre in funzione dell’attesa dello smarcamento dei compagni. Quando anni fa Guardiola parlò dei 15 passaggi necessari per arrivare al tiro, in realtà svelava un’indicazione di massima per spiegare che una risalita lenta della squadra lungo il campo consente di farla salire in modo compatto e, quindi, di avere concentrazione di giocatori nella zona in cui si perde il possesso in modo da poter pressare subito per poterlo recuperare in posizione alta.

In questo contesto, qui ci sono tre delle caratteristiche, spesso non correttamente lette del gioco di Allegri. La prima, sottovalutata, è la capacità delle sue squadre di fare transizione offensiva: in realtà la fanno, e bene, ma proprio per le ragioni che si sono dette, ovvero la scelta di studiare i movimenti ad hoc per l’avversario, succede che nelle singole partite possano funzionare benissimo o non funzionare al meglio. Ricordo di aver assistito a Borussia Dortmund-Juventus in un locale con una cinquantina di tifosi bianconeri. Lì Allegri massacrò Klopp e il suo pressing proprio grazie al modernissimo elogio della lentezza, ma proprio sulla costruzione del capolavoro, il secondo gol, un lento lavoro di possesso apparentemente sterile, la Juve riuscì con una serie di movimenti ripetuti degli attaccanti a ruotare la difesa giallonera, fino all’accelerazione improvvisa Marchisio-Tevez che mandò in rete Morata. Ebbene, proprio su quel possesso fatto di 27 passaggi stavano volando gli insulti dei supporter bianconeri contro il «gioco inutile» di Allegri.

La seconda è invece un difetto del mister bianconero, ed è altrettanto sottovalutata: la sua Juve è meno brava nelle transizioni difensive, o meglio funziona efficacemente quando è a folate, perché si basa sulle qualità dinamiche dei giocatori, che arrivano da dietro e corrono verso la porta avversaria, ma funziona male quando cerca di farlo in modo sistematico in fase di riconquista; e questo difetto nasce da una natura, ebbene sì, troppo offensiva del suo gioco, ovvero dall’uso molto spregiudicato delle mezzeali che spesso si trovano, al momento della perdita del possesso, oltre la linea del pallone, tagliate fuori. Un difetto che viene accentuato dalla necessità di giocare, per ragioni di costruzione, con un regista che ha più qualità che corsa e che quindi non è in grado di aiutare granché nel chiudere le accelerazioni verticali degli avversari.

La terza, invece, è l’abitudine a difendere con nove uomini quando il baricentro della squadra è costretto ad abbassarsi, lasciando spesso un solo attaccante a far da sponda per le ripartenze: questo non è un pregio, né un difetto, è una questione di scuola, di filosofia, e quindi di palato. Piace o no. La squadra difende meglio, ma riparte peggio e quindi concede lunghe fasi di possesso agli avversari. Ed è in questa terza caratteristica che emerge la natura difensivista, italiana, di Allegri. Allegri è, in definitiva, un abilissimo giocatore di carte rispetto a colleghi che in media leggono peggio le partite, ma lavorano invece più di lui sulla memorizzazione delle situazioni tattiche. Ma non si pensi che si tratti di un semplice «gestore», e non si prendano le sue parole alla lettera. Prima di tutto perché un allenatore parla a stampa e tifosi, ma ha anche la responsabilità di avere alle spalle una società e uno spogliatoio, di avere avversari con cui fare pretattica.

Per cui sia l’ora di finirla di prendere i suoi concetti alla lettera, così come quelli di tutti gli altri allenatori (Guardiola, per esempio, è un maestro della bugia, sistematica). Ci sono cose che si dicono per dovere, altre che non si dicono per opportunità, altre che si distorcono per far passare un messaggio per gli uni e uno diverso per gli altri. Un allenatore è come un politico: conta più un aggettivo, una pausa, un tono, un inciso, rispetto al significato apparente della frase. Per fare un esempio terra terra, il celebre «Enrico stai sereno» voleva dire che il governo Letta aveva vita lunga davanti a sé o era chiaro anche a un bambino che aveva i giorni contati? Di solito, però, non è così semplice interpretare una sfumatura, ma alle sfumature bisogna sempre guardare. Del resto Allegri ci mette del suo, e la sua toscanità lo fa spingere sull’acceleratore delle iperboli, dei paradossi, delle antifrasi. Così, la storia del «gestore» è sì una rivendicazione di un modo di intendere il ruolo dell’allenatore, ma è chiaro, chiarissimo che si tratti di un’esagerazione. Così, come è velleitario schierarsi con Allegri o con Adani nella recente diatriba: entrambi i punti di vista contengono delle verità, ma sono espressi in modo uggioso e massimalista, perché è chiaro che non esiste – la storia anche recente lo dimostra – un modo solo di vincere, men che meno un modo di vincere europeo.

Allegri quindi deve restare alla guida della Juventus? Non necessariamente. Certo, quando si ragiona di allenatori, il deve restare o il deve andarsene sono necessariamente legati all’alternativa. E in circolazione ce ne sono tre che, senza dubbio, farebbero fare ai bianconeri un salto di qualità. Forse un altro paio. Forse. Quindi prima di dire che sarebbe meglio che Agnelli liquidasse Allegri bisognerebbe porsi il problema di chi potrebbe arrivare al suo posto. Ma se il problema ce lo poniamo vuol dire che un problema c’è. E c’è davvero. Per diversi ordini di ragioni.

Il primo, il più ovvio, è che l’ambiente (esterno alla squadra) è diventato esplosivo. E per una società che ha fatto della capacità di proteggere lo spogliatoio in un fortino inattaccabile una sua qualità proverbiale, il fatto che l’ambiente esterno sia diventato una polveriera rischia di intaccarne la serenità. Tanto più che in questa stagione, per motivi in alcuni casi spregevoli (chi vorrebbe continuare a lucrare sul bagarinaggio), in altri legittimi (chi non se la sente più di pagare l’abbonamento rincarato alla luce di uno spettacolo calcistico che soggettivamente non gradisce), è venuta molte volte meno la spinta dello Stadium.

Il secondo è che è tornato a manifestarsi un picco di infortuni muscolari, che nella doppia sfida contro l’Ajax ha rappresentato l’impossibilità per Allegri di poter davvero inventare qualcosa di interessante. Che la responsabilità sia solo del caso è possibile, ma non si può escludere che ci sia qualcosa da rivedere nella preparazione atletica dei giocatori. In realtà, i numeri degli infortuni muscolari sono piuttosto alti in molte squadre, aumentano e diminuiscono di stagione in stagione, ma lo stress cui sono sottoposti i giocatori è enorme. Ma in anni recenti, tra le squadre di vertice italiane, due allenatori (quindi una ristretta minoranza) hanno radicalmente abbassato la quantità di questi incidenti. Analizzare queste statistiche va necessariamente fatto nel lungo periodo, una stagione secca non fa testo. Ma potrebbe essere il caso di andare a studiare quelle rare eccezioni, e eventuali simili esperienze estere, in cerca di costanti nei loro metodi.

Il terzo riguarda l’eliminazione dalla Champions. Per la prima volta da quando allena la Juventus, Allegri è uscito dalla competizione perdendo contro una squadra sulla carta inferiore. E per la prima volta ha dato l’impressione di aver perso la barra del timone. Anzitutto perché la squadra nella partita di ritorno non ha dimostrato tenuta mentale. Dopo un buon inizio, il primo gol subìto in modo casuale ha messo in difficoltà i giocatori, che si sono trovati a giocare con una spada di Damocle, la paura del secondo gol che, in virtù della regola delle reti in trasferta, avrebbe rappresentato un ostacolo difficile da sormontare. In pratica, quel secondo gol la Juve l’ha incassato mentalmente prima ancora che venisse segnato. Che c’entra Allegri? Il mister, proprio interpretando le sue mezze frasi, spesso rivelatrici, aveva più volte fatto capire che prima della partita a Madrid contro l’Atletico c’era nell’aria un problema psicologico, legato al peso della responsabilità con l’ambiente (e la società) sembravano trasformare in un obbligo la vittoria della Coppa. Il fatto di averlo detto e ridetto era il segno che l’allenatore stava lavorando su quell’aspetto. Ed è quindi più responsabilità dei giocatori che sua se al Wanda Metropolitano non avevano saputo emanciparsi da quel fardello. Contro l’Ajax questo tipo di analisi è completamente mancata. Una sottovalutazione?

La partita di ritorno contro gli olandesi, poi, è stata segnata dalla scelta di Allegri di contrastare il loro palleggio con un pressing molto dinamico che nel primo tempo ha messo a dura prova i centrocampisti bianconeri (e che probabilmente ha contribuito al fatto che siano arrivati nel finale con il fiato corto), ma che è stato possibile praticare anche perché la squadra è rimasta abbastanza corta. L’infortunio di Dybala, che aveva fatto un lavoro molto prezioso di cucitura tra i reparti, aggiunto all’assenza di alternative in panchina, ha costretto il mister a mandare in campo Kean, l’unico attaccante rimasto a disposizione.

E qui è nato il disastro. Col senno di poi, Allegri avrebbe forse dovuto essere più lucido, continuare a infischiarsene delle critiche e delle accuse di difensivismo, e mandare in campo un centrocampista. Con Kean davanti, e con le sue caratteristiche che lo portano a giocare in profondità, la Juventus si è irrimediabilmente allungata, lasciando gioco facile al palleggio dell’Ajax e costringendo i centrocampisti bianconeri a dover percorrere ancora più campo. Le «quattro ripartenze» con cui il mister ha descritto a posteriori la partita e che hanno fatto infuriare molti tifosi non raccontano effettivamente quel che è successo, ma non sono neppure una completa bugia, perché è proprio dalle transizioni dell’Ajax negli spazi ormai ampi che poi sono nate le lunghe fasi di gioco in cui la Juve è rimasta incastrata nella propria area di rigore senza riuscire a ripartire. E qui si pone un dubbio molto importante: con Kean in campo, non sarebbe stato forse opportuno spostare Cristiano Ronaldo in un ruolo di cucitura tra i reparti per cercare di riprodurre i meccanismi tutto sommato efficaci del primo tempo? Il dubbio si fa ancora più cruciale: nel rapporto con un giocatore feticcio come Ronaldo, perfezionista e umile nel lavoro ma anche consapevole della sua superiorità rispetto a tutti gli altri, ha Allegri l’autorevolezza per affidargli, in nome dell’interesse della squadra in un determinato momento, compiti a lui meno graditi? È un dubbio, ma è un dubbio non da poco, che trova un ulteriore indizio nelle poco opportune proteste del giocatore verso la panchina nella partita al San Paolo contro il Napoli.

L’impressione, non la certezza, è che la guida sicura, più volte al limite della spacconeria, di Allegri possa essersi pur minimamente incrinata. E questo è tanto più un problema per un allenatore che, proprio per le sue caratteristiche, è abituato a cambiare una squadra in corsa, anche più volte nella stessa partita. Viene naturale quindi la curiosità di immaginare una Juventus guidata da una mano diversa, abituata a costruire un’architettura tattica più precisa e più stabile, che offra ai giocatori meno acuti ma più certezze in cui ritrovarsi e fidarsi nel momento della difficoltà. E non per il gusto di soddisfare banali appassionati di statistiche sul possesso e sul baricentro. Rinnegare un allenatore che in cinque anni ha vinto cinque scudetti, quattro coppe Italia, due Supercoppe e che ha portato la Juve per ben due volte in finale di Champions, per un salto nel buio? No, ma se c’è l’opportunità di fare un salto di qualità, e il salto di qualità è possibile solo con pochissimi allenatori al mondo, non sarebbe una follia. Tenendo conto di un punto fermo: non basta essere un teorico del gioco di posizione per essere degno della Juventus. A Torino, bisogna saper ingoiare fango, bisogna accettare di fare il lavoro sporco, non c’è spazio per i fighetti. Non si tratta solo di organizzazione difensiva, si tratta di dettagli che pesano come macigni: quando si sentono tifosi che inveiscono contro Allegri perché nei finali di partita sembra «isterico» (cit.), l’invito è di guardarsi per cento volte a loop il quarto gol subito dal Barcellona a Liverpool. Perché puoi avere tutta l’organizzazione, tutto il talento del mondo, ma se su un corner non corri immediatamente a fare i tuoi doveri di fanteria, finisce che prendi il gol più ridicolo della storia del pallone. E se lo prendi, è perché in panchina c’è qualcuno che trascura questi aspetti, che è meno concentrato di chi è in campo. L’essenziale è invisibile agli occhi finché c’è qualcuno a farlo.


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