Alla ricerca del belgioco perduto

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Il belgioco si è perso, le vittorie proprio no.

Nel torpore del lungo ponte festivo la Juve resta capolista e accende il dibattito interno alla tifoseria:  “Basta ottenere i tre punti“- “Per adesso va bene così” – “Miglioreremo e tornerà il bel gioco“.

Le devastanti azioni corali e veloci, viste in sprazzi ben marcati prima della sosta precedente, inspiegabilmente (?) si sono dissolti in confusi labirinti dove non si riusciva a discernere la retta via.

“Le partite si devono portare a casa.” Il mantra che ogni bianconero ha impresso nell’anima e che –possiamo dirlo senza fomentare le masse con paragoni che non hanno più ragion d’essere- questa squadra ha maturato soprattutto nella scorsa gestione.

Valeva principalmente per il Derby, garadellavita per il Toro, e spina nel fianco anche per noi, spesso vinta senza brillare. Per loro scontro fatale contro il Nemico, bolgia e partita che condiziona una stagione.
I granata come spartani consci dell’inevitabile KO contro l’armata persiana, ogni anno il medesimo rituale.

Stavolta però, rispetto a Bologna, Lokomotiv, Lecce e Genoa la Juve è stata più tosta e “dentro” la durezza della gara: Szczesny mai realmente minacciato, se non nella prima mezz’ora o sul tiro sporadico di Ansaldi, col Toro  che sfuriava a testa bassa, dopo essere stato infilzato dal gol di de Ligt.

Pur senza la lucidità nel palleggio vista contro Napoli, Atletico e Inter, la Juve è stata costantemente nella metà campo granata, con Sirigu sugli scudi per ben 6-7 volte, nonostante il nostro perderci in area di rigore tipico delle ultime gare.

“Tutto si crea, nulla si distrugge, poco si trasforma“. Una Juve che riscrive la termodinamica.

Le incursioni di Cristiano, gli spunti di Dybala, le conclusioni dei nostri centrali, oltre ad un Sirigu notevole, hanno protratto la sensazione di sterilità complessiva del periodo, anche quando il Torino ha iniziato la ripresa in modo sommesso e la Juve ha aumentato i giri con un infinito Cuadrado. Eppure tutto è cambiato con Higuain, non solo collante e apri-varchi, ma terminale che prima non c’era: subito una girata capolavoro, poi l’assist a de Ligt.

Vittoria di corto muso, stretta per il dominio del gioco ma involucro cristallino delle difficoltà di concretizzarlo questo gioco che non è più “bello” ma resta continuo, senza pause.

Un déjà-vu ciclico in questo filotto di gare che ancora ci condiziona e, che alla lunga potrebbe essere un vero tallone d’Achille, a meno che le nostre armate non decidano di tornare ad essere cinici, più ancora che belli.

di Sonia Dafne