La sosta, il Barça, i nuovi acquisti…e alla fine arriva Dybala

di Roberto Savino |

Il ritorno dopo la sosta, il Barcellona all’orizzonte, le carte mischiate dal mister, i nuovi acquisti in campo, la stagione ancora sostanzialmente all’inizio, un nuovo modulo di gioco, mischiate tutto e la prova luci e ombre della Juventus contro il Chievo è servita. Al di là del punteggio, netto, in favore dei torinesi, del volume di gioco e di un esito mai messo in seria discussione.

Sia ben chiaro, siamo ancora all’inizio di settembre e va bene, benissimo così. Ma chi ha tenuto per un’ora la Juve su livelli accettabili è certamente Pjanic. Che ormai manchi il costruttore di gioco dalle retrovie è argomento di discussione che ci coinvolge da due mesi ormai. Che col Chievo mancasse il fosforo negli ultimi venti metri era un dato facilmente ricavabile con uno sguardo alla panchina. E il bosniaco è stato geometrico, essenziale, padrone assoluto di cinquanta metri di campo e, da una trequarti all’altra, ha deliziato il pubblico con aperture di campo e tocchi tutti redditizi, sbagliando davvero poco. Bravo nel mettere ordine e rilanciare il gioco, il pianista bianconero ha messo in mostra una spigliata personalità che gli ha consentito di prendersi (a modo suo, ovvio) oltre alle sue consuete responsabilità, quelle che – con l’assenza del regista difensivo e di Dybala – nessun altro avrebbe potuto assumersi. Certo, non potrà sempre (e non con molti avversari) svolgere un compito tanto gravoso, ma tant’è, quando La Joya dovrà riposare, questa è un’alternativa da tenere in considerazione.

Purtroppo, la grande mole di gioco sviluppata dai piedi del regista si è un po’ dispersa come l’acqua in una bacinella piena di buchi. E’ sembrato ancora spaesato Douglas Costa, il torneo dello stivale non consente piroette se la gamba non è perfetta e i raddoppi sistematici mal si conciliano con il bisogno di prendere confidenza con i nuovi compagni, mentre lo svizzero, giustamente capitano in virtù della sua lunga militanza in bianconero, ha compiuto il suo compito con buona volontà, risultando redditizio fino ai venti metri. Non di più purtroppo e, questo, ora è il suo limite più evidente. Mitigato da un ruolo, il quarto a destra di difesa che, sia detto per inciso e a maggior ragione con un compagno lì davanti con quelle caratteristiche, non comprende necessariamente il cross perfetto per chi è in area. E’ in questo contesto – di raccordo tra i due e/o di idee da sviluppare anche qualche metro dentro il campo – che l’apporto di Sturaro avrebbe dovuto essere più convincente. Invece, anche per lui tanta buona volontà, ma anche tanta corsa che sembra più utile in fase di copertura che in quella di costruzione.

E la Juve non ha sfondato nemmeno nella parte mancina del campo, dove per movenze Asa e Matuidi a volte sembravano confondersi l’uno con l’altro, con il primo che si è ben districato tra le maglie gialle degli avversari e il secondo che, seppur senza lampi, ha offerto una buona prova, diremmo di sostanza. E’ la generosità che, stavolta, ha giocato un brutto scherzo a Mandzukic, male stavolta, toccato duro all’inizio e, per il resto, confusionario.

Il Chievo era ben messo in campo, non si è mai scomposto e si è esposto poco. E quando ha tentato sortite offensive, la squadra veneta lo ha fatto sempre a ragion veduta. A deprimere la voglia di gol degli uomini di Maran, sono state le polveri bagnate dei suoi avanti, incapaci spesso di centrare anche la porta, una volta di sfruttare al meglio l’erroraccio in disimpegno di Marione e l’altra di punire da sinistra una retroguardia infilata da un’invenzione improvvisa. Per il resto, ci ha pensato un buon Szczesny ad opporsi alla sventola di Birsa che ha fatto trattenere il fiato. Lì dietro, la prova maiuscola è stat offerta da Benatia che, a parte uno sciagurato retropassaggio, si è dimostrato sicuro e tempestivo nelle chiusure e nelle uscite palla al piede, “dentro” la Juve come mai successo in passato, sfoggiando, finalmente, una serenità che, davanti al portiere, serve come l’aria. Incoraggiante.

Come incoraggianti, molto, sono i minuti in campo di un brillante Bernardeschi. Se c’è una maniera di conquistarene sempre di più tra l’affollata concorrenza, il toscano ha scelto quella migliore.

E poi c’è Dybala, capace di risvegliare l’istinto famelico di Higuain (per il resto sempre alla ricerca del guizzo, ma impalpabile) con il solo ingresso in campo. Va bene, oggi la Joya ha calpestato l’erbetta dello Stadium al pari di un Froome (per restare all’attualità) che scatta sull’ultima, impervia, montagna dopo 188 chilometri a ruota del team Sky e il suo gol era nell’aria quando aveva ancora la tuta. Insomma con gli avversari un po’ sulle gambe, la sua classe, affiancata dalla freschezza, è stata dirompente sul match. Ma sarebbe ingiusto ridurre la sua prova a questa considerazione, tanto più che la stanchezza di una traversata oltreoceano la sminuisce non poco. Paulo è sempre più consapevole del ruolo conquistato in squadra, della sua crescita personale, soprattutto mentale e sembra desideroso di dimostrarlo al mondo, non solo sporadicamente, anche quando l’impegno richiederà la personalità dei grandi. L’ultimo tassello per consacrarlo fuoriclasse.

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