C’è un Ajax-Juve dimenticato

di Nevio Capella |

Durante la lunga marcia di avvicinamento ad Ajax-Juventus il precedente più riproposto tra le due squadre e a cui è inevitabilmente corso il pensiero di tutti è stato quello di 22 anni fa, proprio nell’allora neonata Amsterdam ArenA, in cui la Juventus campione d’Europa in carica sciorinò una delle più belle prestazioni europee dell’intera storia bianconera, devastando i lancieri guidati ancora da Louis Van Gaal, appena dieci mesi dopo la finale di Roma.
Non è casuale che qualche anno fa Andrea Agnelli, stuzzicato sull’argomento Champions League, abbia indicato quella partita come la più bella e indimenticabile tra i suoi ricordi, e in effetti guardando il video con gli highlights non si riesce comunque ad avere la giusta percezione dello strapotere che la Juventus dimostrò quella sera, nel contesto di un mese in cui sembrò essere baciata da Dio, visto che per i malcapitati olandesi la lezione presa a domicilio fu solo un antipasto della rullata che incassarono a Torino due settimane dopo, nella gara di ritorno.

 

 

Ma nel complesso, spulciando tra tutti i precedenti che abbiamo con l’Ajax, quello che mi ha indotto maggiormente a riflettere e su cui mi sono soffermato è il più vicino nel tempo, relativo all’edizione di Europa League 2009-2010, e di cui molti tifosi hanno volontariamente rimosso le tracce.

E’ vero che nel complesso dei cinque incroci totali ci vuole del fegato a ricordare proprio quello, ma volendo tralasciare l’ovvietà della citazione che merita la finale romana del 1996, e sorvolando sul primissimo incontro del 1973 nella Belgrado che potrebbe essere considerata il posto in cui “tutto iniziò” (e per “tutto” si intende il nostro rapporto complicato con le finali di coppa), quel doppio confronto del febbraio 2010 è un ottimo spunto per riflettere su quanto e come sia cambiato il nostro destino nel giro di nove anni, un intervallo di tempo relativamente breve ma che sembra essere secolare se si mettono a paragone le due realtà.

Anche in quella occasione, Amsterdam ospitò la gara di andata tra la Juventus che da meno di un mese era stata affidata a Zaccheroni, dopo il fallimento totale dell’esperienza di Ciro Ferrara, e un Ajax apparentemente modesto tra le cui fila c’erano però alcuni calciatori che poi avremmo imparato a conoscere, su tutti “il pistolero” Suarez e un giovanissimo Christian Eriksen.
La Juventus si presentò vestita di grigio, probabilmente in onore alla stagione deprimente che avrebbe concluso di lì a poco, e pur ritrovandosi subito in svantaggio dopo appena 17 minuti, riuscì a ribaltare il punteggio grazie a una doppietta di Amauri che fu bravo a trasformare in due gol di testa gli spunti di un ispiratissimo Del Piero, che prima si inventò una magia di tacco per liberare al cross vincente De Ceglie sul finire del primo tempo, e poi, nel secondo, si occupò personalmente dell’assist per il centravanti italo brasiliano, che quella sera visse una delle ultime prestazioni di rilievo di una carriera avviata al crepuscolo.

 

La gara di ritorno fu uno scialbo 0-0 che permise alla Juventus di accedere (disgraziatamente) al turno successivo, che fu teatro dell’indecorosa debacle di Craven Cottage, al cospetto del Fulham.
Ma questa fortunatamente è un’altra storia, e mette in risalto tutte quelle differenze che mi sono venute in mente, facendomi sembrare questo lasso di tempo quasi eterno: un tempo in cui, solo a livello europeo, abbiamo messo in cascina due finali di Champions, un paio di quarti di finale e soprattutto diverse prestazioni memorabili degne della nostra tradizione, riuscendo con il tempo a battere ed eliminare almeno una volta quasi tutti gli squadroni che hanno dominato la scena europea nell’ultimo decennio, senza contare ovviamente la tirannide che tuttora stiamo imponendo in Italia.

Per la cronaca, esiste un solo superstite di quella Juve: si chiama Giorgio Chiellini e nel frattempo è diventato anche il nostro capitano, ma purtroppo dovrà guardare la gara di andata dal divano di casa.
Per rubare un pensiero alla filosofia di Antonio Conte, ricordiamo sempre da dove veniamo per capire bene dove vogliamo arrivare.