Date una mano a Sarri

di Nevio Capella |

Sarà difficile non fare degli errori senza l’aiuto di potenze superiori”.
Così cantava qualche annetto fa Vasco Rossi, e proprio alle sue strofe ho pensato quando ho sentito Maurizio Sarri rispondere ad una domanda di Pierluigi Pardo in questo modo: “Speriamo che qualcuno mi aiuti”.
In un primo momento ho pensato di essere ancora sotto il pesante influsso dello sconforto da seconda prestazione ignobile consecutiva in trasferta, e di aver capito male.
Così, ho mandato indietro e riascoltato, e poi ancora una volta.
Tutto vero.
C’è da dire che la domanda gli è stata posta in modo chiaro e mirato, alludendo all’aiuto che il tecnico potrebbe ricevere da alcuni calciatori della rosa notoriamente dotati di personalità e carisma straripanti, ma sinceramente ho trovato la risposta ancora più banale e superflua della domanda.

Perché quando infili due sconfitte nel giro di 15 giorni nel modo in cui la Juventus ha perso a Napoli e Verona, appigliarsi all’aiuto dei leader dello spogliatoio è allo stesso tempo inutile e pericoloso.
Inutile perché la squadra ha manifestato problemi e limiti che vanno ben oltre il carsima dei singoli come Ronaldo, Bonucci o altri ben abituati alle vittorie, essendo abbastanza noto che le vittorie arrivano con il lavoro di gruppo e quando la guida tecnica riesce ad avere dalla sua parte la totalità della rosa, rendendola partecipe ed entusiasta dei propri convincimenti tattici e riuscendo a farglieli assorbire per poi portarli in campo nei 90 minuti.
Pericoloso perché nel giro di un batter di ciglia, può diventare un alibi.
E purtroppo, la storia recente del nostro allenatore racconta di diverse situazioni in cui si è arrivati a parlare di alibi o, più semplicemente, di quelle che vengono chiamate in modo molto eloquente “scuse”.

Che poi, giocatori del calibro dei già citati Ronaldo, Bonucci, passando per lo stesso Buffon, le proverbiali “palle” le hanno già messe in campo a più riprese, anche perché se il fuoriclasse portoghese non si fosse messo in modalità “alieno” da un paio di mesi a questa parte, molto probabilmente adesso ci ritroveremmo a commentare una situazione che numericamente, in termini di classifica, sarebbe assai più grave di quanto non sia realmente.
Il problema è che, in ormai sei mesi, questa squadra ha dato a più riprese l’impressione di non avere mai un “piano B” soprattutto nelle situazioni in cui si è trovata a sbattere contro il muro di avversarie che hanno preparato minuziosamente la partita facendo focus su quelle che sono le classiche peculiarità del calcio secondo Sarri.
Non a caso è bastato arrivare a metà ottobre (juventus-bologna, per l’esattezza) per vedere la prima guardia svizzera che, piazzata su Pjanic, è riuscita ad azzerarne l’efficiacia, tanto per citarne una.

Un altro limite è stato il non aver trovato ancora una vera identità di gioco, in termini di interpreti e di modulo, cambiando continuamente tra trequartista e tridente, centrocampo fisico e centrocampo tecnico, tentativi diversi che però nella maggior parte dei casi hanno portato sempre alla stessa proposta calcistica, basata su un possesso palla e una rete di passaggi spesso estenuanti e sterili, il cui fatturato in termini di tiri ha rasentato in alcuni casi lo zero per interi tempi, il più delle volte il primo, come capitato in maniera emblematica contro Milan e Napoli.
Nelle ultime uscite un problema evidente è diventato anche il divario di tenuta fisica con gli avversari, a tratti imbarazzante.
Ovvio che da questo punto di vista contro una squadra come il Verona di Juric, molto più che contro il Napoli, il rischio di fare brutta figura sia alto, e soprattutto a centrocampo è palese che la Juventus non riesca a sostenere le situazioni di pressing.
Ma è pur vero che nelle situazioni in cui siamo noi a portare palla e a poter proporre qualcosa, la costruzione è sterile, e qua torniamo sul possesso che non trova quasi mai sbocco sugli esterni.

Una riflessione attenta sarebbe doverosa anche sulla gestione di alcuni uomini, tra bocciature premature e insospettabili, utilizzo compulsivo diventato poi sparizione dai radar e reazioni alle sostituzioni che diventano sempre più oggetto di discussione.

Alla luce di questi che sono solo una parte degli spunti su cui si potrebbe argomentare per ore, come si può pensare all’aiuto esterno di qualcuno?
Come si può pensare che basti o che si debba partire da lì?
A tal proposito mi erano già suonate molto sinistramente le dichiarazioni post gara di Napoli, in cui ho sentito l’allenatore parlare di partita approcciata male dai giocatori, delle loro scelte sbagliate, di forma fisica scadente, persino di una pericolosa sindrome da pancia piena e appagamento, ma senza mai fare un ragionamento in prima persona singolare, mancanza ripetuta anche ieri sera.

E allora prende corpo implicitamente anche l’ipotesi della squadra che non segue l’allenatore o addirittura non vuole seguirlo, mostrandosi di conseguenza scollegata, impaurita in ogni momento in cui gli avversari alzano un pelo la voce, inerme quando la situazione dal punto di vista del punteggio sembra del tutto precipitata, copione palesatosi in maniera lampante nelle due gare contro la lazio.

A margine di tutto ciò c’è sicuramente la questione del mercato e della rosa messa a disposizione di Sarri la scorsa estate, un mercato incompleto e complicato su cui il tecnico ha apertamente ammesso di aver messo bocca poco o nulla rimettendosi alle scelte e alle mosse dei dirigenti, tanto in entrata quanto in uscita.
Un mercato che nella sessione invernale ha visto l’acquisto (molto esoso) di un giovane di belle speranze che tra l’altro resterà parcheggiato altrove fino al termne della stagione, e la riduzione corposa dei giocatori con cui Sarri dovrà giocarsi lo sprint finale e tutte le sue cartucce.

Evidentemente sono così tanti i quesiti che meriterebbero risposte precise, che sinceramente questa strana richiesta di aiuto l’ho compresa e digerita ancora meno delle due recenti sconfitte, perché poi a conti fatti esiste una figura che da sola racchiude la spiegazione e la risoluzione delle cose che non vanno, e soprattutto l’assunzione coscienziosa di responsabilità sia quando sarà tempo di fare bilanci che in corso d’opera: l’allenatore, per l’appunto.