La sintesi della sintesi è un inaccettabile Pecoraro vs Agnelli

di Luca Momblano |

Pecoraro l’ha combinata grossa. Nel serale della domenica di “Qui Studio a Voi Stadio”, storico programma televisivo condotto per l’occasione dal giornalista Roberto Dupplicato, è intevenuto in studio l’avvocato Ivano Chiesa del collegio difensivo di Rocco Dominello, imputato a Torino nell’ambito dell’indagine contro la malavita organizzata denominata “Alto Piemonte“.
Il perché dell’intervento è presto detto: l’asse Agnelli-Dominello è diventata la sintesi, il paradigma, il dentro o fuori del contendere tra la Procura Federale (proiettata anche nella portata mediatica, ahimé naturale, della Commissione Parlamentare Antimafia presieduta dall’onorevole Bindi) e l’attuale vertice bianconero.

 

Ma cosa ha detto l’avvocato Chiesa? Ha risposto alla madre di tutte le domande? Per il giornalista sportivo, così come per il blogger di riporto, sì: “Andrea Agnelli e Rocco Dominello si sono incontrati anche personalmente. Una o due volte”. Dove? Come? Quando? Non interessa più. O non ancora. Incontri descritti a un certo punto però dall’avvocato come “fuggevoli“. Magari quindi non programmati, non strutturati, dove appunto uno è Agnelli e l’altro Dominello. Con tutto il rispetto. Così come il rispetto va a Chiesa che ricorda ogni volta che gliene capita l’occasione che in sostanza Agnelli, sempre e comunque nei rispettivi ruoli di presidente della Juventus e di “capotifoseria” (si può dire così?), non incontrava un esponente della ‘ndrangheta “per il semplice motivo che nessuno oggi può ancora dire che Dominello lo sia” (cit. logica tesi difensiva, per quanto possa contare). Ci sarà per lui un processo, del quale ancora non è stata servita la prima udienza. Se la definizione del rinviato e giudizio muterà, lo si scoprirà tra parecchi mesi. Molto probabilmente quando la Giustizia Sportiva avrà finito il suo corso nato ufficialmente con l’ardito e temerario deferimento compilato dal procuratore Pecoraro.

 

Fin qui, tutte cose che sapevate o che avevate già in qualche modo intuito. Ma se una sintesi esiste davvero, ce l’ha trovata e proposta neppure tanto tra le righe lo stesso avvocato Chiesa, tra l’ingenuo e lo strategico. Anche questa era intuitiva, certo forte, preoccupante epperò illuminante. Cioè che (“signori, non si scherza“) la tesi portata avanti dalla Procura Federale è molto semplice, giuridicamente parlando, per quanto in totale contraddizione con quanto mosso dalla Procura della Repubblica: insistere sulla consapevolezza di Agnelli circa la figura “criminale” dell’interlocutore (sempre sia stato un interlocutore distinto dagli altri) significa insistere su una sorta di collaborazione. Che per quanto possa non generare illecito profitto, si chiama per il nostro ordinamento concorso esterno in associazione mafiosa. Pecoraro sta dicendo questo in Antimafia, inutile girarci intorno. E se ne bulla con il castello accusatorio che ha scelto di mettere in piedi nel dispositivo del deferimento in Figc, materiale ai limiti dell’abuso d’ufficio. Se il presidente Agnelli usa l’aggettivo “inaccettabile”, è solo perché si è in pubblico e si ricopre una carica che fa invidia.
Perché il presidente sa che la partita a questo punto si gioca altrove.
Perché QUESTA è la partita.
Ben più grande di una finale di Champions.
La sintesi della sintesi: Pecoraro contro Agnelli.
Per il momento non chiedetemi perché.
O uno o l’altro.
Qualcuno ha scelto di farcela giocare.
E la Juventus, questa volta, la giocherà alla morte.