Agnelli, 12 mesi, la sentenza: niente ‘ndrangheta né striscione

di Juventibus |

Arriva la sentenza del processo sportivo alla Juve ed ad Andrea Agnelli: 12 mesi per il Presidente (Calvo e gli altri dirigenti) e 300.000€ di multa per la società per gli illeciti commessi nella gestione dei biglietti.

La richiesta del Procuratore FIGC era stata di 2 anni e mezzo. Già da giorni circolavano le prime “veline” tra Procura e i soliti quotidiani bene informati: 1 anno.

E tra tifosi, appassionati e addetti ai lavori le voci erano pressappoco queste “10-12 mesi? Dimmi dove devo firmare, da 30 a 12 mesi un successone, poi in appello dimezzano e via” o “1 anno sulla base di un’intercettazione inventata, scandaloso, questo succede a non sputtanare Pecoraro quando bisognava farlo, porgi l’altra guancia ed ecco qui!”.

La verità è ben altra. Per le colpe che la Juve ha ammesso (gestione illecita dei biglietti) le sanzioni previste sono:

Per la Società
-obbligo di disputare una o più gare a porte chiuse;
-obbligo di disputare una o più gare con uno o più settori privi di spettatori;
-squalifica del campo per una o più giornate di gara o a tempo determinato, fino a due anni;

Per i Dirigenti:
– squalifica a tempo determinato, nel rispetto del principio di afflittività della sanzione
– divieto di accedere agli impianti sportivi in cui si svolgono manifestazioni o gare calcistiche, anche
amichevoli, nell’ambito della FIGC, con eventuale richiesta di estensione in ambito UEFA e FIFA;
– inibizione temporanea a svolgere ogni attività in seno alla FIGC, con eventuale richiesta di estensione in ambito UEFA e FIFA, a ricoprire cariche federali e a rappresentare le società nell’ambito federale, indipendentemente dall’eventuale rapporto di lavoro.

Ma quali sono queste “colpe ammesse”, oltre alla cessione di numero eccessivo di biglietti (ovviamente in capo forse più al Dirigente commerciale che al Presidente)?

La questione non è tanto e solo “il numero eccessivo” ma la vendita dei biglietti direttamente ai gruppi ultras, tramite un “canale preferenziale”. Non si può.

Sempre da regolamento della Giustizia Sportiva, gli illeciti riguardano questi articoli:.

  1. Alle società è fatto divieto di contribuire, con interventi finanziari o con altre utilità, alla costituzione e al mantenimento di gruppi, organizzati e non, di propri sostenitori, salvo quanto previsto dalla legislazione statale vigente.
  2. Le società sono tenute all’osservanza delle norme e delle disposizioni emanate dalle pubbliche autorità in materia di distribuzione al pubblico di biglietti di ingresso, nonché di ogni altra disposizione di pubblica sicurezza relativa alle gare da esse organizzate.

Questo è quanto. Poi c’è tutto il resto.

Un Procuratore che mente ripetutamente su temi gravissimi, lo sputtanamento mediatico di Agnelli con i contorni dei famosi “rapporti con la ‘ndrangheta” e il fango di “Agnelli incontrava i mafiosi”.

Che con i proventi della gestione dei biglietti alcuni gruppi ultras commettessero illeciti come l’acquisto di droga è argomento del processo “Alto Piemonte” che nasce da un’operazione antidroga che vede coinvolti alcuni ultras e non vede alcun dirigente Juventino indagato o sotto processo. Da qui a dare materia per quei titoloni ce ne corre, e su questo le prossime mosse della Juve faranno capire quanto Agnelli e il club intendano difendersi oltreché nel processo sportivo anche dalle accuse mosse che nulla hanno a che fare con la prima sentenza espressa ma tanto hanno danneggiato l’immagine.

Ecco infatti uno stralcio  delle sentenze sul passaggio in questione :

“L’ampiezza temporale, del fenomeno descritto in deferimento, l’entità dei tagliandi e degli abbonamenti distribuiti oltre il limite normativo agli esponenti del tifo organizzato induce a ritenere sicuramente violata la disciplina in questione, a prescindere dalla dibattuta effettiva conoscenza della circostanza che i beneficiari fossero dediti al bagarinaggio ovvero fossero esponenti della criminalità organizzata (la qual cosa, fra l’altro non risulta adeguatamente provata tanto è vero che la notizia ufficiale riferita alla presunta appartenenza dei citati soggetti a cosche illecite, venne resa pubblica in epoca successiva rispetto ai rapporti intercorrenti tra la dirigenza e la tifoseria, e che non appena appresa la notizia, ogni contatto ebbe immediato termine).”

Assolutamente infondati anche gli addebiti ad Agnelli per la famosa storia dello striscione nel derby col Toro:

“Sul punto il Tribunale esprime tuttavia la convinzione che il Presidente Andrea Agnelli nulla sapesse, tant’è che la successiva telefonata intercorsa tra i due espone chiaramente come il gesto illecito fosse stato perpetrato dal Dirigente in quella occasione e di sua iniziativa, nulla sapendo preventivamente il Presidente al riguardo; altrimenti non avrebbe avuto senso redarguire il Dirigente preposto allo scopo di stigmatizzare il comportamento assunto. D’altronde la telefonata (con D’Angelo ndr), avvenuta successivamente al verificarsi dell’evento, non puó essere intesa quale implicita autorizzazione preventiva. In tal senso la richiesta della Procura Federale ex art. 12 CGS comma 3 in danno del Presidente non viene avallata, posto che il Tribunale ritiene di prosciogliere il deferito Andrea Agnelli sulla specifica contestazione.”

Poi le altre considerazioni: il “perché sempre e solo noi”, il “così fan tutte”, quei “preservativi” usati da presidenti di altre società indagate e processate dalla giustizia sportiva che non si esponevano in prima persona ma facevano fare il lavoro sporco da altri. E infine, la differenza tra alcune indagini sportive soft e le intercettazioni dure e crude, poi gettate in pasto ai media e distorte, che hanno subito vecchi e nuovi dirigenti Juve.

Stavolta è diverso: a finire sotto processo e ora condannato in primo grado è Andrea Agnelli, neo-presidente ECA (carica non a rischio visto che l’inibizione, eventuale, riguarda cariche associative, come in FIGC o in UEFA, non le cariche Juve o ECA, e visto che il Tribunale ha escluso l’estensione della sanzione in ambito internazionale.)

Stavolta non ci sono equilibri di potere, patti segreti, real politik e compromessi che tengano. Non è Calvo (dirigente ex-Juve ora al Barca e responsabile commerciale dell’epoca) che interessa ed interessava alla giustizia sportiva e a Pecoraro: era ed è Agnelli.

Che adesso, e nelle prossime mosse, chiarirà davvero la sua voglia di uscirne non da parzialmente sconfitto ma da vincitore.