Affari di famiglia: Marotta edition

di Valeria Arena |

Papà, costola bianconera della mia fede juventina, è il mio interlocutore preferito ogni volta che si parla di calcio e Juventus. Per lui, vedova di nessuno e nostalgico solo dei grandi della storia, il calciomercato è tutt’al più un passatempo estivo da spiaggia, tipo sudoku o parole crociate, e il fatto che passi gran parte delle serate a seguire gli aggiornamenti di giornata su trasferimenti, offerte, sondaggi e indiscrezioni, mi fa pensare che sia un grandissimo fan della settimana enigmistica, ma che non voglia ammetterlo per paura di mostrarsi vulnerabile.

A lui, infatti, non manca nessuno, né un Conte o un Pogba, né un Vidal o un Morata, ma tira su col naso facendo finta di nulla ogni volta che si nomina il nome di Marcello Lippi o quando ricordiamo in casa che mia sorella, nata nell’agosto del 97, poche settimane dopo la finale di Champions persa (la prima di una lunga serie) contro il Borussia, si chiama Alessandra per via di un giovane dalla belle speranze, e dalle promesse mantenute, che di cognome faceva e fa Del Piero. È inutile sottolineare, quindi, che l’andamento di questo calciomercato schizofrenico e un po’ tirato, almeno per il momento, abbia prodotto interessanti dibattiti infuocati padre-figlia, che vedranno un vincitore solo nella primavera del prossimo anno.

Urge però fare una premessa. Papà non è un fan di Allegri e quest’anno avrebbe voluto Spalletti nella panchina della Juve. Ne riconosce i meriti, lo sostiene come ogni buon tifoso, nelle giornate di massima ispirazione e di freni inibitori cigolanti riesce addirittura a fargli dei complimenti, ma nelle maggior parte dei casi si limita a un applauso contenuto in caso di vittoria e insulti variopinti in caso di sconfitta. Non è mai salito sul carro degli allegriani, ma si è limitato a dargli la precedenza tutte le volte che ha potuto.

Stesso discorso per Beppe Marotta, vero protagonista del pezzo che state leggendo. In questi giorni, infatti, è stato lui il tema centrale di ogni nostra discussione sul mercato della Juve, una querelle lunga settimane che ha toccato il suo apice durante un pranzo di famiglia domenicale che, guarda caso, veniva poche ore dopo l’ufficializzazione di Bonucci al Milan.

Mediamente dibattere con mio padre è come discutere col tifoso medio dell’Internet, lo stesso che ogni estate ne sa sempre una in più dell’intero comparto dirigenziale bianconero. Marotta non sa vedere, Marotta si fa sempre fregare, Marotta è un buon dirigente ma non è da Juve. E io non so mai bene se stiamo parlando della stessa persona o se ricordiamo allo stesso modo le ultime sei stratosferiche annate calcistiche. Delle volte non so neanche se tifiamo per la stessa squadra, ma è un problema che ho anche con l’Internet.

Dimenandomi dall’altra parte del tavolo tra pacchero al forno e una scaloppina impanata, mi sono ritrovata in piedi sulla sedia a decantare il pezzo su Marotta che dovevo scrivere proprio per Juventibus e che, per i motivi appena spiegati, ha preso tutt’altra forma. E ne è venuta su una lotta senza precedenti: io citavo i capolavori dei parametri zero più belli e forti di sempre (Paul, Andrea e Dani) e lui mi rispondeva con Jorge Andrés Martìnez, che per i catanesi era un fenomeno, ma per mio padre, catanese che tifa Juve, un grande bidone; io rilanciavo con Tevez e lui era pronto a urlare il nome di Hernanes; io rincaravo la dose ricordando che Alex Sandro è ancora nostro e che in attacco abbiamo due argentini che di nome fanno Dybala e Higuan, strappato al Napoli senza pietà, ma, niente, lui accecato continuava a pensare a Sturaro e al regalo economico fatto al Milan con Bonucci.

Insomma, io penso che se uno che nella vita fa capolavori come Mariti e mogli, Manhattan e Crimini e misfatti, allora può permettersi anche di fare tutte le cazzate che vuole, mentre lui non si toglie dalla mente Vicky Cristina Barcellona e sostiene con convinzione che To Rome with love sia una schifezza, quando invece l’episodio con Alec Baldwin e Jesse Einsenberg è una cose più belle fatta da Allen negli ultimi anni.

Mai come adesso, infatti, nonostante gli anni di vittorie, di scommesse e azzardi vinti e di paure sconfitte, la tifoseria bianconera sembra divisa in due: chi continua a dare fiducia alla società, anche se non condivide o capisce poco le scelte di mercato e chi ha perso la brocca dopo Cardiff, convinto che l’Apocalisse sia dentro l’angolo, come se fosse indicibile o inimmaginabile che la Juve delle sei meraviglia possa un giorno anche smettere, per un breve intervallo di tempo, di vincere.

Così i due capitavola continuano scrutarsi e a inveire l’uno contro l’altro, benché entrambi in fondo facciano il tifo per la stessa persona.

«Papà, De Sciglio preso, non ti arrabbiare»

«Non sono arrabbiato. Buona scelta dopo la partenza di Alves»

«Oddio davvero?! Non mi sembri neanche tu»

«È meglio di Lichtsteiner, quindi mi sta bene»

 

Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per il tifoso. Ci accontentiamo.