Diciamo addio allo spettro di Allegri

Va da sé che è solo una coincidenza, ma simbolicamente non si può non notare che la Juve migliore della stagione si è espressa con gol e spettacolo proprio il giorno in cui è terminato il contratto di Massimiliano Allegri.
Esattamente: il duce di 5 scudetti, 4 coppe Italia e 2 finali di Champions, che ha fortemente contribuito a dare una continuità europea alla Juventus del dopo Calciopoli senza badare troppo all’etichetta del ristorante o ai prezzi del menu, gravava ancora sul bilancio della società per una quindicina di milioni.
Tecnicamente, il saluto in pompa magna – con i giusti ringraziamenti e i meritati onori – verso un uomo, un tecnico, che secondo i falchi dello juventinismo più reazionario e meno progressista aveva interpretato al meglio il famigerato “spirito Juve” fatto di vittorie sporche, cattive e senza fronzoli, non era né una separazione consensuale, né la voglia di un anno sabbatico: era un esonero.
Un esonero dopo una stagione nata con CR7, cominciata bene e finita bene e senza patemi in campionato e cominciata bene ma finita con un paio di tonitruanti nemesi personali nelle coppe. Due lezioni di calcio quelle subite da Atalanta e Ajax, squadre sistema che incarnavano la criptonite per le idee del superman toscano, il quale dopo la la sconfitta contro il Manchester United all’Allianz in Champions aveva deciso di abbandonare ogni principio costruttivo per cristallizzare se stesso e la squadra nella celebrazione estremizzata del suo credo, fatto di calcio mordi e fuggi, di calcio (auto?)gestito, di calcio riffa di episodi, di calcio roulette russa determinato dai singoli, visto che i singoli migliori dopotutto li aveva lui.
Il calcio dei furbi, secondo una fortunata ed esattissima definizione di Luca Momblano, che tuttavia, almeno nella percezione di chi scrive, era diventato una pericolosa gabbia identitaria. Troppe, dopo le nemesi inflitte da Atalanta e Ajax, le battaglie ideologiche in televisione, le auto celebrazioni, i siparietti modello Pieraccioni-Panariello, troppe le ribollite toscane e i caciucchi alla livornese per non mostrare scoperto il tallone d’Achille attraverso un’ostentazione del proprio ego contenitivo del mondo (e non contenuto dal mondo) che è il preludio di ogni dolorosa caduta.
La società, prima di tutti, lo ha capito, e quel sé fuori di sé lo ha pagato pur di non averlo ancora in azione.
I tanti, troppi juventini risultatisti estremi, di colpo vittime di metamorfosi in gourmand del calcio champagne che lo rimpiangono, pronti a sottolineare ogni tempo giocato sottotono nel 2019-20, dovranno farsene una ragione: adesso in caso di esonero di Sarri, Allegri non potrà essere richiamato gratis. Semmai dovrà essere ricontrattualizzato.
Chi scrive, come forse si è già compreso, non lo rimpiange, e non lo rimpiangerà qualsiasi strada prenderà questo finale  di stagione. Un conto è la gratitudine, eterna, per le grandiose stagioni e le indimenticabili vittorie; altro conto è non accorgersi di quando un ciclo è agli sgoccioli, totalmente esaurito per mille motivi.
A partire da oggi, dunque, si spera che l’intero mondo dei tifosi Juve si liberi definitivamente di uno spettro ingombrante, che pur nel bene di un ciclo straordinario e forse irripetibile, e nel male di un fine ciclo molto doloroso e involuto, fa parte inevitabilmente, (e ormai anche formalmente) del passato, in uno sport in cui il passato non esiste. A meno di non vivere di “triplete” a 10 anni di distanza, la triste fine che nessuno juventino vero vorrebbe mai fare.