Addio Diego Maradona, dio nemico di una vita

di Sandro Scarpa |

“Non capisci nulla, Sandro! Diego è l’icona più fulgida del Calcio, al di là del carattere, dell’uomo”. 

“Ma quante partite intere hai visto di Maradona? 4-5, ai Mondiali, in quei 2-3 anni. lo hai mai visto in Coppa Campioni, contro Real o CSKA? Di Messi e Ronaldo vivisezioni ogni secondo per 50 gare l’anno, da 15 anni!”. 

“No, no, Diego è Diego. Tocco, visione, genio. Ha azzerato differenze economiche e politiche nel calcio. Leggenda. L’aquilone cosmico e il Sud che vince Mondiali e Scudetti. Mai accaduto, in una A che era una SuperLeague. L’Argentina che non era mica il Brasile di Pelè”.

“Ma aveva accanto Alemao, Careca, Bagni, De Napoli, nazionali. Anche lui da solo non vinceva nulla. Quell’Argentina era tosta. Messi che non ha vinto i Mondiali, ma Diego cosa ha fatto in Copa America? O al Barca, o al Napoli in Coppa Campioni? E Cristiano, 800 gol e fa vincere perfino il Portogallo. Poi c’era Platini, Palloni d’Oro, Coppa Campioni, Scudetti, la Condanna di Vincere e la sicurezza. Non il sogno. Diego trascinato dalla solita narrativa piatta del numero 10 tutto estro e colpi. Fenomeno sì, ma non IL PIU’ FORTE”.

“Dai Sandro, era un altro pianeta, Diego. Le finte, il tango, il valzer, la creatività. La gratitudine del Popolo, in ogni angolo dell’Argentina o qua a Napoli, tra nicchie votive, altarini nei bar, murales. E’ il romanticismo, l’emozione. Più di Maradona chi? Non c’è emozione in Messi testa bassa e autarchia emotiva, né in Cristiano robotico e plasticamente ossessionato. E poi tu sei JUVENTINO, non puoi capire!”

“Appunto, solo in Argentina e a Napoli pensano questo. Come a Roma di Totti. Altrove Maradona è uno che è stato pazzesco per due anni, ma Messi lo ha superato sul campo e Cristiano nei gol, nei trofei, nell’essere forte sempre, nei momenti decisivi, per decenni. Non solo dribbling stretto e la creatività, il calcio è tutto: corsa, atletismo, leadership, velocità, cattiveria, stacchi imperiosi, acrobazie, tap in e killer instinct. La poesia di Ronaldo che vola a 2,5 metri restando in aria è la stessa di uno stop di Diego che di testa non la prendeva mai e in molte gare camminava in campo”.

“Ma Diego era fisicamente straordinario, in campo dopo nottate, orge e cocaina, mica Cristiano petto di pollo e 5mila flessioni. E’ talento contro disciplina estrema”. “Senza un gol di mani e una monetina farlocca la penseresti in modo diverso”. “Maradona è megl’ è Pelè. Sei juventino, NON PUOI CAPIRE!”

Ancora oggi. Ieri. Dopo 30 anni, mi perdo spesso in discussioni con amici sulla grandezza di Diego Armando Maradona. Che non c’è più ora ma ci sarà sempre.

Juventino e napoletano, ho cominciato a tifare e farmi avvolgere dal Calcio visto, tifato e letto e dal Pallone giocato in strada, in un’epoca e in un ambiente che respirava Maradona 24 ore su 24, 7 su 7. Ogni mio amico, parente, zio, insegnante, ogni figura maschile della mia crescita ed educazione era religioso, devoto al culto di Diego Maradona.

Come crescere atei in una popolazione integralmente votata all’idolatria nei confronti di un uomo che non solo abbagliava tutti con la ridefinizione del Gioco del Calcio, ma elargiva a quel popolo finalmente (per loro) Bellezza unita a Gioia suggellata nel riscatto e nella vittoria. L’Estasi e il centro del mondo.

Ed io rivale ed avverso. Scevro di quella dottrina Maradoniana eppure ammaliato dall’onnipresenza nel mondo in cui crescevo. Ho sempre visto i pregi scintillanti di quella divinità in modo laico e cercato, in modo anticonformista e pragmatico, di indicarne i difetti alla massa che mi tacciava (ancora adesso) di eretismo.

Non mi interessa(va) dell’uomo Maradona. Interessa ad altri, alla retorica, al gioco delle fazioni opposte. Mi interessava Diego all’interno del rettangolo: il sublime unito al discontinuo, il magico non disgiunto dalle considerazioni sul Pantheon del calcio che annovera, ai suoi tempi e dopo, calciatori che per me sono andati oltre e sopra, anche lui. Alla pari, diversi.

Eppure, dopo 30 anni, ci discuto ancora: “Maradona è cchiu fort ‘e Messi” (figuriamoci di Ronaldo, quello falso e quello vero). Se ne parlerà sempre, con gioia, scannandosi sul superfluo più bello delle nostre vite. E ogni singola volta, torno a respirare quei corridoi di scuola che echeggiavano “Diegoooo, Diegoooo”, quei piazzali in cui il Super Santos rimbalzava al suono di “Wow! Alla Maradona!”, e i mille pomeriggi di estati infinite vergati da parrucche ricce, maglie azzurre numero 10, campetti scritti sui quaderni con Maradona contro Platini.

Dio, unico o minore, dipende da chi ci ha creduto, ma comunque un Dio. Dio di un monoteismo che durerà sempre, di sicuro (ora ancora di più, con la morte prematura -si dice così-) e dio minore per chi aveva ed ha altri Valhalla da adorare.

E poi, io l’ho visto, allo Stadio. Anzi, ne ho visti DUE. Non so quanti di voi lo hanno fatto davvero.

L’anno dopo il primo Scudetto, un abbonamento che mio padre -tifoso napoletano- era riuscito incredibilmente ad ottenere e che durò una sola gara. Troppo stress per lui il viaggio, le ore di attesa, i gradoni scomodi, la folla in piedi, il fumo, gli spintoni, la palla lontana chilometri e tutto per poter esultare e dire “Sì, ma chi ha segnato?“.

Era un Napoli-Ascoli 1987-1988, Diego contro il fratello Hugo (che subentrò senza manco sfiorare il pallone). Il caldo afoso, l’esordio del primo Napoli di sempre con lo scudetto sul petto, quel 10 che ondeggiava, prendeva palla e partiva un coro e un’enfasi che trasfigurava ogni scatto, ogni gesto. La fusione tra giocatore e popolo, 80mila -forse di più, abusivi o meno- non riusciva a farti capire davvero dove finiva la qualità e magia del tocco e l’esaltazione, a prescindere. Ricordo due-tre finte, un paio di lanci millimetrici, due cross forse assist o pre-assist. E tutto lo Stadio, di voce in voce, di urlo in urlo ripeteva “Maradona! Maradona! Hai visto? Mamma mia DIEGOOO DIEGOOO guarda là, Madonna bella!”, una crisi mistica, un festival religioso, il sangue che si scioglie: ci credi, ti dà bellezza e gioia, ti esalti, lo esalti, la leggenda continua.

Probabilmente in quelle 30-40 gare l’anno Maradona condensava perle che un Messi concentra in 10 gare, o forse no, chi può dirlo. Non si analizza la religione, non si discute di divinità, non si ragione di calcio. Ci si scanna e si esalta col pallone. Ed è andato via uno dei più grandi, di sicuro, nell’esaltare il Pallone e il suo Popolo.

Addio.