Addio Cardiff: cause, scorie, sogni

di Alex Campanelli |

millennium stadium cardiff

Ieri sera, a sconfitta appena servita, pensavo che il day after sarebbe stato ancora più difficile, traumatico e sofferto del dopo-Berlino. Perché stavolta non partivamo sfavoriti, perché abbiamo asfaltato il Barcellona invincibile, perché arrivavamo senza infortuni, perché un sacco di cose. Così non è stato, sono riuscito addirittura a mettere in fila qualche riga ed analizzare la partita in modo quasi lucido.

Un inizio assolutamente promettente, un primo tempo da Squadra che si Gioca una Finale, con tutte le maiuscole possibili, una ricerca del gioco e del palleggio (anche in zone del campo rischiose) che non è facile mettere in campo in una finale. Al gol subito da quel mostro lì, che era facile mettere in conto, non ho mai avuto la sensazione che potessimo perdere, ero praticamente sicuro che gliel’avremmo restituito presto. Non in quel modo, certo: la perla di Mario, che un’eventuale vittoria avrebbe spedito dritto nell’Olimpo degli eroi bianconeri di ogni epoca (le maledette sliding doors del calcio) è stata una giocata sontuosa ma estemporanea, detto che in quel frangente la squadra non faticava affatto da arrivare sulla trequarti del Real, che al contrario si era affacciato dalle nostre parti solo in occasione dell’1-0.

Secondo tempo, il blackout totale: com’è stato giustamente sottolineato da diversi colleghi, sembrava la Juve del primo tempo col Genoa, quella del 4-2 con la Fiorentina (non a caso ultima partita in cui abbiamo preso 4 gol prima di ieri), un po’ quella del primo tempo di Berlino. Non mi sento di ascrivere al caso il gol di Casemiro (MVP in due finali su due, dov’è il caso?), dato che con un forcing del genere il Real avrebbe potuto segnare in mille altri modi, così come l’espulsione di Cuadrado come alibi non può appartenere a un tifoso che si vanti di esser juventino. Incassato il secondo KO, il Madrid ci è saltato addosso e noi non siamo riusciti a evitarlo, restando tramortiti. Il resto è storia.

Le cause? Non mi va di credere alle maledizioni, altrimenti dovrei iniziare a valutare anche l’omeopatia, Scientology e altre follie simili, né tantomeno alla storia o alla “questione di DNA”, perché ad andare in campo sono 11 giocatori dei quali conta solo e solamente il presente. Se Berlino ci ha insegnato che spesso a vincere la Champions è la squadra più forte, Cardiff ci insegna che vince SEMPRE la squadra più cinica, più mentalmente solida, più pronta, più bastarda. A bocce ferme, dal punto di vista tecnico le due squadre erano su piani simili, ma in ogni altro aspetto non c’è stata storia, senza contare che ogni giocatore del Real ha reso al 200% contro il 50% scarso dei bianconeri del secondo tempo. Casemiro ha divorato Pjanic e Khedira, Varane più di Ramos ha imbrigliato Higuain, Isco tra le linee ha squartato in due sempre e comunque il nostro impianto difensivo. CR7 merita una menzione speciale, con quel ciuffo biondo mi ha ricordato la sua versione di Manchester, quando da giovanissimo incantava il pubblico dell’Old Trafford e iniziava a farsi odiare e amare dai tifosi di tutta Europa. Di acqua sotto i ponti ne è passata molta, Cristiano stesso ha cambiato molte versione di sé, a rimanere intatta è stata quell’aura di onnipotenza che emana in partite del genere. Un giorno capiremo quanto siamo stati fortunati a vivere nell’epoca sua e di Messi.

Cosa resta di Cardiff dunque? Resta la sensazione che una squadra come la nostra avesse tutte le carte in regola per portare a casa quella coppa lì, la sensazione che stavolta l’abbiamo davvero fatta cadere noi dalle nostre mani, che per qualche dettaglio l’abbiamo consegnata ancora agli avversari. Rassegnazione? Rimpianti? Non è roba da Juve, così come non lo è credere che “non la vinceremo mai“. La fame atavica di Cristiano e del Real tutto, quel non esser mai stanchi di dominare, non è dissimile dalla filosofia del “Fino alla Fine” che persegue la Juve. I dettagli saranno la piccola grande chiave dei prossimi successi, quei dettagli che permetteranno a Marotta e Allegri di costruire una Juve più forte e in generale più “pronta”. Basterà tutto questo per alzare quella coppa lì? Appuntamento a Kiev, 26 maggio 2018, in società c’è chi sta già lavorando per noi.