Aaron Ramsey: il Principe che vuole diventare re

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Alessandro Ginelli

Nel mondo della moda il termine “Principe di Galles” identifica un particolare disegno dei tessuti degli abiti da uomo, caratterizzato dall’incrocio continuo di quadri grandi e piccoli su uno sfondo a tinta unita. Il nome del disegno è ereditato dal personaggio del Principe Edoardo VIII, detentore di quel titolo dal 1894 al 1936 e futuro Re d’Inghilterra (pur abdicando dopo pochi mesi), che amava indossare questa elegante trama nelle occasioni ufficiali. 

Quando Aaron Ramsey ha apposto la sua firma sul contratto che lo ha legato alla Juventus per i prossimi 5 anni, diventando il terzo gallese della storia della Vecchia Signora dopo Sir John Charles e Ian Rush, i titolisti di vari giornali hanno approfittato del gioco di parole per incoronarlo formalmente “Principe di Galles” con residenza a Torino. 

Se si guarda alla realtà in maniera più oggettiva, tuttavia, si può notare come la vita del neo-acquisto juventino abbia molte più similitudini con la struttura della trama che capita di vedere abitualmente sui nostri cappotti, di quante ne possa mai avere con le stranezze del Principe Carlo d’Inghilterra (attuale legittimo detentore del titolo regale) o con qualsiasi altro membro della Royal Family. 

La motivazione è presto detta. Quadri grandi e quadri piccoli, si diceva. Ordine, metodo, disciplina. Ma soprattutto incroci, svolte e decisioni che hanno caratterizzato tutta l’esistenza di Aaron Ramsey fino ad oggi. Un’esistenza che ora, con mani esperte da sarto, proveremo a ricostruire seguendo un filo nascosto. 

Aaron nasce il 26 dicembre del 1990 a Caerphilly, una cittadina borghese di circa 30.000 abitanti immersa nel verde delle campagne del Galles, il cui monumento principale è (non a caso) il Castello di Caerphilly: un autentico gioiello addormentato alle pendici del monte, ma talmente imponente da essere secondo per grandezza solamente al Castello di Windsor, residenza ufficiale dei Reali. 

Papà Kevin e mamma Marlene sono persone normali. Ordinate, metodiche e disciplinate, come si diceva sopra. Crescono il piccolo Aaron e il fratello Josh con i principi di educazione propri della middle-class inglese e Aaron sembra un bambino tra tanti, uno di quelli destinati a diventare speciale pur senza saperlo. Il piccolo Ramsey ha due grande passioni: gli animali e lo sport. La prima lo accompagnerà per tutta la vita (Aaron è tuttora iscritto a varie associazioni animaliste), la seconda sarà la sua vita. 

All’età di nove anni ecco il primo incrocio della trama di una vita fin lì monocromatica: Aaron è all’interno del campo della sua scuola a Caerphilly ed è in controllo della sua migliore amica, la palla. Contrariamente a quanto si possa pensare, però, non la sta tenendo tra i piedi, bensì tra le mani. Ramsey è infatti un eccellente giocatore di rugby (il vero sport nazionale del Galles) ed è stato adocchiato dagli scout della squadra di St.Helens che ha messo nelle mani, sue e della famiglia, un’ottima offerta. Il giovane deve scegliere cosa fare perché anche il Cardiff City, la squadra di calcio della capitale, lo vuole a tutti i costi. A destra il rugby, a sinistra il calcio. Il bambino sceglie la sinistra e se avremo il piacere di vederlo con la 8 bianconera sulle spalle lo dobbiamo a quella decisione. 

Da quel momento la vita del gallese torna piuttosto lineare. È una di quelle linearità dovute al fatto di essere un predestinato, al modo in cui le cose gli riescano senza che ci sia necessariamente il bisogno di impararle o che ci sia qualcuno ad insegnargliele. Aaron gioca sempre con bambini e ragazzi più grandi di lui ed ogni singola volta dimostra a tutti di essere il migliore sfoderando una spontaneità commovente nelle azioni che compie sul rettangolo verde. È un’escalation rapidissima, fulminea come gli inserimenti in area di cui è dotato. Il 26 aprile 2007, a 16 anni e 124 giorni, esordisce in prima squadra contro l’Hull City 

Giusto il tempo di arrivare al 2008 ed ecco che gli occhi di mezz’Europa sono su di lui, che nel frattempo ha anche già esordito con la maglia della sua Nazionale al Millenium Stadium, lo stadio che probabilmente lo avrebbe accolto anche se avesse scelto di diventare un giocatore di rugby.

Dopo un’intera stagione con la maglia del Cardiff sulle spalle per Aaron torna il tempo delle scelte: Alex Ferguson si muove personalmente per portarlo al Manchester United, l’Everton tenta la famiglia con un’offerta da capogiro, ma Ramsey è affascinato oltre ogni cosa dal modo in cui gli parla Arsene Wenger, uno che si è fatto da solo proprio come lui e alla fine decide di diventare un Gunner, firmando con l’Arsenal un lungo contratto. 

La linea retta del successo è ormai tracciata e ad Aaron Ramsey fino a questo momento non è andato storto praticamente nulla, ma il 2010 è dietro l’angolo e con lui l’evento destinato a cambiare la carriera del centrocampista gallese. 

Il suo Arsenal sta giocando in casa dello Stoke City e il punteggio è fermo sull’1-1. Al sessantacinquesimo minuto c’è una palla che rimane a metà tra lui e Ryan Shawcross, che è molto più grosso e strutturato di Ramsey. Aaron ama troppo il pallone per non buttarcisi, è il suo carattere, il suo istinto. Ma la trama del suo disegno sta per offrirgli una svolta su cui non ha potere decisionale. I due impattano ad altissima velocità, Ramsey tocca la sfera, Shawcross lo travolge facendo fare crac sia alla sua tibia che al suo perone. Pochi secondi e almeno 10 persone sul campo tengono le mani tra i capelli. È un infortunio drammatico, che resta nella memoria ancora a distanza di anni. 

Gli serve quasi un anno per poter tornare a giocare, Aaron ha bisogno della parte lineare della propria vita e si rifugia nei suoi affetti più stretti. È in questo periodo che chiede a Colleen, il suo giovane amore di infanzia, di sposarlo, coronando il finale di una storia tipicamente gallese. Grazie all’affetto di chi gli sta vicino Ramsey troverà la forza per rialzarsi e per giocare 262 partite con la maglia dell’Arsenal, segnando 40 gol.

Ora per Aaron Ramsey è arrivato il momento della maturità. Ha ripreso in mano la propria carriera e finalmente ha preso una decisione da “Principe di Galles” in carne ed ossa, una scelta sulla strada per il trono. Per provare a diventare Re ha scelto di liberarsi del rosso troppo acceso e sfarzoso, per vestirsi di bianconero, più rigoroso e formale. Ha scelto l’Italia, il paese dove Carlo Magno, esattamente 1110 anni prima della sua nascita nell’ospedale di Caerphilly, venne a farsi incoronare dal Papa. Ed ha anche saputo convivere con le fastidiose maledizioni che spuntano ritmicamente con lui e con le sue marcature ormai da più di qualche anno. Dopo questa decisione la storia della sua vita ci insegna che c’è da attendersi un momento di prosperità. Chissà che Torino e la Juventus non possano simboleggiare l’incrocio perfetto, la finitura del suo vestito regale. 


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