A Londra umiliati e offesi

di Leonardo Dorini |

Rieccoci alla Champions, una “gara meravigliosa” dice Allegri la vigilia: si sente profumo di grande sfida, in attesa di quelle che vedremo agli Ottavi, e si sa che il nostro Mister ama questi palcoscenici, vive questi eventi come un momento di affermazione personale e del suo concetto di sfida sportiva ad alto livello: ma questa sera non è andata così.

E il palcoscenico in effetti sarebbe di quelli che tolgono il fiato: siamo a Londra, a Stamford Bridge, nella casa dei campioni d’Europa e capolista di Premier; e in più, siamo qui col cuore leggero del passaggio del turno già ottenuto e sull’onda di una buona prestazione con la Lazio: proviamo a giocarci il primo posto, tanto non c’è nulla da perdere, si direbbe.

Purtroppo però non c’è nulla di buono da annotare in questa partita, se non dire che i Blues si riprendono meritatamente il primo posto nel girone: nulla di simile alle campagne di Inghilterra cui Allegri ci aveva abituato, con le vittorie a Manchester (due volte) e qui a Londra col Tottenham, che rimangono nella memoria di un passato che non pare più attuale, purtroppo.

In conferenza stampa Matthijs de Ligt, aveva sfoggiato grande determinazione, maturità e piedi per terra, mentre il Mister era parso tranquillo, parlando di “test molto importante”, senza cercare alibi nella assenze (“i giocatori ci sono”) e facendo un siparietto su Kulusevski con i suoi proverbiali tempi comici: “E’ dal dentista, cosa c’è da ridere; gli han tolto un dente, o forse due, o tre”.

Nel pomeriggio ci arrivano immagini nostalgiche, con Londra che pare punto di ritrovo di memorie bianconere: Paratici in visita al nostro albergo e poi Del Piero in visita da Paratici al Tottenham, fanno un terzetto niente male con Conte, un amarcord di quelli potenti, una sensazione strana.

Si gioca: quattro in difesa, con Cuadrado che deve arretrare di nuovo a fare il terzino, quattro a centrocampo, e Morata e Chiesa davanti; Bonucci e Jorginho, a Londra, avevano fatto qualcosa di importante con la stessa maglia, ma ora si ritrovano a centrocampo a scambiarsi il gagliardetto: corsi e ricorsi del (romanzo del) calcio.

Loro partono forte, arrivano a folate, anche con sei giocatori davanti, pur non avendo una punta di ruolo; noi difendiamo, costruiamo qualche azione, ma diciamo pure che difendiamo a basta: tutti e quattro i centrocampisti si devono abbassare molto, e facciamo fatica a ripartire.

Prendiamo gol al 25mo, anche se poi potremmo pareggiare subito con un bel pallonetto di Morata (Thiago Silva a momenti si sloga una caviglia per salvare sulla linea); sarebbe meglio arrivare al break con il minimo del passivo, che fra l’altro ci lascerebbe al primo posto, e così è.

Alla ripresa, potevano succedere due cose: o una Juve che trovava il modo di imporre il proprio gioco (ma come?) oppure un Chelsea che tornava in campo con l’idea di farci fuori; e, indovinate un po’? il Chelsea ci fa fuori, eccome, segnando due gol in 3 minuti. 3-0 e il primo posto passa a loro, che certamente stasera hanno dimostrato di meritarlo.

Allegri cambia parecchio, entrano Kean, Dybala e Arthur, McKennie impegna Mendy per l’unica parata del portierone francese questa sera.

C’è spazio anche per l’errore dell’americano, uno dei migliori, che ci fa subire il quarto gol: imbarcata totale e così finisce mestamente, un 4-0 che sa di riduzione delle ambizioni di Champions, anche se in teoria il primo posto è ancora contendibile.

Non c’è altro da fare che dimenticare questa trasferta: non c’è proprio nulla da salvare di questa partita.

L’8 dicembre ultimo turno e poi sorteggi; ma questa è un’altra storia.