Gli 80 anni di Moggi (ovvero, il pezzo per non essere più invitato in certe compagnie)

di Massimo Zampini |

Tanti auguri e buoni 80 anni e Luciano Moggi, l’uomo (con Giraudo, Bettega) che ci riportò lo scudetto dopo nove anni di digiuno, tra cui quello magico (per gli altri) di Maifredi e Montezemolo.

All’inizio non mi era simpatico: troppo arrogante, soprattutto in certe risposte ai giornalisti.

Era l’erede di Allodi, formato in toto dal vecchio Italo. Soprattutto, c’erano tante voci su di lui: dopo diverse esperienze romane, era l’uomo che al Napoli e al Torino aveva conseguito grandi risultati suscitando al contempo diverse polemiche e sospetti, tra cui un incredibile arbitraggio in un Napoli-Juventus di Coppa Uefa e, al Torino, anche un caso (poi archiviato) per le accompagnatrici procurate agli arbitri europei.

Se ne parlava da tempo come di uno col pelo sullo stomaco.

Tuttavia, come noto, se lavori in quelle squadre non puoi certo scandalizzare l’Italia, per quello serve andare in un’altra squadra, in una ben precisa. E lui ci va.

Comincio ad apprezzarlo dopo il primo scudetto osservandone la competenza, in quanto è l’uomo che vince comprando e vendendo, senza poi ripianare, come fanno altri, con decine di milioni in ogni estate a causa dell’eccessiva incompetenza palesata durante l’anno precedente.

Il compito che gli viene assegnato è quello di vincere autofinanziandosi: così, via Baggio e dentro un centrocampista come Jugovic (con Padovano e Vierchowod); vinci la Champions e mandi via capitan Vialli, Ravanelli e Paulo Sousa per sostituirli con Zidane, Boksic Vieri e Amoruso; via Vieri dentro Inzaghi, via Zidane e Inzaghi e dentro Buffon, Thuram, Nedved e Salas, e così via, fino a quel giorno di fine agosto in cui si presentò a sorpresa con Ibrahimovic e Cannavaro (per Carini), a mercato quasi chiuso. Dentro il giovane promettente Ronaldo (prospetto interessante, eh?) per Salas, se solo il cileno accettasse.

Tutto grazie alla Gea, dicevano, e invece no, a quanto dice il buon senso (la Gea faceva finire Nesta al Milan mentre a noi rifilava Baiocco) e soprattutto i giudici, che hanno ridicolizzato qualunque idea di associazione a delinquere su calciomercato e dintorni. Del resto, arrivare primi su Vieri, Inzaghi, Zidane, Trezeguet e compagnia, anche in campionati in cui la Gea non esisteva, ovviamente non c’entra niente con quei discorsi, ma è roba da numeri 1 del settore, anche se da noi queste cose non si possono più dire.

L’uomo dei tanti scudetti, l’uomo della Champions di Roma, delle tanti finali (record di 3 finali di fila di Champions), l’uomo che purtroppo ne ha vinta solo una, l’uomo di tanti grandi colpi, come detto, ma mica infallibile, anzi, e quindi anche l’uomo di qualche “sòla”, quelle tipo Blanchard, Esnaider e Athirson, che è così bello rinfacciargli con un sorriso, nelle rare volte in cui lo si incontra di persona.

L’uomo che pesca Henry, ma pure l’uomo che vende Henry e va bene che Ancelotti gli faceva fare il terzino, ma come si fa a vendere Henry?

L’uomo dei due campionati persi in volata contro le romane, che mi costano qualche estate insopportabile nella Capitale. Degli infiniti duelli col Milan e con Galliani. L’uomo del 5 maggio.

L’uomo, dicono i bene informati, che controllava le tv, probabilmente all’insaputa del presidente dei rivali, proprietario di 3 emittenti piuttosto importanti e, per parecchi anni, maggiore “azionista” anche delle 3 reti di stato.

L’uomo che ovviamente controllava il palazzo, all’insaputa del vicepresidente dei primi competitori, presidente di Lega per una vita.

L’uomo potente, rispettato e temuto, fino al 2006; l’uomo in lacrime e sbeffeggiato, quel giorno del 2006, perché in Italia funziona così.

L’uomo del reato, per la Cassazione, di pericolo a consumazione anticipata, ovvero quei casi in cui il reato si perfeziona tecnicamente anche senza un fatto diretto a raggiungere il fine desiderato; esattamente come nel 2006, con quell’illecito formatosi senza avere alterato singole partite.

L’uomo dalle sentenze indovinate da certi giornali un mese prima che cominciassero (non che finissero, eh, che cominciassero) i processi.

Delle intercettazioni sbattute in prima pagina pure se di parlava dei flirt del figlio o, peggio ancora, di alcuni giudizi dati in privato sui figli di un suo collega dirigente, tanto valeva tutto e il mostro era stato scelto.

Del reato senza passaggio di soldi, senza corruzione, delle schede svizzere che non sappiamo ancora a cosa servissero, della cupola con un solo arbitro condannato, che poi era l’arbitro con la peggiore media punti per la Juventus di quell’anno e che aveva annullato il gol decisivo in supercoppa contro la povera Inter, sebbene fosse straregolare (a che diavolo miravi, allora, con quella diabolica cupola?).

L’uomo delle guerre tra giudici, delle pressioni, delle radiazioni mentre altri galantuomini sono ancora e sempre lì, con le loro paginate piene di attenzioni e rispetto sui giornali.

Sottoposto a una gogna che nemmeno certi boss mafiosi, diventato in una estate il bersaglio più ambito di un paese in cui, appena il vento gira, tutti sono sempre pronti a puntare il dito, almeno finché non vengono beccati pure loro. Lì, il giustizialista più feroce si fa strenuo garantista e cominciano i distinguo: le prescrizioni, i toni diversi, lo facevamo per difenderci e così via.

L’uomo che a oltre 70 anni, denigrato da tutta Italia, lotta fino in fondo, perché sa come funzionava il calcio, sa che parlavano con i designatori anche i moralisti dell’ultima ora, e allora si procura tutto l’infinito volume di intercettazioni, si contorna di un gruppo di volenterosi e capaci collaboratori, le fa ascoltare tutte, permettendoci di sapere che in effetti sì, stavolta non aveva millantato e ci parlavano davvero anche gli altri, con designatori e (perfino) arbitri: regalini, lamentele per i deludenti “score” di certi direttori di gara con la propria squadra, inviti a designare un arbitro in particolare eludendo il sorteggio e così via.

Non serve in sede giudiziaria, non serve neanche per l’opinione pubblica, perché sulla Gazzetta e in certe tv certe cose è bene che trovino poco spazio, ma serve a noi per capire bene il contesto, individuare il grado di doppiopesismo mediatico e riconoscere per sempre certe facce di bronzo, indignate a giorni alterni.

L’uomo intercettato, seguito, spiato, pedinato, eppure sempre cercato dai rivali. L’uomo diventato più umile, che fa sorridere mentre racconta i suoi colpi di mercato e ricorda quella volta (chissà se vera o no) in cui, sapendo di essere ascoltato da dirigenti rivali lì vicini, magnifica le doti di un giocatore mediocre, finché poi non se lo prendono loro.

E allora tanti auguri a Luciano Moggi, dirigente con tanti pregi e diversi difetti: capace, competente, furbo, arrogante e millantatore. Uno che non è certo un santo, ma che almeno non ha mai preteso di esserlo.

L’uomo che con la sua cupola maledetta permetteva di vincere scudi e Coppe Italia a Milan, Lazio, Roma, Parma e Fiorentina, mentre ora che l’abbiamo sgominata ci divertiamo molto di più solo noi juventini.

L’uomo che non va assolutamente nominato e tantomeno difeso con certe illustri compagnie o in certi salotti, se non si vuole esserne squalificati a vita.

E per questo, ci perdonerete, molto più simpatico.