Gli 8 minuti più umani di Cristiano Ronaldo con la Juve

di Alex Campanelli |

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La notizia del 2020 è che Cristiano Ronaldo non è finito, come pensavano (speravano?) in molti. Lo stesso giocatore che “aveva rotto con l’ambiente e dava il meglio solo in nazionale” adesso è di nuovo di colpo il più forte del mondo, tanto che il quotidiano sportivo nazionale che lo metteva in dubbio ora si chiede se il portoghese sia il calciatore più forte della storia della Juve.

I numeri di Cristiano oggi possiamo trovarli su qualsiasi giornale, sito web, tg sportivo e simili, ma è interessante soffermarsi anche su qualcosa di leggermente diverso, che restituisce ancora meglio dei gol la misura della grandezza dell’asso lusitano, in un modo diametralmente opposto a quanto dipinto in maniera stereotipata dai media tradizionali.

Proviamo innanzitutto a chiederci: quanto conta Juventus – Parma per il calciatore Cristiano Ronaldo? Perché un individuo che ha già portato a casa 5 Champions League, 6 titoli nazionali, un Europeo e altri 18 titoli, a 8 minuti dal termine di una partita in casa alla prima del girone di ritorno si mette a rincorrere gli avversari? Perché un attaccante così attento ai traguardi individuali, come da lui stesso candidamente ammesso, in una partita in cui ha già segnato una doppietta, non aspetta palla in avanti “come fa sempre” per sfruttare un eventuale contropiede e invece ripiega sistematicamente verso la propria area?

Domande che possono sembrare legittime solamente se non si pensa alla storia calcistica del 7 fin qui; a Cristiano interessa solamente vincere, in finale di Champions così come nella meno interessante delle gare di campionato. Il sacrificio di un giocatore che a 35 (trentacinque) anni si sfianca sulle fasce per ripiegare, poi si rialza in pressing, poi torna a dare una mano ai compagni è un corollario del pensiero che ne guida le azioni: Cristiano vuole vincere, è disposto a tutto per farlo, sa benissimo che a calcio si gioca in 11 e che il bene della squadra viene prima del suo, ragionamento che fa crollare gli ultimi baluardi che lo dipingono come il più grande dei solisti.

Eppure, davanti a un brevissimo riassunto dei suoi ultimi minuti come quello di Sandro Scarpa, ancora ci emozioniamo e ci stupiamo; perché il Dio del calcio sceso tra noi di tanto in tanto torna umano e prende per mano i compagni nei momenti di difficoltà, perché la narrazione creatasi intorno al 7 ci porta a sorprenderci quando il marcatore più implacabile dell’era moderna si sporca le mani con compiti difensivi, oppure semplicemente perché lo consideriamo affare non suo, come quando un difensore si spinge in area e segna, un regalo graditissimo che non ci aspettavamo e soprattutto che non osavamo chiedere.

L’ultimo step nella nostra comprensione del calciatore Cristiano Ronaldo sta proprio qui: lo veneriamo e celebriamo come una divinità, com’è normale che sia, perdendone sin troppo spesso di vista la dimensione umana e professionale (quelle legate al campo, la sfera privata non ci compete). Quando anche il più scettico degli juventini smetterà di pensare che Cristiano non è venuto alla Juventus solamente per soddisfare il proprio ego, rimpinguare il suo già ricco conto in banca e scrivere altre pagine del suo personale libro dei record, allora potremo dire di averlo capito veramente.

Qui rischiamo di entrare in una sfera filosofica difficile da analizzare, quella relativa ai veri motivi per cui un calciatore professionista gioca a calcio, all’importanza e l’influenza che le relazioni coi compagni e i tifosi hanno nella sua vita, una serie di perplessità che riguardano però in egual misura la stragrande maggioranza dei professionisti. E’ sufficiente dire che il superuomo Cristiano in questo non è differente dagli altri giocatori: non è più egoista, più individualista e più narcisista, almeno per quanto riguarda il campo, è semplicemente esigente a livelli ossessivi con sé stesso e di riflesso anche con gli altri, un atteggiamento che OGNI suo compagno di squadra ha sempre definito come positivo, se non addirittura fonte di motivazione e ispirazione.

Se Cristiano non fosse stato questo, non avrebbe raggiunto tali risultati, e non avrebbe rincorso Sprocati all’87’ di uno Juve-Parma qualsiasi. Immaginarlo come un robot, una macchina da gol, trofei e soldi ci aiuta a comprendere la grandezza del singolo, ma mai ci permetterà di capire perché Cristiano Ronaldo è il calciatore più influente del nostro secolo.