7 motivi per guardare con ottimismo al futuro

di Giulio Gori |

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Ogni sconfitta porta con sé valanghe di recriminazioni. E uno 0-3 in Champions suscita sentimenti dadaisti, la voglia di fare tabula rasa e ripartire daccapo. Eppure, storicizzando la sconfitta della Juventus e guardandola alla luce delle ultime stagioni, ci sono molti più elementi per dire che la strada imboccata è quella giusta che viceversa.

Prima considerazione ovvia, il Real Madrid tecnicamente è più forte e se gli càpita una serata di grazia in cui il suo fuoriclasse, ovvero il miglior giocatore al mondo per distacco, trova due gol di qualità tecnica sublime, è difficile pensare di poter competere. L’applauso dello Juventus Stadium al secondo gol di Ronaldo è un atto di grande sportività (in Italia nei confronti dei bianconeri non succederebbe mai, anzi dopo una partita del genere sarebbero partiti veleni e recriminazioni), ma anche una presa d’atto dei valori in campo. Ma se la differenza vera l’ha fatta un fuoriclasse in una serata di grazia, con una Juve che sul campo non ha fatto una brutta partita, significa che le distanze esistono e pesano. Ma anche che nella singola partita non sono incolmabili, come in passato è già stato dimostrato.

Secondo, la Juventus negli ultimi anni in Champions è regolarmente riuscita a mettere sotto tutte le squadre di livello tecnico inferiore al suo e anche le pari grado. Fatto tutt’altro che scontato, dal momento che molti pretendono che i bianconeri sconfiggano squadre di caratura maggiore. Del resto, negli ultimi quattro anni hanno eliminato una volta il Real Madrid e una volta il Barcellona, andando vicinissimi a riuscirci anche col Bayern Monaco. Vinci sempre con chi ti è inferiore e a volte vinci con chi ti è superiore, segno di una grande maturità.

Terzo, la dirigenza della Juventus da anni ha impostato una strategia di ricambio continuo della rosa, per non rischiare di incappare dopo anni di successi nella fine di un ciclo, come accadde sotto la prima e la seconda gestione di Marcello Lippi. Oltre ad aver vinto sei scudetti di seguito, da quattro anni consecutivi ha superato la fase a gironi  della Champions e per due volte è arrivata alla finalissima. La strategia del ricambio per ora ha sempre funzionato, e pensare che in rosa ci sono solo cinque giocatori del primo scudetto, di cui solo due titolari. In molti obiettano in riferimento alle cessioni eccellenti: ma nella quasi totalità dei casi, si è trattato di ragioni di età o di giocatori che per ragioni ambientali non avrebbero potuto più dare il meglio a Torino. Di fatto, l’unica vera grande cessione motivata da ragioni puramente economiche è stata quella di Pogba. Molti lamentano giustamente che il francese non sia stato degnamente sostituito: verissimo, ma è altrettanto vero che non è semplicissimo trovare giocatori alla sua altezza. E che se vuoi competere con altri «fatturati» devi necessariamente cercare di scovare il colpaccio (Bentancur, ad esempio, ha tutte le premesse per esserlo). Sia chiaro, il problema del fatturato si pone eccome: mentre le lamentele di Sarri sbagliano destinatario (dovrebbe invece lagnarsi della sua società, che non si modernizza, che non fa nulla per emulare una società autofinanziata come la Juventus), la distanza tra Italia e altri Paesi d’Europa invece è uno svantaggio che non dipende dalla capacità di una dirigenza: si diano pace i tifosi che vivono in una bolla di vetro, l’Italia non è quella di vent’anni fa, viene da una crisi economica devastante e questo si ripercuote inevitabilmente sugli introiti di chi fa dell’Italia il suo principale mercato, in termini di biglietti, di abbonamenti tv, di gadget. E i pubblicitari lo sanno bene: a determinare i prezzi delle sponsorizzazioni non è la bravura di una dirigenza, ma il portafoglio dei compratori, ovvero noi. Eppure la Juventus non ne fa un alibi e da anni mette in campo, italiano come europeo, formazioni di una qualità competitiva altissima, capaci di schiacciare colossi dai mezzi economici molto più importanti. Grazie alla qualità dei giocatori selezionati, alla guida tecnica, alla serietà dell’organizzazione che si traduce in serietà dei singoli professionisti. E in maturità sul campo. Certo, l’asticella bianconera può e deve essere ancora alzata. Ma senza necessità di fare tabula rasa: ad altissimi livelli, la differenza la fanno le virgole.

Quarto, la Champions non ha la formula di un campionato con un girone all’italiana, dove dopo 38 partite vince effettivamente la squadra che si è dimostrata più forte, dove la fortuna alla lunga ha un ruolo marginale. In Champions, il caso, un pallone che prende il palo interno anziché interno, un rigore sbagliato, un cartellino rosso, fanno la differenza. Lo dimostra il fatto che fino allo scorso giugno erano 27 anni che una squadra non vinceva questo torneo per due volte di seguito.

Quinto, se vuoi vincere la Champions, c’è una cosa molto «semplice» da fare: stare con costanza ai piani alti. Se sei un fuoco di paglia, le tue possibilità di arrivare in fondo e alzare la Coppa sono molto scarse. Succede talvolta che dei malcapitati vincano, ma è l’eccezione. Per avere una ragionevole probabilità di vincere devi arrivare alla grande volata molte volte. E devi avere un pizzico di fortuna non solo in campo. La Champions 2018 è difficilissima da vincere per chiunque, con le squadre favorite tutte arrivate ai quarti (con buona pace degli innamorati del Psg, non bastano i piedi buoni a fare una Squadra con la S maiuscola). Per la Juventus, il vero rimpianto deve essere la sconfitta agli ottavi contro il Bayern di due anni fa: con il Barcellona fatto fuori dall’Atletico e il Real ancora in cerca di un’idea di gioco e con CR7 incerottato, l’occasione era ghiotta.

Sesto, la Juventus deve rafforzarsi a centrocampo. Khedira, sontuoso contro il Real, ha fatto una pessima stagione perché non è quasi mai stato in forma. Marchisio, dopo tanti problemi fisici, ha la stessa qualità di una volta, ma sembra aver perso le sue doti dinamiche: per questo sembra difficile ipotizzare un suo ritorno al ruolo di mezzala; più probabile che possa ormai fare (e molto bene) il regista, ruolo in cui comunque la concorrenza di Pjanic non è cosa di poco conto. Matuidi è un giocatore importante, per corsa e per intelligenza, ma non è tecnicamente di primo piano. Bentancur ha le premesse del fenomeno, ma è chiaro che non bisogna mettergli pericolosa fretta. Quindi, alla Juventus un grandissimo centrocampista, possibilmente dinamico, farebbe assai comodo. Per gli altri reparti la qualità è alta, la scelta e ampia, e con la stagione nuova ci sarà un paio di innesti di giovani italiani che arricchirà la rosa.

Settimo, nel calcio ci sono molte mode e ben poche leggi. La qualità di una gestione tecnica si valuta principalmente dai risultati: nel breve periodo l’elemento fortuna può pesare, nel lungo vale indiscutibilmente la qualità. Oggi molti osservatori ritengono che il futuro sia il gioco di posizione inventato da Pep Guardiola. Indubbiamente è uno dei percorsi più avvincenti e vincenti del nuovo calcio.  Ma è sbagliato ritenere che sia l’unica possibilità. Il calcio, ogni giorno, anche in questi ultimi quarti di finale, anche col meraviglioso Real di Zidane, dimostra che non esiste un unico modello, che ci sono strade vincenti anche senza il controllo costante del pallone e il calcio Champagne. In questo contesto, le numerose critiche ad Allegri sono più che legittime e altrettanto il diritto a ritenere che sulla piazza possa esserci di meglio. Però ci vuole anche una sana attinenza ai fatti. E i fatti parlano chiaro anche a livello Europeo. Quando in quattro anni superi quattro volte i gironi (fatto mai scontato, visti anche periodi più vincenti della nostra storia), ti metti sempre dietro le squadre di rango inferiore, batti pari grado come Borussia Dortmund e Tottenham, riesci a far fuori Barcellona e Real Madrid, significa che in panchina hai tutt’altro che un inetto.

Postilla. Chi scrive non è religioso, e non lo è neanche quando si parla di pallone. La Juventus è di fatto quasi eliminata dalla Champions e a Madrid ci vorrà un’impresa anche solo per riuscire a non perdere. Ma il calcio è fatto di uomini, non di numeri primi. E vendere cara la pelle è dovere di chi entra in campo. Sempre. Va detto chiaro e tondo, andare a Madrid e prendere un’altra valanga di gol non è affatto improbabile. Ma le sliding doors sono in ogni angolo, in ogni metro, in ogni minuto di partita. Il pallone a volte sa essere maledettamente spietato e, solo per fare un esempio trito, a volte basta un rimpallo, un intervento in ritardo, un rigore e un cartellino rosso a cambiare una storia. Non dobbiamo illuderci, ma se c’è una volta in cui lo slogan «fino alla fine» ha un significato è stavolta. Senza pie illusioni, col realismo di chi va semplicemente in battaglia, con in testa nessuna speranza, ma la semplice convinzione di dover lottare fino all’ultimo contrasto. Ricordo che due anni fa, durante la partita contro il Bayern a Torino, sullo 0-2 e i tedeschi che facevano quel che volevano, c’era una pioggia di tweet che recitava: «Anche quest’anno, l’anno prossimo». Effettivamente siamo stati eliminati. Ma sappiamo che dopo quello 0-2 abbiamo combattuto e ci siamo guadagnati il rispetto. E quando ti guadagni il rispetto, quando negli occhi dell’avversario sparisce la serenità, càpita anche che ti facciano dei regali. Non soltanto sul momento, ma anche negli anni avvenire.