6 pensieri sul sesto scudetto

di Massimo Zampini |

 

1) Niente di scontato

 

Dai, lo scudetto è scontato”. Ma vincere non è mai scontato. Figuriamoci la sesta volta di fila. Se bastasse essere i più forti sulla carta, per vincere, nello sport ci sarebbero continuamente dei cicli infiniti di vittorie. Non è così, perché contano appunto anche gli stimoli da ritrovare anno dopo anno, la capacità di cambiare continuando a rafforzarsi: tutte cose straordinariamente complicate.

Sembrava impossibile vincere quel primo scudetto, 6 anni fa.

Riconfermarsi la stagione seguente era difficile.

Farlo per la terza volta, con la Roma partita con dieci vittorie di fila, pareva ancora più complicato. Non avevamo mai vinto 3 scudetti di fila, negli ultimi 80. E’ finita con un’amichevole all’Olimpico decisa dal primo e ultimo gol di Osvaldo in bianconero, al novantaquattresimo di una partita giocata con Storari, Padoin e compagnia.

L’estate successiva, a ritiro iniziato, la partenza improvvisa di Conte: quel giorno di metà luglio noi per primi non credevamo al quarto consecutivo, e i rivali si divertivano a fare giochi di parole definendosi sempre più Allegri. In fondo ci avevamo strappato pure Iturbe, come trattenere l’entusiasmo?

Il quinto anno alla decima giornata eravamo spacciati, il campionato era tornato bello e avvincente: poi ne abbiamo vinte cento di fila ed è tornato il solito torneo di basso livello, chiuso ad aprile con un gol di Nainggolan al Napoli (sì, perché il destino si è pure divertito parecchio, in questi anni).

Il sesto arrivano dei campioni assoluti. Ne partono altri, che ci paiono insostituibili. Siamo nettamente favoriti, obbligati a vincere: “dai, lo scudetto è scontato”. Qualunque altro risultato sarà considerato un fallimento, e già per questo non è facile.

E’ una trappola: vincere per l’ennesima volta consecutiva è sempre più difficile, perché le altre hanno ancora più fame, mentre noi prima o poi dovremmo essere sazi.

E invece no: anche sei anni dopo, le altre non avevano più fame. Noi non eravamo sazi.

Proprio per questo si tratta di un’impresa sensazionale. Che non aveva proprio nulla di scontato.

 

 

2) Le due lezioni di Bonucci

 

Leonardo Bonucci è uno dei simboli di questa squadra. Esattamente come lei, è considerato fortissimo ma antipatico.

Non lo conosco personalmente. Non ho idea se sia simpatico o antipatico, umile o arrogante. So che in qualche mese ci ha insegnato tante cose.

Come reagire mentre pare che il mondo ti stia crollando addosso, senza nascondere sentimenti e paure, senza togliere nulla alla propria professionalità.

Come superare le ridicole barriere del tifo, anche all’interno della famiglia, accettando, esaltando, stimolando il diverso tifo dei due figli: il più piccolo juventino sfegatato, il più grande invece supporter del Toro, appassionato di Belotti e della maglia granata, apparentemente spiaciuto alla festa bianconera (ma è sempre in tempo per redimersi, eh!).

E chi se ne frega di chi non capisce.

Se davvero c’è qualcuno che non capisce.

 

 

3) La repulsione per gli alibi

 

Chi è juventino lo sa da sempre: cercare alibi serve a tenere buoni i tifosi ma indebolisce le ambizioni di una squadra. Questo vale sempre, che si parli dell’orario in cui si gioca, del fatturato di chi vince, dell’Udinese che si scansa (ma poi ci leva due punti), l’Atalanta che si scansa (via due punti anche là), il Sassuolo succursale (e l’anno scorso proprio lì raggiungemmo l’apice della crisi), Berardi che fa il furbo pur di non affrontarci (ma poi salta mezzo campionato per infortunio). E ovviamente loro, gli arbitri.

Agli antijuventini è inutile spiegarlo, ma a qualche juventino potenzialmente lagnoso è utile ricordare che puoi vincere alla grande uno scudetto con soli 3 rigori a favore in un torneo dominato, ben 11 in meno della tua prima rivale. Che non serve recriminare sui penalty negati, sull’annullamento di un gol in una partita importante dopo una bella chiacchierata tra arbitro, assistenti e giocatori avversari (e alla fine perdi pure). Che se l’anno prossimo non vinceremo non sarà per quel rigore non dato, ma perché qualcuno sarà stato più bravo di noi.

Lo spiegano Allegri, Buffon, Barzagli, Chiellini, con le loro interviste dopo ogni passo falso: quando si perde è inutile lamentarsi, anzi si deve trarre qualcosa dalla sconfitta, per fare in modo che se ne verifichino sempre meno. Meglio studiare un cambio modulo per cambiare le cose, piuttosto che invocare un rigore per fallo di mano che forse ti avrebbe portato a pareggiare una partita peraltro giocata male.

Se dopo un anno del genere i rivali sono convinti, ma convinti davvero, che tu abbia vinto il tuo sesto scudetto di fila per il rigore contro il Milan (dopo quello negato nel primo tempo) o perché Acquah con un intervento pericoloso ha toccato pure la palla, per te è una super notizia.

Purtroppo, tuttavia, tocca segnalare che qualche rivale (in particolare Spalletti, ma anche De Rossi) ha rinunciato alla consueta dose di alibi, riempiendo la Juve di complimenti e proiettandosi piuttosto a cercare di limare il gap che li separa dai campioni. Speriamo sia solo un fatto estemporaneo; altrimenti, si tratterebbe del primo elemento di preoccupazione in vista della prossima stagione.

 

 

4) Le corse di Mandzukic

 

Magari rientra nel punto 1, che è riferito alla fame. O al punto 2, relativo allo spessore umano dei nostri. Forse anche al punto 3, quella voglia di vincere sempre prevalente sulla ricerca degli alibi. O magari è un punto a parte, che c’entra con la Juventus da sempre: Buffon si fa spesso da parte per Neto (che vince da titolare due coppe Italia e gioca pure in campionato); Barzagli accetta col sorriso un ruolo part time, talvolta da esterno difensivo; Benatia è felice di giocare in una delle pochissime squadre europee in cui non partirebbe titolare; Marchisio sa aspettare pazientemente il suo turno; Higuain torna, imposta, regala assist e conclude; Dybala viene sostituito e la domenica successiva gioca sempre meglio; Mandzukic pare faccia l’esterno da una vita, attacca, difende, sottrae palloni nella nostra area al 92’, mentre fino a 4 mesi fa pensavamo fosse pressoché incompatibile con Higuain.

Merito dei giocatori, certo. Ma in tutto questo – sì, anche nelle corse di Mandzukic – c’è tanto della Juventus, della sua storia, della sua attuale società: il gruppo più importante dei singoli, l’assenza di primedonne, lo spirito di sacrificio. Tutti compatti verso l’obiettivo comune. L’unica cosa che conta.

 

 

5) L’impenetrabilità dell’ambiente

 

Provateci voi, a dare il meglio in una lunga e complicata competizione, nella quale una volta minacciano di chiuderti lo stadio in cui hai appena cominciato a giocare perché rischia di crollare, l’anno seguente ti squalificano l’allenatore per diversi mesi e devi trovare soluzioni alternative, nella stessa estate propongono anni di squalifica per alcuni tuoi giocatori che non c’entrano nulla, sei costantemente sottoposto a polemiche infinite al minimo accenno di errore arbitrale in tuo favore (ma negli ultimi anni siamo allo step successivo: le polemiche sulle proteste eccessive di Bonucci; il video di Inter channel che finalmente spunta e porta alla luce una punizione a due fatta ribattere; le squadre che si scansano quando vinci facilmente; tu che ti scansi quando perdi a Roma! Ecc ecc), fino alla sesta stagione in cui prima ipotizzano un tragicomico falso in bilancio per mancato accantonamento, poi virgolettano frasi apparentemente maliziose di Buffon sulle rivali che si scansano (sob!) e infine si discute per settimane di una presunta intercettazione del tuo presidente su questioni di tifo e criminalità organizzata. Presunta, perché se l’era inventata il procuratore. Provateci voi, a restare totalmente indifferenti ai rumori di fondo, alle delegittimazioni continue, ai processi sportivi o mediatici allo stadio, all’allenatore, perfino al presidente.

Alla Juventus succede. Noi, che non la viviamo da dentro, ogni volta ci preoccupiamo, ci spaventiamo, ci chiediamo come facciano a fregarsene e continuare a tenere nella testa solo l’obiettivo finale.

Loro ci riescono sempre.

E gli altri, quelli che intravedono un chiaro piano per destabilizzarli se solo li fanno giocare alle 12.30, non riescono a farsene una ragione.

 

 

6) Quel meraviglioso rito primaverile

 

Se a volte vi sentite sazi di scudetti, contenti della vittoria ma quasi annoiati, soddisfatti ma viziati, guardatevi intorno.

Pensate quanto è bella, orgogliosa, felice, elegante l’ormai consueta festa con premiazione allo stadio con giocatori, staff e familiari. Controllate l’account twitter del Barcellona, puntuale a complimentarsi con gli storici rivali del Real Madrid per la vittoria nella Liga, e confrontatelo con le altre 19 squadre di serie A in Italia (18, perché la Samp alle 20.30 si è distinta dalle altre), incapaci anche di fare un pur formale tweet di complimenti, per paura delle reazioni dei propri tifosi o semplicemente perché lontanissime da una reale crescita sportiva e culturale in questo calcio italiano da terzo mondo; leggete tutti i commenti piccati, ormai una piacevole abitudine primaverile, degli antijuventini scatenati sul numero degli scudetti, come se le loro squadre potessero anche solo avvicinare il numero di 33, 35, ma pure fossero dieci di meno.

Davvero rinuncereste a tutto questo? Se non siete ancora convinti, ripensate solo per un attimo a quella estate che sappiamo noi. Alle scemenze che ci raccontavano e si raccontavano (“ora finalmente potranno vincere tutte”, “vediamo se vincerete anche senza Moggi”, da adesso se vincerete le vostre vittorie saranno apprezzabili e saremo i primi a farvi gli applausi”, ecc) per credere davvero a quel loro sogno di una notte di mezza estate, in cui se la ridevano credendo di averci eliminato sul serio.

Ora riguardate la festa: lo stadio, le facce dei tifosi, le bandiere, la felicità dei giocatori.

Davvero non impazzite alla sola idea di provare a vincere il settimo di fila?