5/2/1997: quando a Palermo arriva la Juve più forte di sempre

di Giuseppe Gariffo |

Venti anni fa frequentavo la quarta liceo nella mia città natale, Palermo, nella quale vivo tuttora. Tutti i ricordi del periodo liceale sono annodati a doppio filo con quelli a tinte bianconere. Fatta eccezione per il primo anno – l’ultimo di Trapattoni – i quattro successivi sono indimenticabili. Sono quelli del primo Marcello Lippi, un uomo che restituisce alla Juventus il DNA vincente smarrito da quasi un decennio, quello in cui i bambini juventini dovevano subire gli sfottò dei tifosi del Milan di Sacchi e Capello e dell’Inter dei tedeschi, ma anche veder vincere il Napoli di Maradona e la Samp di Vialli e Mancini. In questi quattro anni la Juventus si riappropria del calcio italiano e anche dell’Europa che conta (particolare piuttosto significativo per chi, come me, nella notte dell’Heysel avrebbe dovuto festeggiare il quinto compleanno). Due finali perse contro avversarie nettamente inferiori hanno impedito che la storia svoltasse in modo ancora più netto.

E di quel quadriennio di vittorie, la Juventus del 1996-97 è certamente la più forte. Forse la più forte di sempre. Ricordo la mattina del 26 Novembre, giorno della finale di Intercontinentale Juventus-River Plate a Tokyo. Con un compagno, gobbo come me, attuammo un piano che impose un’inutile assemblea di classe per permetterci di seguire alla radiolina la partita che, complice il fuso orario giapponese, si disputava in orario di lezione. L’urlo al gol di Del Piero arrivò poco prima del suono della campana. Poche settimane dopo la Juve banchettò al Parco dei Principi di Parigi, battendo 6-1 i padroni di casa nella gara di andata della Supercoppa Europea (non l’unico 6-1 esterno di quella stagione, come ricorderanno gli amici milanisti). La dirigenza bianconera, prevedendo, in uno dei periodi più freddi dell’anno, un Delle Alpi vuoto e spettrale nella gara di ritorno, decise di eleggere Palermo come sede del retour match.

A diciassette anni era la quinta partita della Juventus che potevo vedere dal vivo. Tre, però, erano state amichevoli estive e nel corso dell’ultima di queste, in occasione dell’inaugurazione dell’orripilante stadio Euganeo di Padova mio padre promise, convinto forse che non sarebbe accaduto, “se vinciamo lo Scudetto ti porto a Torino a vedere l’ultima partita”. Caso volle che quella Juventus fosse la prima di Lippi e che quella promessa dovette essere onorata, con tanto di Juventus-Parma 4-0, doppietta di Ravanelli ed aereo di ritorno Linate-Palermo perso per via di una A4 bloccata dai tifosi bianconeri festanti.

Non poteva esserci, dopo un anno e mezzo, un regalo migliore per me: potevo tornare a vedere la Juventus di presenza. Un grande regalo per tutti gli juventini di Sicilia, in particolare i tanti della mia città. La squadra locale mancava dalla A da oltre 25 anni e anzi si avviava verso una mesta retrocessione in serie C1. Allo Stadio della Favorita, che spesso frequentavo all’epoca, era normale vedere tifosi, anche in Curva, attaccati alle radioline e pronti all’esultanza in caso di gol di una delle strisciate (oggi odiate, una più delle altre due). La fame di grande calcio era palpabile, e la scelta della dirigenza bianconera scatenò grande entusiasmo in città.

Alla vigilia, nel primo pomeriggio del 4 Febbraio, i cancelli del Grand Hotel Villa Igea, lussuoso albergo che si affaccia sul porticciolo dell’Acquasanta e che ancora oggi ospita i bianconeri nelle trasferte a Palermo, sono già presi d’assalto dai fans. Io abito a pochi passi dallo Stadio e scelgo di assistere all’allenamento della Juventus alla Favorita, insieme ad alcune migliaia di supporters che affollarono la Curva Sud aperta per l’occasione. Ricordo poco della rifinitura, ricordo benissimo invece la lunga attesa e la ressa dietro le grate dell’area pullman, unica breccia violabile per ottenere l’autografo di uno dei beniamini. Ne esco vincitore, con il mio diario firmato da Peruzzi, Porrini e, pensate un po’, Zinedine Zidane. Non tocco libro per tutto il pomeriggio e, io che al Liceo sono anche bravino, per evitare lo spauracchio interrogazioni, l’indomani decido senza alcun rimorso di marinare la scuola. I miei genitori lo scopriranno dopo vent’anni, se leggeranno questo pezzo.

La sera del match la Favorita è piena. Quarantamila gobbi provenienti da tutta la Sicilia, come attestano gli striscioni in curva. Perfino i parterre delle tribune, dietro la recinzione che separa gli spalti dal campo, brulicano di spettatori in piedi, verosimilmente portoghesi, ma comunque siciliani. La partita ha poco di agonistico: viene giocata a viso aperto, dato l’esito scontato, da entrambe le squadre. Io me la godo dalla tribuna centrale, poche file sotto la Triade Moggi-Giraudo-Bettega: è un evento speciale e merita una location d’eccezione. Sono poche file sopra la panchina di Marcello Lippi e posso quasi sentire l’odore del fumo del suo toscano. L’attuale Renzo Barbera si rivela cornice all’altezza dello spettacolo di una finale europea. Esso è, in quel tempo, uno degli stadi di calcio italiano più belli, per la vicinanza degli spalti al campo e per il panorama in cui  è immerso (il verde del Parco della Favorita e lo sfondo del Monte Pellegrino sormontato dal Castello Utveggio). Amareggia notare che continua ad esserlo anche dopo vent’anni a causa del profondo immobilismo del calcio italiano, Juventus Stadium a parte.

Sul piano tecnico, accadono anche un paio di cose da ricordare. Anzitutto la meravigliosa doppietta di Del Piero, intramezzata dal palo del futuro milanista Leonardo e dal momentaneo pareggio di Raì, il fratellino di Socrates. Alex nel primo tempo fulmina il portiere in uscita con una splendida girata dopo aver stoppato, spalle alla porta, un lancio proveniente dalla trequarti. Nel secondo tempo poi riporta la Juve in vantaggio depositando il pallone in porta di testa, dopo aver tentato invano di scavalcare l’estremo difensore parigino Lama con un sombrero. Il dato più rilevante di quella partita è tuttavia un altro: quella sera nasce una stella. Il giovane Bobo Vieri, ventitreenne fino a quel momento oggetto misterioso dell’attacco bianconero, quinto di una batteria in cui è preceduto da Del Piero, Boksic, Amoruso e Padovano, a venti minuti dalla fine sostituisce quest’ultimo e inizia a svelare di che pasta sia fatto. Prima riceve un pallone crossato da destra da Zidane, lo stoppa di petto al limite dell’area e lo scaraventa in girata di sinistro verso Lama, che si supera e blocca. Poi, nei minuti di recupero, sigla il 3-1 definitivo di testa. Da quel giorno inizia a scalare le gerarchie dell’attacco bianconero: incanta l’Europa ad Amsterdam nella semifinale contro l’Ajax facendo coppia con l’amico e coetaneo Nick Amoruso (forse la Juve europea più bella e autoritaria che ricordiamo), viene poi preferito a un Del Piero non al meglio nella sfortunata finale di Monaco contro il Borussia Dortmund, dove affianca dall’inizio Alen Boksic. L’estate dopo, il trasferimento record all’Atletico Madrid per 34 miliardi, quello della celebre bugia di Moggi all’Avvocato. Personalmente continuo a credere che, se fossimo riusciti a trattenerlo qualche anno, lui avrebbe vinto prima o poi il Pallone d’Oro, e noi almeno una Champions in più, in un epoca in cui eravamo i più forti di tutti.

E dal fatto che oggi mi trovo a ripetere gli stessi discorsi, riferendomi a Dybala, mi accorgo che vent’anni sono volati, che la passione è sempre la stessa, che il tifoso non impara mai a razionalizzare. Anche se il tempo passa, se non sono più un liceale ma un professionista con una famiglia numerosa sulle spalle, anche se nel frattempo abbiamo vinto altri dieci scudetti, perso altre quattro finali di Champions e subito lo sfregio di Calciopoli. E anche se oggi la splendida cornice si chiama Juventus Stadium, e per andare a vedere lì la Juventus prendo un aereo, dormo in hotel e, anziché marinare la scuola, perdo spesso almeno mezza giornata di lavoro.

E non lo faccio raramente. Ma questa è un’altra storia, che vi racconterò presto.

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