5 cose da Juve e 1 minuto di silenzio

 

1) Fino alla fine: quando si parla di Juve, suona davvero retorico e quasi non se ne può più di citarlo, anche perché soprattutto a Roma il gol è arrivato quasi per sbaglio e non per chissà quale pressione offensiva. Ma se nelle giornate e nei periodi storti sei duro a morire, non brilli ma non crolli, se ti abbracci come fosse la prima volta per ogni gol salvato, poi è possibile che alla fine non solo non perda, ma un tuo giocatore la risolva in qualche modo. E’ per questo che chi davvero ama il calcio non può vivere solo di classifiche di bel gioco, di possesso palla e occasioni create: l’emozione è un’altra cosa. Può nascere da una bellissima trama, da una partita dominata o, magari anche di più, da due partite in cui pensavi di perdere, al massimo di pareggiare, e alla fine hai vinto in modo incredibile, esultando come mai. Può chiamarsi Pirlo, Giaccherini, Bonucci, Cuadrado, Dybala, o magari Trezeguet e Nedved, ma se capita mille volte contro una, vuol dire che il tuo motto più azzeccato di sempre è proprio questo.

2) Mille finali: qualcuno non capisce, o addirittura se la prende quando, dopo le finali (costantemente perse), affermo fieramente che il mio sogno sarebbe poter giocare immediatamente quella dell’anno successivo, anche col (forte) rischio di riperderla. Perché è sportivamente un miracolo, soprattutto in anni come questi. Per l’emozione di giocarsi il trofeo più importante d’Europa fino all’ultimo atto. Soprattutto, per il percorso che ti porta fin lì. Sono partite vissute con emozioni infinite davanti alla TV o meglio ancora allo Stadium, con la birra con le solite persone nel solito chioschetto, la solita tentazione di prendersi un paninaccio immangiabile lì e la solita saggia rinuncia, perché poi c’è la solita cena, nel solito posto, il solito gruppo e il solito piatto (ma magari prima o poi cambierò, perché mi sa che quegli gnocchi al castelmagno non sono fatti per essere mangiati a mezzanotte subito prima di dormire). Meglio ancora, quelle viste in trasferta, con tutti quei rituali che si protraggono fino alla metro che ti porta allo stadio (ah, queste strane città con i mezzi di trasporto funzionanti, valle a capire), poi si vince e si perde, ma sono esperienze che rimarranno e che non si merita chi liquida tutto con un “mi sono rotto, basta finali”, preoccupato per le prese in giro altrui (in questi anni, poi!) più che fiero di quanto fatto ed emozionato per quanto vissuto.

3) E li chiamano “secondi”. Ci sono stati due momenti, quest’anno, che sono durati 3 anni. Il primo a Torino, poco prima di Natale, quando Benatia perde palla e Schick si invola verso la porta di Szczesny; durante gli anni che lo portano verso il portiere polacco, penso a tutto: le occasioni sbagliate, l’esultanza di Benatia dopo il gol, le visite mediche del ceko a Torino, il mancato acquisto, il colpo della Roma, il Natale quasi rovinato. Poi, il miracolo. Tutti quei pensieri diventano ancora più belli, ora che l’ha sbagliato. Impossibile che siano passati solamente 3 secondi. L’altro, a Wembley. Quando siamo appena tornati in vita grazie a Lichtsteiner, Khedira e Higuain, dopo 60 minuti passati a guardarci sconsolati e a pensare già alla Champions dell’anno seguente, abbiamo appena ripreso a cantare, la squadra pare rinfrancata e Chiellini la passa a Higuain, a centrocampo. Gonzalo la ferma, si volta all’improvviso e la gira per Dybala. Ecco, lì partono i 3 anni. Un primo sguardo al guardalinee, che non alza la bandierina. E’ regolare. Passano davanti l’illusione di due gol in pochi minuti dell’andata, la delusione alla rete di Kane, il rigore sbagliato, lo sconforto alla punizione di Eriksen, il brutto primo tempo, il coreano indiavolato, i rigori sbagliati da Dybala quest’anno, i suoi tanti gol, l’errore di Schick, il tifoso del Tottenham che nel pomeriggio davanti a una birra mi dice che la Juve è una grande squadra ma dopo il 2-2 dell’andata ce la fanno loro, il fatto che se segna, e deve segnare, probabilmente strappiamo almeno i supplementari, e intanto lui corre, il portiere non esce, ma perché non esce?, allora lui tira, la alza, la palla finisce dove ormai sappiamo tutti e io non ci posso credere, abbraccio qualunque essere umano mi capiti a tiro, perché all’improvviso è cambiato tutto, una trasferta fin lì amara sta diventando meravigliosa, senza che abbiamo il tempo di rendercene conto. E tutto questo, vorrebbero farmi credere, è accaduto in soli 3 secondi.

4) Il palo di Kane: finale, ottavi con un 2-2 in casa e uno subito in rimonta fuori, finale. Manca il quarto anno e nessuno, mentre il Tottenham preme per portarci ai supplementari, ha il coraggio di ipotizzare come potrebbe andare. Tiro fuori di niente. Cerchiamo di fare il 3, dai, così è chiusa davvero. Macché: Salvataggio di Chiellini. Angolo. Ancora angolo. Premono. Entra Llorente. Hai già fatto danni una volta, stavolta no, ti prego. Ci siamo, sta per finire. Arriva una palla in mezzo. Sembra perfetta. Stacca uno dei loro e dallo stadio non capisco se è Kane o Llorente, ma penso sia il secondo e vedo un cerchio che si chiude. La palla rimbalza, lenta ma inesorabile, va verso la porta, Buffon non ci arriva e da dove sono io, circa a 100 metri da là, abbiamo capito che sta per entrare. Prende il palo interno, beffa ancora più grande perché sta per entrare lo stesso. Il pallone vola via, non ho la più pallida idea se sia entrata o meno, guardo l’arbitro, temo che qualche suono lo richiami per dirgli che è gol e invece no, si continua a giocare e manca sempre di meno. Esultiamo come a un gol, e lo capiamo solo ora, anche se pure il recupero sembrerà non finire mai: oggi passiamo noi.

5) Il tifoso, l’arbitro e il calciatore: il titolo di una pietra miliare della cinematografia mondiale, certo, ma non solo. Il tifoso deve pensare a tifare, l’arbitro ad arbitrare, il calciatore a giocare. Lo abbiamo detto un milione di volte: alla Juventus (recenti e crescenti lagne da social a parte), funziona storicamente così. Quando Douglas Costa viene steso a 100 metri da me, tutto il settore sa perfettamente che è rigore nettissimo, che potrebbe cambiare una sfida complicata, che se andiamo in vantaggio poi psicologicamente cambia tutto. Lo urliamo, siamo increduli di fronte all’arbitro che non lo fischia. Siamo infuriati. Questo è normale: nessuno chiede al tifoso juventino di non arrabbiarsi di fronte a errori (come di fronte alla sfortuna, agli infortuni, a ogni fattore che non va come vorremmo).

Quello che si chiede, anzi si pretende, è esattamente quanto accade da lì in poi: tra noi (e sento tante voci, sopra e sotto di me) nessuno ne parla più. Dopo il “rigore netto”, pronunciato da tutti nei minuti seguenti, confortato dai messaggi di chi la vede a casa, c’è solo partecipazione alla partita e delusione per la prestazione. La netta sensazione che stiamo uscendo per colpa nostra e meriti altrui, nient’altro. Nessun “tu intanto dammi quel rigore e poi vediamo…”. Fino al gol di Higuain, pensiamo solo questo e il rigore ce lo siamo dimenticato. Perché se ti fanno fallo da rigore, devono assegnarti il penalty, devi segnarlo e poi comunque manca una vita, quindi vai a sapere come sarebbe finita. Che senso ha discuterne per settimane, mesi, anni o addirittura decenni? Lo diciamo da sempre, lo abbiamo dimostrato ancora una volta. Noi dobbiamo pensare a tifare. L’arbitro ad arbitrare. I giocatori a giocare. Se ancora non capite cosa intendiamo, guardate l’impegno, la voglia, la grinta, gli abbracci tra Higuain e Chiellini, tra Buffon e Barzagli, che quel rigore se lo sono scordato il secondo dopo. Ascoltate Repice, non proprio un suo tifoso, come racconta questa squadra. Se non capite neanche così, se pensate ancora che un rigore non dato abbia cambiato il vostro destino, forse è giusto che restiate così.

 

E poi una nota speciale. Che non può rientrare in 5 punti legati alle emozioni del calcio giocato. Mercoledì sera, mentre la partita stava per cominciare, ho avuto paura. Lo devo ammettere, anche se magari non mi fa onore: ho avuto paura che qualcuno, anche fossero tre scemi, gridasse qualcosa durante il minuto di silenzio. Basta un cretino che gridi di più e un momento importante, di massimo rispetto, viene rovinato indelebilmente.

Ebbene, neanche uno. Un intero settore non parlava neanche col proprio vicino di posto. Un minuto senza applausi, senza grida, senza cori, con il massimo e dovuto rispetto. Fiero di avere sbagliato ad avere paura.

E’ brutto dirlo, credo, ma ho avuto paura anche il giorno dopo. Durante il funerale, a Firenze, con quella massa di tifosi partecipe e composta, all’arrivo della delegazione juventina: anche lì bastano tre scemi, un cretino che urla e il momento, perfino il ricordo, è rovinato per sempre. Neanche uno: solo applausi, di sentito apprezzamento e ringraziamento per chi aveva dormito un po’ di meno, ma proprio non poteva mancare.

Lo so che ho sbagliato a temere e so anche che è perfettamente normale (mi fa impressione sentire note di grande apprezzamento quando uno juventino ricorda con rispetto e partecipazione Superga o un granata l’Heysel: ci mancherebbe che non fosse così…), ma stavolta è stato qualcosa di diverso e speciale, di sentito davvero fino in fondo.

Così sono quei giorni, tra le emozioni in campo e la commozione fuori, in cui mi ricordo perché mi piace tanto quel breve motto in inglese di sole tre parole, che ne racchiudono molte di più: I love football.