5 anni più o meno Allegri, e ora un nuovo corso

Poiché il web consente il proliferare di talenti multipli, è giusto ricordare che oltre ai 18 milioni di Fabio Paratici in giro per il mondo, a piede libero e senza panchina ci sono anche 18 milioni di allenatori della Juventus. Infatti, un altro dei grandi dibattiti che impazzano nel mondo virtuale riguarda il confronto tra Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, un confronto che per adesso vede decisamente sconfitti entrambi.

Il livornese è reo di aver vinto cinque scudetti consecutivi, l’ex Chelsea è già stato processato in contumacia per una di una serie di astrusi reati estetici, etici, stilistici, e di un’autenticità per molti troppo poco professionale, oltre ad essere stato spacciato per malato di tumore e osteggiato dall’intero parco giocatori in poco più di un mese.

Per i pochi che parteggiano per l’uno o per l’altro, invece, non esistono le mezze stagioni: gli allegristi radicali nutrono disprezzo per il nuovo allenatore, lo considerano un perdente, un illuso asservito all’utopia del bel gioco che non otterrà mai nessun risultato, e prevedono scenari decisamente pessimistici per la nuova Juventus. I pochissimi sarristi (o per meglio dire i pochi anti- allegristi che apprezzano Sarri) considerano invece come il nono scudetto già vinto il semplice cambio di allenatore, e non si limitano a prendere in considerazione l’opportunità che magari il ciclo precedente così ricco di vittorie si fosse semplicemente esaurito: danno dell’incompetente, dell’incapace, del fallito al tecnico che con la Juventus ha comunque vinto 5 scudetti di fila.

È il solito discorso che volge agli estremi, che getta fumo negli occhi e che impedisce una visione critica della realtà su quello che è realmente accaduto alla squadra che così tanto amiamo. È quindi necessario, proprio nel giorno in cui sarà definita la nuova Champions League (a quanto pare unico orizzonte degno di interesse per la maggior parte dei tifosi della Juve), tornare per l’ultima volta sull’argomento e fissare una volta per tutte quali sono stati i punti chiave che hanno contraddistinto la gestione Allegri, quali i pregi e quali i difetti, per poi arrivare ai motivi principali che (probabilmente) hanno spinto la società Juventus, e in particolar modo i nuovi dirigenti in carica Fabio Paratici (quello vero) e Pavel Nedved (in accordo con il presidente Agnelli) a decidere per un cambio di guida tecnica in panchina.

Faccio outing: come ho già scritto, io sono davvero contento del cambio di allenatore. E non perché fossi iscritto alla setta Sarrismo y Revoluciòn, né perché consideri me stesso più bravo di Allegri, valutandolo come un cialtrone incapace che non può sedere sulla panchina di una grande squadra. Solo perché il suo approccio filosofico al calcio e le metodologie di gestione del gruppo in cui si è specializzato negli anni (bassa intensità per 45 partite su 50, gestione creativa delle fasi stagionali, fiducia nella sorte e nell’episodicità, valorizzazione del parco giocatori, sfruttamento massimo del potenziale a disposizione), a mio modo di vedere hanno ottenuto il massimo nelle prime tre stagioni, grazie a una perfetta armonia con la globalità del mondo Juve, una realtà bisognosa di crescere ancora molto e con grandi margini di miglioramento, con il conseguente gap da colmare attraverso tutti gli espedienti possibili con le big del calcio mondiale. Allegri è un maestro del pantano, un tattico, uno stratega, italiano fino al midollo nel bene e nel male, straordinario quando può sfruttare l’effetto sorpresa, come dimostrano le due finali ottenute da outsider e le grandi rimonte (sfiorate e riuscite) quando tutto sembrava ormai perduto. Nelle ultime due stagioni invece l’Allegrismo (così come lo chiamano i fan) è stato un mood inadeguato e in ritardo rispetto al consolidamento di una filosofia egemonica perseguita in società, e per me addirittura dannoso, perché pur nel conseguimento dei risultati non ha creato nulla sul piano tecnico, sul piano dell’identità del gioco, sul piano di quel lavoro di crescita sul campo che anno per anno rende i cicli vincenti non soltanto un conto ragionieristico dei trofei, ma la creazione di un’identità che si fonda su conoscenza, evoluzione tecnico-tattica, crescita culturale, progresso ambientale.

Tra campo e dirigenza si era insomma creata una disarmonia, una frattura evidente: la società, come un moloch inarrestabile, ha applicato la sua vocazione dominante su tutti i piani extra campo, con la crescita commerciale, con il potenziamento del brand sul piano internazionale, con la voglia di consolidare l’egemonia politica ed economica in campo nazionale, e con un progetto di lunga visione che punta a cementare la posizione del club sempre più ai vertici del calcio mondiale per i prossimi dieci o quindici anni; in campo, di contro, la squadra persisteva con la mentalità del massimo risultato con il minimo sforzo, con un calcio speculativo e troppo spesso passivo fondato sull’organizzazione difensiva e le prodezze dei singoli. Un calcio, insomma, di garanzia per le vittorie in campo nazionale su rivali molto meno attrezzate e alla ricerca dell’exploit causale in Europa.

Le stagioni di Allegri una per una

Ma procediamo con ordine: le prime tre stagioni di Juve guidate da Massimiliano Allegri vanno giocoforza giudicate stra-positivamente, sia sul piano del “gioco” (definiamo qui “gioco” la capacità di ottenere il massimo dalla rosa a disposizione) sia sul piano della gestione metodologica del gruppo e delle fasi della stagione. Il primo anno, dopo una partenza balbettante probabilmente legata anche all’estate rocambolesca vissuta dal club, la Juventus di Allegri dimostrò di essere una macchina perfetta in grado di portare a casa il campionato, la Coppa Italia, e la finale di Champions League.

Le caratteristiche di quella rosa, e in particolare la convivenza tra Tevez e Alvaro Morata, a cui si aggiungevano in un centrocampo super Pogba e Vidal nei loro anni migliori, Marchisio ancora performativo, il genio sublime di Andrea Pirlo e la monolitica e marmorea solidità della BBC, consentirono al mister di creare un impianto di gioco perfettamente funzionale alle sue filosofie. Una Juve devastante in campo aperto (caratteristica che in Champions League ha sempre la sua importanza), perfetta come una murena nel colpire e rintanarsi grazie alla grande capacità di sofferenza e nel chiudersi bassi e compatti, si basava mentalmente sulla compresenza di moltissimi leader carismatici in campo, che consentivano alla squadra di essere psicologicamente avvezza alle grandi partite.

La seconda Juve di Allegri si fondava ancor di più su questa impostazione, con gli innesti in rosa di calciatori esperti e di alto livello tecnico, e purtuttavia ancor più dell’anno prima a suo agio nella posizione di poter ragionare da outsider assorbendo la mentalità del suo mister, abilissimo a colmare il divario con le squadre più forti tecnicamente attraverso il solito approccio sparagnino. Il risultato? Un nuovo scudetto, dopo un inizio shock e una clamorosa rimonta (squadra undicesima dopo 11 giornate) con un incredibile filotto di vittorie consecutive, una nuova Coppa Italia, un’eliminazione bruciante ma tutto sommato sfortunata contro il Bayern. La terza stagione Allegriana, infine, è stata forse quella più votata agli estremi, e allo stesso tempo quella in grado di mostrare al meglio i pregi e difetti dell’allenatore livornese. Ci fu una grande e sontuosa campagna acquisti, prima davvero incentrata su quel desiderio è su quella visione di dominio societario a lungo termine che poi si è concretizzata negli anni successivi, e, a sorpresa, un inizio efficace per i risultati ma abbastanza scialbo e apatico sul piano della gestione tecnica, con un potenziale di calciatori mai sfruttato a pieno fino a gennaio. Poi la svolta, che dimostrò la grande capacità di adattamento dell’allenatore livornese e accontentò chi già da tempo (e diciamolo non ci voleva molto) chiedeva una svolta tattica decisamente più offensiva e adeguata all’altissimo livello tecnico dei calciatori: il 4-2-3-1 fu così artefice di una straordinaria, unica e indimenticabile cavalcata fino a Cardiff. Ed ecco la cosiddetta sliding door. Proprio a seguito della sconfitta in finale di Champions, con un secondo tempo a dir poco disastroso, si sarebbe dovuto probabilmente interrompere il ciclo di Allegri.

Era quello il momento giusto per dar via a una nuova fase sportiva in grado di puntellare sul campo l’ambizione egemonica della società Juve, attraverso un calcio proattivo, offensivo e orchestrale in luogo di un calcio all’italiana, episodico e di rimessa. Allegri, ormai interprete maestoso di questa seconda via, non è stato capace di cambiare rotta e nelle due stagioni successive ha dimostrato, anzi, di voler di portare al parossismo la sua comfort zone tecnica, tattica e gestionale, in assoluta contraddizione con la campagna acquisti 2018-2019, quella di Cristiano Ronaldo e Cancelo. Sul piano dei risultati ha (parzialmente) avuto ragione, con uno scudetto vinto per pura fortuna contro un Napoli record e prestazioni così scialbe da far restare sbigottiti (non c’è memoria di una squadra vincente così fragile come la Juventus febbraio – maggio 2018) e uno stravinto in scioltezza a marzo con CR7 e avversari arrendevoli, e tuttavia con due partecipazioni in Champions League troppo altalenanti, fatte di ottime prestazioni, sconfitte nette e rimonte clamorose ora riuscite, ora sfumate per un soffio.

È tuttavia impossibile non considerare (e di certo la società lo ha fatto) che nei due anni successivi a Cardiff il gap tra la Juventus e le altre concorrenti italiane era frattanto diventato enorme: con l’acquisto di Cristiano Ronaldo la Juventus si è ritrovata in mano una rosa i calciatori non inferiore a quelle delle altre grandi big europee ovvero Real, Barcellona Manchester City, PSG, Liverpool, competitors rispetto a cui la Juventus ha continuato a mantenere un approccio sparagnino, speculativo. Un approccio alle partite la cui base filosofica si può trovare perfettamente spiegata nelle pagine dello splendido libro “Vincere sporco” del tennista Brad Gilbert, un best seller da leggere senza indugio. Gilbert era il coach di Andre Agassi, e lo incontrò in una fase della carriera in cui il talentuoso André otteneva scarsi risultati pur essendo più forte della maggior parte dei tennisti del circuito. E che cosa gli disse il nuovo coach Brad? Gilbert spiegò ad Agassi che non era necessario per lui giocare al meglio, all’attacco, sfoggiando tutti i suoi colpi in ogni partita, provando a dare spettacolo e cercando di esprimere un grande tennis. Per Gilbert, Agassi aveva colpi migliori della maggior parte dei competitors e quindi per vincere le partite gli bastava fare il minimo indispensabile, e lasciare l’iniziativa agli avversari. Così statisticamente, avrebbe vinto la maggior parte delle partite.

Ecco, questa è stata esattamente la filosofia di Allegri negli ultimi due anni di Juventus: avendo dei giocatori fantastici e una rosa di altissimo livello, la Juventus ha vinto la maggior parte delle partite con il minimo sforzo e grazie agli episodi, ma non ha costruito nulla di duraturo. Nessun impianto da perfezionare nel tempo, nessuna esaltazione del collettivo che sapesse valorizzare l’estro dei tanti calciatori di talento. E se in Italia la strategia ha funzionato perfettamente (partite bloccate, poco spettacolo, nessun calciatore valorizzato tranne il guerriero Mandzukic, nessuna trama offensiva degna di questo nome per puntare su una grande tenuta difensiva, una grande capacità di sofferenza e di controllo dei ritmi bassi sul terreno di gioco), in Europa la qualità degli avversari inserita in collettivi ben più armoniosi ha sempre avuto la meglio sul teatro dell’improvvisazione di Max, fino alla débâcle con l’Ajax, bollata dal tecnico come sconfitta legata “a due ripartenze” ma in realtà ben altra cosa.

Quanto la sconfitta con l’Ajax fu la nemesi della filosofia di Allegri, lo dimostra il nervosismo del tecnico post eliminazione, con il continuo rifugio nel suo personaggio, con l’esaltazione (in posizione difensiva) delle sue idee calcistiche, con l’egopatia e i litigi in televisione. Tutto vano. La dirigenza aveva già valutato il tipo di calcio impantanato da cui Allegri non sembrava più in grado di venir fuori come vecchio in rapporto alla nuova Juve che verrà e che poteva iniziare con due anni di anticipo. Ecco ciò che la Juventus è andata a cercare ingaggiando Maurizio Sarri. Sul piano dei risultati è difficile dire se questa scelta sarà produttiva. Ma sul piano filosofico e metodologico è sicuramente quella giusta. La Juventus ha bisogno di questo miglioramento culturale, di questo upgrade che possa fondere la tradizione guerriera e provinciale con una maggiore consapevolezza del rango nobile, con una maggiore spregiudicatezza nel dominare il gioco e il campo, in modo che l’approccio al calcio giocato sia perfettamente monolitico e coordinato sulla filosofia che il mondo Juve professa nel marketing, nel commerciale, in politica e nella visione del futuro. Il calcio offensivo, il calcio propositivo (che qualcuno chiama “bel gioco” riducendone l’effettivo significato) è quello che crea identità, è quello che piace ai tifosi di tutto il mondo, è quello che fa innamorare di una squadra anche i tantissimi tifosi neutri.

Ecco perché bisogna augurarsi che l’esperimento Sarri funzioni perfettamente. Una nuova Juve in grado di proporsi al mondo attraverso un nuovo tipo di calcio, tecnico dominante, aggressivo e spettacolare (oltre che vincente) non solo è il miglior viatico per ottenere la l’unica vittoria che manca a questo ciclo, ma è anche il modo migliore per cementare e confermare la crescita faticosamente ottenuta dall’arrivo di Andrea Agnelli alla presidenza e per i prossimi dieci o quindici anni.


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