Il 4-2-3-1 di Allegri contro la Lazio: dove sta l'inganno?

di Luca Momblano |

Così come Massimiliano Allegri immagina le partite prima, il tecnico ha provato più in generale a immaginare il futuro della Juve. Dentro l’undici del match contro la Lazio, dentro questa visione, ci ha messo di tutto un po’ e l’effetto è stato sorprendente. Nel senso che:

Barzagli può fare la riserva.
Khedira può fare ciò che ha sempre fatto meglio.
– Asamoah può (e deve) fare il vice Sandro.
– Cuadrado può fare le due fasi senza l’affanno psicologico che ce ne sia una dominante sull’altra.
– Dybala (con più compagni vicini, e su tutti i quattro lati) può fare ciò che ritiene.
– Pjanic può distribuire ai 50 metri se gli si va incontro.
Bonucci può giocare a quattro (questa è di cinque anni fa, quando il futuro era la difesa a tre).
Mandzukic può (una volta sì e una volta no, stando ai tifosi). E, soprattutto, può fare ciò che Morata non poteva essere in grado di fare largo là per ciò che chiede la Serie A. Il suo sangue è operaio, lo stesso di Mario Manzuchi, laborioso e scontroso artigiano trentino di cui tutti in paese, stando con le mani in mano, parlano male.

L’incastro contemporaneo ha prodotto il sistema del calciofilo del terzo millennio. Altri potrà produrne. Sarà un passaggio graduale, per tutto il resto ci sono le estati. Valse anche per il 4-3-3/3-5-2 nel 2011/12 e fu la cosa più saggia. Così come del primo Lippi rimane il falso storico dell’eterno tridente: semplicemente, si guardarono negli occhi; si armarono; capirono chi erano e dove erano; solidarizzarono; provarono a ottenere il massimo dando il massimo delle qualità e delle caratteristiche a disposizione. Di certo resta un aspetto chiave: questa disposizione apre clamorosamente a una catena di scelte uomo su uomo, coppia su coppia, che non dovrebbero snaturare l’assetto alla prima assenza importante. E di più: dare a calciatori come Pjanic e Pjaca più d’una collocazione che rientrano nella sfera dell’ideale.

Non facciamo però come Penelope, non quest’anno, perché il rombo di centrocampo post-Genoa è di meno di due mesi fa. Certo, ciò che si è visto potrebbe anche essere l’accelerazione di un secondo step evolutivo. Qualcuno ne percepiva l’urgenza, qualcuno la viveva e l’ha descritta come “necessità di cambiare”. Cambiare ancora. Doha e Firenze, però, non sono stata la stessa partita e questo era il vero seme della preoccupazione.
Da qualche parte si è scelto di ripartire. Lo si è fatto guardando allo spirito, alla logica, con sui è stata costruita la rosa.
Ma tra partita della svolta, termine di Allegri, e partita dell’inganno, termine terribilmente umano, ci passa sempre poco.
Il primo è di pancia, d’istinto, come se fosse una corsa contro il tempo. Come una luce.
Il secondo è di testa, realistico, come se nel calcio non fosse vero che le uniche partite che fanno scuola, singolarmente, non siano solo le finalissime e/o le imprese insormontabili. Fanno scuola e fanno storia. Fanno enciclopedia. Fanno spartiacque e memoria. Come un mattone.

E non parlate di “Juventus a 5 Stelle” perché una l’avevo dimenticata e, purtroppo, ora la ricordo di nuovo.
Piuttosto, parliamo di effetto benefico, di effetto domino, di messaggio trasversale alle anime della squadra (prima tra tutte l’anima di chi può risolvere una partita: insieme se ne possono risolvere cinque).
Non parlate di qualità in corsia di sorpasso sulla fisicità. Sette undicesimi e mezzo della formazione di domenica scorsa, per fortuna, appartengono alla seconda specie.
Sennò non sarebbe calcio, non sarebbe Juventus, non sarebbe stata la scelta di Allegri.
E, quindi, torniamo al presente.
Il futuro non è adesso.
E’ domani.
Parola chiave nella e della Juventus di Andrea Agnelli, il nostro mondo parallelo a fianco del mondo dei risultati.