31.05.2019, Vigilia di Juve-Real Madrid: “A por la octava!”

di Giuseppe Gariffo |

Una possibilità di affrontare le paure è quella di esorcizzarle. Dopo cinque finali consecutive perse, come affronteremmo la prossima? Immaginiamo insieme il nostro 31 Maggio, la vigilia della prossima finale di Champions. Immaginiamo che tocchi ancora a noi. I pensieri che si rincorreranno durante il giorno, il timore dell’avversario e della psiche dei nostri, tutte le immagini che comporranno il pathos del day before. Delirante sì, ma forse è così che molti di noi la vivrebbero. Eppoi ridiamoci su, tanto non ci arriviamo 🙂


Dopo aver eliminato tre spagnole restano solo loro.

Sempre loro.

Il Valencia ok, mai stato al nostro livello, e ai gironi si è visto. L’Atletico oggi forse lo è, ma la lotteria dei rigori sotto la Sud dello Stadium ci ha dato ragione, al termine di due partite tirate ed inguardabili. Il Barcellona in semifinale, invece, non mi aspettavo proprio di riuscire a sconfiggerlo, eppure quel Camp Nou porta proprio fortuna a noi ed ai nostri antieroi. Il gol di Rugani nei minuti di recupero, all’ennesimo calcio d’angolo, ci ha regalato il 2-2 che significa, ancora una volta, “finale di Champions”.

Una tale consecutio di eventi fortunati non si era mai vista nella storia bianconera di questa competizione, e questo potrebbe spingerci all’ottimismo.

Invece no.

No, perché di imprese nelle semifinali la nostra storia è piena. Finisse in semifinale, questa coppa, saremmo noi il Real Madrid. Invece il Real Madrid sono loro, e domani ce li troviamo di nuovo di fronte. In finale. Per la terza volta. E non c’è due senza tre, si sa.

Inutile girarci attorno, anche se ogni volta dico che “stavolta sarà diverso”, che la prenderò con sano cazzeggio e la vedrò alla Fantozzi con canotta pezzata e rutto libero. No. Ci penso da giorni. Me la gioco e rigioco, con la testa, tutte le sere prima di addormentarmi. Come disse di aver fatto Luca Vialli, prima di Juve-Ajax del ’96.

Ma non è per buon auspicio. E’ che, senza volerlo, mi prefiguro gli scenari peggiori. Sergio Ramos che ce lo fa al 91′ e Asensio che la chiude 2 minuti dopo, ed “è finita”; Cristiano Ronaldo che non ne azzecca una e a fine partita in lacrime va ad applaudire gli Ultras Sur festanti nella loro curva; Dybala ammonito dopo 10′ ed espulso a inizio ripresa; Szczesny in versione Karius; Chiellini che si stira al polpaccio al 3′; il Var che ci toglie un rigore fischiato per fallo su CR7. Sì penso un attimo anche a Giorgio che fa il gorilla e poi la alza. Ma un attimo. Il Real in finale mica si fa fregare da noi che collezioniamo medaglie d’argento.

Oggi è la vigilia. Ho deciso di non andare al lavoro. I pazienti non avrebbero avuto da me la giusta attenzione. Senza contare che avrei dovuto ascoltare altre dieci ore di gufate degli antijuventini e neurodeliri degli juventini (bastano e avanzano i miei).

A colazione, invece, mi sono messo a pensare a cosa dirà Allegri nella conferenza di oggi pomeriggio. Un’ipertrofia di deja vu: “Servirà pazienza, bisogna giocare bene tecnicamente, vincerà chi farà meno errori. La Champions è la competizione dei dettagli. E’ importante non uscire mai dalla partita, qualunque cosa succeda. Dobbiamo viverla senza stress, le finali sono così. Sono partite secche, le puoi vincere o le puoi perdere, ma solo i grandi ci arrivano”.

Ho capito, a por la octava!

Vabbè, però le parole della vigilia non hanno mai fatto subire gol. Non è il Real Madrid di due anni fa. Sono tutti più logori e sgualciti. E Cristiano ce l’abbiamo noi. Ha segnato in tutti e tre i turni che ci hanno portato a questa sfida, contro Atletico, Roma e Barca. Ha stretto i denti per esserci. Il bicipite femorale infortunato venti giorni prima all’Olimpico è guarito, magari non sarà al meglio ma queste sono le sue partite. Poi il gol dell’ex è una legge del calcio.

Sono in palestra. Uno che si allena con me indossa la maglia d’allenamento di CR7 ai tempi di Valdebebas. E’ certamente una provocazione. Mi guarda con il ghigno di chi non vede l’ora di sfottermi lunedì. Io non abbasso lo sguardo. Ho addosso la maglia con il numero 8 di Claudio Marchisio. 8, mannaggia a me. Sfogo la tensione con il vogatore.

Il resto della mattinata scorre agilmente grazie a commissioni domestiche da portare a termine. A pranzo guardo il Tg ed iniziano i servizi sui primi tifosi della Juve che accorrono a Madrid. Entro nuovamente nel clima, ripensando alle trasferte per le ultime due finali. Mi fa arrabbiare un giornalista che commenta dicendo: “Beh, partecipare dal vivo a una partita del genere è una grande esperienza comunque finisca”. Macché, è una grande esperienza solo se vinci.

E’ il primo pomeriggio, l’ora delle conferenze stampa. Le guardo entrambe in diretta. Prima parla Santiago Solari, che si spertica in elogi per la Juventus, e fa un discorso motivazionale. “Sono loro i favoriti. Hanno il giocatore più forte al mondo, che fino allo scorso anno era con noi. Ma il Real ha un’attrazione magnetica per la Coppa con le Orecchie. Portarcela via è un’impresa titanica per chiunque. Vogliamo che resti ancora nella nostra bacheca e sollevarla nello stadio dell’Atleti sarà l’ennesima impresa storica del Real. Hala Madrid!“.

Poi tocca ad Allegri, che dice: “Servirà pazienza, bisogna giocare bene tecnicamente, vincerà chi farà meno errori. La Champions è la competizione dei dettagli. E’ importante non uscire mai dalla partita, qualsiasi cosa succeda. Dobbiamo viverla senza stress, le finali sono così. Sono partite secche, le puoi vincere o lo puoi perdere, ma solo i grandi ci arrivano”. Devo averle già sentite, queste parole.

E’ ora di cena. Mancano 24 ore e nemmeno una commedia americana con Ben Stiller riesce a distrarmi. Penso che domani 13 finali vinte, di cui 7 consecutive, affrontano 7 finali perse, di cui 5 consecutive.

Penso ai nostri. Che al primo episodio avverso penseranno che, anche stavolta, se qualcosa potrà andar male certamente lo farà. Loro in campo come me sul divano. Penso a Dybala che contro quelle maglie ha raccolto vari cartellini e zero gol. Penso alla BBC che farà fatica ad avere la mente sgombra. Penso a Pavel Nedved in tribuna, e a quel giallo contro il Madrid che è inscritto nel respiro suo e di chi ricorda. Penso a Mandzukic che a Cardiff meritava di godersi quel gol pazzesco. Penso a Mijatovic, a quel gol di Amsterdam. Penso ai rigori e ai rossi che abbiamo rimediato contro le Merengue. Penso a Sergio Ramos e alla sua vulcanica simpatia sul campo.

Poi però penso di nuovo a Gianluca Vialli, al suo racconto della notte prima di Ajax-Juventus del 1996. All’insonnia, all’arrivare al fischio d’inizio avendo già giocato quella partita, con la mente, tre volte, di notte. Ripenso al suo urlo mentre la solleva. Ripenso a lui oggi, che si fa beffe di queste paure. Ripenso allora che l’indomani devo andare a far lavare la macchina. Perchè a Madrid non andrò ma, se la storia svolta, un minuto dopo il fischio finale metto in moto, direzione Torino.

Ripenso a Cristiano. Che le vigilie non le vive certamente così.

E che, stavolta, ce l’abbiamo noi.