3 buone ragioni per uscire dalla Coppa Italia (e lavorare)

di Davide Rovati |

Ieri ho letto in un tweet:

“Allegri non solo sa quando la squadra deve vincere, ma sa persino quando la squadra deve perdere”.

Ho trovato il concetto ridicolo, tanto che starebbe bene in bocca al Pangloss di Voltaire (come molto di ciò che viene scritto a proposito del nostro allenatore). Paradossalmente però ho ripensato a quella frase dopo la sconfitta con l’Atalanta: c’era, più di questa, una gara che la Juve “doveva perdere”?

Vi do 3 buone motivazioni per seguirmi nel ragionamento, che non vuole affatto essere assolutorio.

 La prima è esogena: L’AVVERSARIO 

L’Atalanta è una squadra forte, fortissima, che oltretutto sta attraversando uno stato di grazia (21 reti nelle ultime 6 partite). Aggiungete alla ricetta uno staff tecnico straordinario e – va detto – incomparabile al nostro dal punto di vista della preparazione tattica del collettivo e dello sfruttamento delle risorse a disposizione. Non c’è dubbio che la Juve abbia pescato il peggiore abbinamento possibile, almeno per l’attuale stato di salute delle rispettive formazioni.

Non è peccato allora ammettere che per una volta ci siamo inchinati a un avversario italiano che si è dimostrato più forte sul campo. Se state sorridendo all’idea che questo avversario si chiami Atalanta, provate a far scorrere mentalmente le partite giocate a Bergamo in questi anni e ditemi se c’è stata una squadra che ci abbia messo più in difficoltà di così negli scontri diretti.

 La seconda è: IL CALENDARIO 

Uscire ai quarti di Coppa Italia vuol dire evitarsi due gare dal forte dispendio di energie nervose che sarebbero cadute nella fase nevralgica della stagione (fine febbraio e fine aprile l’andata e il ritorno), tra l’altro con l’andata tre giorni prima della trasferta a Napoli (e 10 prima del ritorno con l’Atleti) ed il ritorno tre giorni prima della trasferta con l’Inter. Vista anche la situazione degli infortunati, questa non riesce a sembrarmi una notizia poi così brutta.

 La terza è: LA JUVE STESSA 

Ho la sensazione che all’ambiente possa giovare levarsi subito di dosso l’ambizione di vincere tutto e l’ansia di dover rimanere in corsa per tutti gli obiettivi fino in fondo.

Potrebbe anche essere l’occasione buona per riflettere su quanto ci sia ancora da lavorare per migliorare questa squadra costruita per dominare, che però ha finora tradotto questa supremazia sul terreno di gioco in modo inequivocabile soltanto nel corso di un fugace mesetto autunnale in cui sembrava davvero onnipotente. Da allora abbiamo assistito a una netta involuzione delle prestazioni e sembra si sia tornati sul solco del calcio sparagnino visto l’anno scorso.

Come l’anno scorso, infatti, abbiamo una squadra che va in confusione quando viene aggredita, che non riesce a organizzare un’uscita efficace del pallone, che non trova alternative al cross dalla trequarti per imbastire un’azione d’attacco. Una squadra che ha integrato Bonucci, Cancelo e Ronaldo senza trovare soluzioni sistemiche e collettive ai problemi di gestione del possesso.

Questi problemi comunque ce li portiamo dietro da anni e non ci hanno impedito di vincere una marea di trofei – grazie alla supremazia tecnica, fisica e mentale dei calciatori -e giocare grandi sfide anche a livello continentale – grazie alla capacità innegabile dello staff di studiare contromisure e soluzioni ad hoc.

In ottica Champions mi preoccupa quindi di più, e mi riferisco in particolare alla partita di ieri, il grave deficit sotto l’aspetto atletico. Il centrocampo non riusciva mai ad accorciare, l’Atalanta ha vinto tutte le seconde palle e ha avuto vita facile a eludere i tentativi di contro-pressing quando cercavamo di riconquistare il pallone.

 Lavorare sui problemi dell’oggi 

Allora, per tornare alla mia terza motivazione, bene che si sia usciti subito dall’equivoco del solito adagio, veritiero ma un po’ ambiguo, “vincere aiuta a vincere”. Ora che qualcosa si è perso, per tornare a vincere non resta che lavorare.

La speranza è che nei prossimi 20 giorni di lavoro si ritrovi quantomeno un po’ di brillantezza, soprattutto in quei giocatori che di brillantezza ci campano – tipo Matuidi. Forse non basterà per rivedere la Juve dominante d’autunno, ma a questo punto ci sono esigenze più impellenti a cui pensare.

Un déjà-vu nella gestione d’Allegri, maestro nel risolvere i problemi dell’oggi posponendo quelli del domani, al punto di aver illuso molti tifosi che i problemi del domani nemmeno esistano.