E SE… 2017/18 – Massimiliano Allegri

di Davide Rovati |

4 giugno 2017. Il giorno dopo Cardiff. Allegri incontra Marotta e Agnelli. Nessun annuncio ufficiale, ma da entrambe le parti sembra trasparire il desiderio di cambiare. Il mister è a caccia di nuovi stimoli, che una nuova stagione sulla panchina bianconera potrebbe non garantirgli, dal canto suo la dirigenza vorrebbe puntare su un volto nuovo, che possa motivare un gruppo probabilmente appagato. Nei giorni seguenti rumours continui: gli stimolanti Klopp e Tuchel, gli autarchici Giampaolo e Di Francesco, le suggestioni Zizou, Didì e Carrera. Finché il 15 giugno, in un pomeriggio abbacinante di sole Beppe Marotta annuncia: “L’allenatore della Juventus per la stagione 2017-2018 è….”

 

Cronache del Quarto Regno

 

“… Massimiliano Allegri. Ha un contratto in essere e stiamo già lavorando per il rinnovo, da parte nostra non c’è mai stata la volontà di cambiare”. Anche Allegri si trincera dietro le frasi di circostanza, ribadendo che a Torino è sempre stato bene e che ci rimarrà finché non lo cacciano.
Tutte le parti in causa cercano di minimizzare, ma gli addetti ai lavori sono sicuri: si tratta di una clamorosa inversione a U maturata proprio negli ultimissimi giorni. I giornali si scatenano con le ipotesi. Marotta spiazzato dal rifiuto di Simeone? O forse è stato Allegri a tornare sui suoi passi, dopo aver saputo dall’Arsenal che Sanchez e Ozil hanno chiesto la cessione?

Sono i primi movimenti di mercato a fare chiarezza sull’accaduto. La Juventus inizia a ufficializzare cessioni pesantissime: via Bonucci e Pjaca, gli “scontenti”, insieme ai bocciati Lemina e Rincon, per un tesoretto da oltre 100 milioni da reinvestire. Per tutta l’estate non si placano nemmeno le voci su Dybala, ricercato dalle big d’Europa e sempre molto abbottonato quando parla del suo futuro.
La strategia societaria è a questo punto chiarissima. Convinta dal brillante finale di stagione, la dirigenza si è decisa a fare con Allegri ciò che non fece con Conte: pieni poteri alla guida tecnica e mano pesante nella ridefinizione dell’organico. Ammutinati e demotivati vengono accompagnati alla porta, a prescindere dal nome.

In entrata, il pacchetto difensivo viene completato con il riscatto di Benatia e l’arrivo anticipato di Caldara; a centrocampo il colpo è Tolisso, Spinazzola fa ritorno alla base, perfetto per far rifiatare sia Cuadrado che Mandzukic. Allegri chiede un jolly offensivo in grado di entrare in competizione con Dybala e Higuain e viene accontentato con Alexis Sanchez. Il cileno, a 29 anni, è un colpo in perfetta tradizione marottiana: già rodato in A e fame di ritorno alla vittoria con un costo non proibitivo.
Ad agosto Marotta mette a tacere il chiacchiericcio su Dybala, annunciando che Paulo vestirà la 10. È invece clamorosamente Marchisio a lasciare, negli ultimi giorni di mercato, ormai scavalcato nelle amichevoli persino da Bentancur. Niente Chelsea, Klopp convince tutti con 28 milioni alla Juventus e 6 netti all’anno al giocatore, che vestirà la maglia numero 8 del Liverpool.

Allegri, rafforzato dal mandato societario, non guarda in faccia nessuno. Prova per tutta l’estate il 4-4-2 con lo scopo di partire a razzo e convincere tutti del nuovo progetto tecnico. I primi risultati gli danno ragione, la Juve è un rullo compressore, anche se le solite noie muscolari post-preparazione tengono Dybala e Benatia ai box per un paio di mesi. A prendersi la scena sono soprattutto Rugani, ormai una certezza, e Sanchez, apparso motivatissimo e disponibile al sacrificio.

La Juve di Allegri 4.0 è diversa dalle precedenti: meno fisica e più spettacolare nel gioco palla a terra, con una linea difensiva alta e aggressiva. Concede qualcosa, ma segna tantissimo. Higuain realizza sei gol nelle prime cinque partite senza dare mai l’impressione di strafare.
Anche fuori dal campo Allegri adotta una linea comunicativa meno low-profile e attira molte attenzioni mediatiche su di sé. Si vede che questa è la Juve che sente più “sua”.

Tutto fila liscio fino all’esordio in Champions. Il morbido debutto contro il Feyenoord allo Stadium, produce uno scialbo 0-0 che spegne gli entusiasmi di un ambiente sempre più esigente. La macchina realizzativa si inceppa all’improvviso e un paio di svarioni difensivi di Caldara e Chiellini ci condannano a due sconfitte consecutive in campionato.
A fine ottobre, quando Dybala torna a disposizione, la Juve è terza in campionato e a rischio eliminazione in Champions League, con due gare ancora da giocare. La pressione è altissima e ancor di più lo è su Paulo, il nuovo “10”, invocato come salvatore della patria. Allegri butta acqua sul fuoco: “Dybala non è pronto, partirà dalla panchina e deve comunque dimostrare di essere al livello fisico degli altri”. La scelta però non paga e per tre volte di fila Dybala salva il tecnico subentrando negli ultimi 15 minuti. Grazie al suo assist all’ultimo respiro per Khedira, la Juve passa da seconda il girone di Champions. Il sorteggio è terribile, ma ce lo siamo cercati: Real Madrid.

Allegri arriva a gennaio con tanti dubbi irrisolti. Il dualismo Dybala-Sanchez priva la squadra, a turno, di uno dei suoi campioni più decisivi. Il palleggio spettacolare delle prime partite si spegne quando Pjanic non gira. Tolisso si vede solo quando Khedira deve rifiatare e a volte gli viene preferito perfino Sturaro. La difesa regge, ma gli errori individuali pesano tantissimo sui risultati.

Alla quarta giornata di ritorno, il tonfo a San Siro contro l’Inter capolista fa precipitare la Juve a -9 dalla vetta. È il momento più difficile del quadriennio di Allegri e si fanno sempre più insistenti le voci secondo cui un’eliminazione col Real sancirebbe l’esonero immediato del tecnico livornese.
Il nervosismo si fa elettrico nella conferenza stampa del dopo gara di San Siro. Allegri è una furia contro i suoi e accusa in particolar modo i giovani che, a suo dire, “non hanno capito dove sono arrivati”. Il riferimento è ai subentrati Tolisso e Bentancur.

Tre giorni dopo, turno infrasettimanale casalingo contro il Genoa, Allegri spiazza tutti alla lettura delle formazioni. 3-4-3: Buffon, Barzagli-Rugani-Chiellini, Spinazzola-Khedira-Pjanic-Sandro, Dybala-Higuain-Sanchez. Accantonati Mandzukic (2 gol in 23 presenze), Dani Alves e un po’ a sorpresa anche Cuadrado a favore dell’instancabile Spinazzola, alla terza da titolare. La pratica viene liquidata in venti minuti con due contropiedi e una punizione di Pjanic, complice anche un avversario eccessivamente garibaldino.
Nel dopopartita i giornalisti, memori dell’analoga rivoluzione di 12 mesi prima, stuzzicano Allegri: “Sarà questa la formazione anti-Real?”
Possiamo giocare così come in tanti altri modi. Non ha senso parlare del Real adesso, dobbiamo pensare a Udine”. Max si congeda dalla sala stampa senza il solito sorriso e si allontana taciturno.

Dopo una vittoria meno brillante e in extremis a Udine (Higuain di rapina in mischia), al Bernabeu scende ancora in campo il nuovo 3-4-3. Pronti via e Spinazzola taglia la fascia sinistra del Real servendo Dybala che insacca zittendo il pubblico blancos che per due sessioni di mercato lo aveva invocato. Si batte e dopo un miracoloso intervento di Sandro sulla linea a negare l’1-1 fulmineo a Morata, un contropiede a tre Sanchez-Pipa-Joya in tre passaggi e 60 metri di campo mette il 2-0 alle spalle di De Gea. Dopo un assedio Real, sarà il subentrato Sturaro a inzuccare per lo 0-3 finale. Quarti di finale, Allegri è sempre lì… ma il contratto?? Il rinnovo?? In teoria scade tra tre mesi…