18 minuti: un corto horror in scena a S. Siro

di Mauro Bortone |

La certezza che cede il passo all’irrazionale, il non senso come unica spiegazione possibile. C’è questo nel tracollo della Juve col Milan a San Siro. Parafrasando Vasco «voglio trovare un senso a questa storia anche se questa storia un senso non ce l’ha».

La magia di Rabiot (la prima in bianconero dopo 13 tentativi) come un grimaldello aveva spalancato le porte di una serata dai contorni decisivi per il campionato, dopo il regalo arrivato da Lecce: la prodezza, invece, si è rivelata un nefasto presagio sull’horror show che di lì a poco si sarebbe consumato.

Neanche il 30esimo centro stagionale di Ronaldo è bastato a mettere in cascina una partita che sembrava già scritta.

Circola una parola che fa sintesi: blackout. Perché c’è qualcosa di irrazionale in una squadra che gioca bene per sessanta minuti, appare in controllo e poi si sfalda sotto i colpi inattesi di un avversario redivivo, finendo ribaltata.

Era già capitato. Nell’ottobre 2013, dentro la strepitosa annata dei 102 punti: a Firenze, in doppio vantaggio e senza grosse difficoltà, la Juve di Conte becca 4 gol in venti minuti e perde la partita. Nessuno sa spiegare il perché.

Era successo in due derby: nell’ottobre 2001, con la Juve rimontata di tre gol in 26 minuti, e nel marzo 1983, addirittura ribaltata dopo il doppio vantaggio in cinque minuti. Al Milan ne sono serviti 18.

Dentro quel tempo svarioni, errori ed orrori, singoli e di gruppo, che la prima della classe non dovrebbe compiere a un passo dagli obiettivi. Dal rigore che riapre i giochi non c’è traccia di ferocia bianconera, per ristabilire le distanze e frenare i bollori di un avversario fino ad allora spuntato. Il resto è irrazionale.

Non accadeva dal marzo 1989 che il Milan desse 4 gol alla Juve (tutt’altra squadra rispetto a quella vogliosa e pratica di Pioli), e dall’ottobre 2016 che recuperasse il doppio svantaggio.

È un tonfo brutale, che ripropone limiti che avevamo rimosso. E che non ha un senso. O forse sì.