Nonostante tutto, riportatemi a mercoledì

di Massimo Zampini |

Mettici alcune scadenze professionali non più procrastinabili: il tempo per i possibili rinvii è terminato, l’atto scade lunedì.

Aggiungici una settimana vissuta senza smartphone, quindi meno internet, pochi social, ripescando quel vecchio Nokia comprato a suo tempo a Bruxelles per ospitare una sim belga, che torna sempre utile quando qualche cellulare di nuova generazione smette di funzionare, e via con i commenti di sempre, lo stupore per la batteria che non si esaurisce mai,“in fondo i telefoni dovrebbero servire a questo: a parlare senza che questo si scarichi ogni due ore”, e poi le dimensioni ridotte, la forma aggraziata, “è vero, era scomodo scrivere gli sms con quella tastiera con 4 lettere a tasto, ma sai che io preferivo quando non c’era il t9 e scrivevo ‘ce ne vogliono’ correttamente e senza passare per analfabeta come con quegli inguardabili ‘c’è ne vogliono’ dei tempi di oggi?”.

 

In mezzo ci sono Monaco e il derby: scriverò lunedì mattina commentando entrambi. Sarà pure tardi, ma avrò terminato l’atto, con un nuovo smartphone a disposizione.

 

Prima c’è il Bayern, e paradossalmente non può esserci approccio più sereno e fatalista, visto che siamo nettamente sfavoriti in considerazione della forza dei rivali (ben conosciuta fin dal sorteggio), dal 2-2 casalingo dell’andata  e dalle assenze che sbucano così, una dopo l’altra: Marchisio, Chiellini, “noo pure Dybala!”, “ecco pure Mandzukic”. Gita a Monaco, quindi.

Eppure lo so, che queste condizioni possono fare rilassare l’avversario, mentre la Juve perde poco, perché gioca col carattere, con i nervi, e la qualità non manca neanche a tanti “rincalzi”.

 

Cresce l’attesa e ti ricordi quanto è bello, il calcio, pure a 40 anni, pure senza quell’ansia che ti prendeva dal giorno prima perché “non ci sono altri impegni fino a domani sera, non ci sono altri pensieri, non possono esistere preoccupazioni più serie”.

 

E’ a quell’età, a 21 anni, che ho vinto la Champions, nella mia città, a 3 km da casa. E’ quella sera che, subito prima dei rigori, ho firmato la vittoria della coppa in cambio di delusioni europee per i dieci anni a seguire (calma, ragazzi, non è solo colpa mia: avevo detto dieci anni, ora sono quasi venti e le cose non paiono cambiare), e il bello è che lo rifirmerei, perché se avessi perso ai rigori quella sera, a 21 anni, nella mia città, a 3 km da casa, credo che non mi sarei mai ripreso.

 

La guardiamo in famiglia, e all’inizio c’è un clima tutto sommato sereno, pure con discreta fame, solitamente assente in occasione di partite importanti: sappiamo che stiamo per uscire con tante assenze, contro i mostri che certe volte ne fanno pure sette.

E invece pressing alto, gol di Pogba, un urlo strozzato in gola perché manca ancora un secolo, e ora non vedremo più palla.

E invece Morata alla Cruijff e Cuadrado alla Garrincha, ma sì, siamo pure un po’ epici, e quell’urlo più forte ma ancora strozzato, perché manca sempre un secolo, e se fanno il primo poi diventa un inferno. Il tempo passa, la Juve non crolla; beh, quando arriva la beffa?

Tranquillo, c’è tempo, e allora ecco l’1-2, ecco qua, ti pareva, e manca il solito secolo. Poi palloni in area, quasi nessun rischio, loro nervosissimi vorrebbero un quarto d’ora di recupero, indicano sempre l’orologio, chiedono cartellini, falli, e io che vorrei dire loro “state calmi, ma non lo sapete come va a finire?”, e infatti va a finire così, con quella palla persa e noi che lo sappiamo già, che sarà quella palla, la solita beffa tanto attesa.
Abbiamo trovato l’unico modo per perderla chiudendoci lo stomaco, con la fame che non c’è più, con la serenità svanita. Ne avessimo presi 7, penso, o non arrivassimo mai in finale, probabilmente non penseremmo certe cose dell’Europa.

 

E invece il brutto, il bello, vedete voi, è proprio quello: che la Juve in Europa è fortissima, ha una storia fantastica, non esiste squadra che vorrebbe incontrarla in alcun turno (tranne forse l’ultimo), può giocare a Monaco con un solo risultato a disposizione e mille assenti, e stai certo che se la giocherà fino alla fine, stai certo che la Juve non ti tradisce mai. Ci ha abituato così, non le saremo mai abbastanza grati.

 

Alla fine mi spiace sentire Marotta pensare all’arbitro, perché è inutile, perché è meglio pensare a migliorarci. E perché mi piacerebbe continuare a essere così, a pensare che quella palla non andava persa, che non ho ancora visto il replay di come Cuadrado non abbia fatto il 3-0, che a volte va bene a noi e a volte agli altri.

 

Torno sui social, scrivo quello che penso, cioè che a furia di confrontarci con il desolante contesto tecnico e mediatico di Medel, Montolivo, movioloni e scansamenti non avevamo capito quanto fossimo forti, e vedo tanti juventini che rispondono seriamente sui social alla rabbia sfogata da tifosi di ogni squadra – tra cui interisti, napoletani, romanisti, fiorentini e granata, che in cinque squadre hanno fatto in tutto due finali di Champions in 40 anni – e mi viene da arrabbiarmi e da sorridere: non avete ancora capito che l’unica italiana con una storia invidiabile in Europa è il Milan, le altre – nel migliore dei casi, perché c’è pure chi non ha mai superato gli ottavi di Champions – sono comparse. Brillanti, eh, quando capita, ma quella volta capita ogni 40 anni, chissà se ci saremo e la potremo vedere, quindi che ci perdete tempo a fare?

 

Poi arriva il derby, e si avvertono alcuni timori, perché – appunto – passare da Lewandowski a Belotti potrebbe anche farti ritenere tutto scontato e deprimente. C’è il solito assalto al pullman, le solite sassate, che non indignano e non sorprendono neanche più. E c’è la Juve che parte forte, fa passare serenamente quei 4 minuti che rendono Buffon ancora più immortale, segna Pogba, raddoppia Khedira contro nessuno, gioca da sola fino a quando Alex Sandro non entra in maniera scomposta, pallone o non pallone, rigore, i cronisti chiedono il rosso, Belotti interrompe la serie infinita, qualche minuto di distrazione, gol annullato al Toro, Pogba-Morata disegnano il gol dell’anno, Morata dilaga e fa pure il 4.

La partita è durata 10 minuti, che ovviamente basteranno a tornare al triste mondo dei movioloni, e magari la prossima volta agli scansamenti. Arriva Ventura che non vuole parlare di arbitri, ma ci ricorda tutti quelli che – per lui – sono i motivi per cui il Toro ha vinto un derby – inutile – in 21 anni. Tra questi, mentre fa un elenco che non riesco a seguire neanche io, scopro che il Toro avrebbe dovuto avere un paio di rigori a partita, e la Juve almeno qualche espulsione. Che quindi, guarda un po’ te, il Toro nei derby gioca a calcio, mentre la Juve picchia. Che magari Bonucci è un macellaio, mentre Glick è un raffinato esteta. Che Tevez, Morata, Pogba, Vidal, Pirloalnovantatreesimo, Cuadradoalnovantatreesimo, 4 gol in Coppa Italia (e uno buono annullato) sono dovuti a questo.

E quelli che di solito non fanno la moviola, che “però stavolta la faremo”, che quel centimetro di Maxi Lopez è un motivo per indignarsi sul serio, mentre era così divertente sorridere di quel metro di Morata qualche giorno fa in una partita vagamente più importante ed equilibrata.

Che Bonucci non deve protestare in quel modo – e io sarei pure d’accordo – ma poi mi ricordo che me lo stanno dicendo quelli entusiasti dei loro 7 panchinari, più allenatore, più dirigenti, più accompagnatori, che invadevano il campo, accerchiavano l’arbitro e non venivano neanche espulsi in blocco.

E le conduttrici che esultano al gol del Napoli, pure se non tifano Napoli, perché da quelle parti il clima è quello.

E i conduttori che sperano vinca il Napoli, perché si risolleverebbe il paese. E il Napoli che vince meritatamente, meritatamente e basta, per come vedo io il calcio, ma poi il secondo gol nasce da un probabile fallo, il terzo è in fuorigioco, ma non importa, lì c’è super Higuain – e pure per me, per come vedo il calcio io, che diavolo di gol si inventa? – mentre da noi non c’è Pogba-Morata che tenga, non ci sono 19 vittorie in 20 partite, non c’è il record di sempre di imbattibilità da quando esiste il calcio. No, da noi c’è Maxi Lopez che pare in gioco e Ventura che mi cita un rigore su Jonathas che avrebbe cambiato il corso degli eventi, e in quel caso altro che 4 scudetti di fila, cari miei.

 

E allora certo non mi scordo la solita beffa, lo stomaco bloccato che mi toglie la fame, Evra che esce palla al piede e non me lo scordo più, quel Nokia senza internet che però ha la batteria che non si esaurisce mai, però per piacere, riportatemi a mercoledì, a Lewandowski, a quegli urli strozzati perché tanto manca un secolo, è vero, ma vuoi mettere le emozioni di quel secolo rispetto a una domenica così desolante?